PETR DEMJANOVIC OUSPENSKY.
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LA QUARTA VIA.
Parte 3.
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Titolo originale: THE FOURTH WAY. 1957.
Traduzione di: PAOLO VALLI.
1974. Casa Editrice Astrolabio, Ubaldini Editore, ROMA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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LA QUARTA VIA.
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Discorsi e dialoghi secondo l'insegnamento di G. I. GURDJIEFF.
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CAPITOLO 9.
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L’ultima volta vi ho dato una scala della materia in relazione all’uomo e al corpo umano. Ogni livello rappresenta una certa densità di materia e un certo tasso di vibrazioni o, com’è chiamata nel sistema, densità di vibrazioni.
Il do in cima rappresenta la più piccola possibile densità della materia e il più rapido tasso di vibrazioni. Le vibrazioni diventano sempre più lente discendendo la scala e alla fine sono quasi nulle, mentre la densità della materia cresce corrispondentemente e arriva al suo massimo.
Ciascuna di queste materie rappresenta una gamma molto ampia. Dobbiamo ora studiare l’uomo come una fabbrica chimica e vedere quale funzione hanno queste materie nel corpo umano. Possiamo studiare alcuni di questi idrogeni fisicamente o chimicamente mentre possiamo determinare la presenza di altri soltanto psicologicamente.
Perciò questa tabella degli idrogeni ci dà la possibilità di studiare le manifestazioni sia fisiche sia psicologiche come manifestazioni dello stesso ordine ma a gradi differenti di materialità.
La gente chiede spesso donde provenga l’energia dell’uomo. Da questo punto di vista l’uomo può essere considerato come una fabbrica chimica che riceve materiali grezzi dall’esterno e li trasforma in altri materiali di qualità più fine. I tre tipi di materiale che l’uomo riceve dall’esterno sono: il cibo che mangia, l’aria che inspira e le impressioni che riceve.
Il cibo è sempre H 768, l’aria sempre H 192, mentre le impressioni possono essere assai varie. Per cominciare lo studio, per comprendere il principio, prendiamo come modello di impressioni H 48.
H 48 rappresenta semplicemente ordinarie impressioni neutrali senza alcun carattere. Se vedo un pezzo di carta, questa impressione è 48, niente di più. Ma in realtà le impressioni possono essere di qualità ottima o pessima: ne parleremo in seguito. Da questi tre tipi di materiale la macchina produce tutte le materie necessarie al lavoro dei centri.
Nello stato ordinario la macchina umana funziona abbastanza bene per conservare la propria vita, ma come fabbrica chimica è insoddisfacente, perché consuma tutto ciò che produce; non può esportare o immagazzinare nulla. Eppure lo sviluppo dell’uomo dipende dall’immagazzinamento di materie superiori prodotte dalla sua macchina. Dobbiamo quindi escogitare maniere per accrescere la produzione. Ma prima di poter pensare ad aumentare la produzione dobbiamo studiare la fabbrica dal punto di vista dello spreco, in quanto nelle macchine ci sono parecchie parti che perdono, e se non arrestiamo queste perdite, l’aumentata produzione accrescerà soltanto queste perdite.
Abbiamo già parlato delle perdite, quindi, anche se ora vi mostrerò come funziona la fabbrica, e persino come può essere aumentata la produzione, le perdite non figureranno nel diagramma. Esse però sono tutte in voi, e dovete ricordare che non potete aumentare la produzione nel vostro stato presente, perché prima di tutto dovete arrestare tutte queste perdite. Dopo che ciò è stato fatto, sarà utile imparare maniere pratiche per migliorare il lavoro della fabbrica.
Questo è il principio. Vi mostrerò tre stadi o tre stati di questa fabbrica chimica: primo, come essa lavora nell’uomo ordinario 1, 2 e 3, poi come lavora con un preciso tipo di sforzo e, da ultimo, come lavora con un secondo preciso tipo di sforzo.
Prendiamo la macchina umana come una fabbrica a tre piani. I tre piani rappresentano la testa, la parte mediana del corpo e la sua parte inferiore con la colonna vertebrale. Il cibo entra nel piano superiore e passa al piano più basso come Ossigeno 768. Nel corpo si incontra con un certo Carbonio 192 e, mischiandosi con questo Carbonio, diventa Azoto 384. L’Azoto 384 s’incontra con un altro Carbonio, il 96, e con l’aiuto di questo Carbonio muta da Ossigeno 384 ad Azoto 192. È un’ottava ascendente, quindi questi piani rappresentano le note do, re, mi.
Dopo mi c’è un intervallo e l’ottava non può svilupparsi ulteriormente da sé. È interessantissimo che fino a questo punto, e un passo più in là, possiamo seguire il suo sviluppo con l’ausilio dell’ordinaria conoscenza psicologica. Quando il cibo entra nella bocca si incontra con parecchi tipi diversi di saliva ed è misto ad essi nel processo della masticazione; poi passa attraverso lo stomaco ed è lavorato dai succhi gastrici che scompongono gli zuccheri, le proteine e i grassi.
Di là va negli intestini e si incontra con la bile, con i succhi pancreatici e intestinali, che trasforma nei più piccoli elementi. Questi vanno attraverso la parete intestinale nel sangue venoso, che è portato al fegato, dove incontra altri Carboni che lo mutano chimicamente, e poi al cuore che pompa il sangue venoso ai polmoni. Qui è ossigenato dall’entrata dell’aria e rinviato al cuore come sangue arterioso. In questo diagramma tutte le varie materie presenti nel corpo, con cui il cibo s’incontra fino al mi, sono divise in due categorie: Carbonio 192 e Carbonio 96.
Il sangue venoso è mi 192 e il sangue arterioso è fa 96. Nel punto in cui mi 192 non si può sviluppare ulteriormente, interviene un altro tipo di cibo: l’aria. Essa entra come Ossigeno 192, si incontra con un certo Carbonio 48 e col suo aiuto è trasformata in re 96; questa produzione di re 96 dà uno shock al mi 192 dell’ottava cibo mettendola nella condizione di passare a fa 96. Più in là non può andare la conoscenza fisiologica.
Re 96 dell’ottava aria incontra un corrispondente Carbonio e produce mi 48; e con l’aiuto dello stesso Carbonio fa 96 dell’ottava cibo si trasforma in sol 48. Sol 48 si può sviluppare ulteriormente, mentre mi 48 non può, quindi lo sviluppo dell’ottava aria si arresta a questo punto. Sol 48 dell’ottava cibo passa nel la 24 e la 24 nel si 12 e lì si ferma. Le impressioni entrano come do 48, ma non possono svilupparsi ulteriormente perché al loro punto di entrata non c’è Carbonio 12 ad aiutarle. La natura non lo ha fornito, o piuttosto non lo ha fornito in quantità sufficiente da produrre un qualsiasi sforzo considerevole, quindi do 48 non si trasforma e le tre ottave si fermano qui.
Riflettete su questo diagramma e collegatelo con quanto è stato detto precedentemente che la natura porta l’uomo fino a un certo stato e poi lascia che si sviluppi da sé. La natura offre all’uomo possibilità, ma non sviluppa queste possibilità. Mette l’uomo in condizioni di vivere, gli fornisce aria perché altrimenti la prima ottava non potrebbe procedere, però il resto egli deve farlo da sé.
Questa macchina è combinata in modo che l’aria entra al momento giusto e nella giusta densità e dà uno shock meccanico. È importante comprendere che il Diagramma Cibo, o Diagramma della Nutrizione, consiste in tre fasi. La prima fase che ho appena descritto mostra come le cose accadono nel comune uomo normale: l’ottava cibo compie tutto il cammino da do 768 a si 12; ci sono tre note dell’ottava aria e una nota dell’ottava impressioni. Se vogliamo svilupparci ulteriormente, dobbiamo aumentare la produzione di materie superiori, e allo scopo di far ciò, dobbiamo comprendere e sapere come farlo, non soltanto teoricamente ma nella realtà, perché ci vuole molto tempo ad imparare come usare questa conoscenza e a compiere gli sforzi giusti.
Se sappiamo come portare il Carbonio 12 al posto giusto e se compiamo lo sforzo necessario, lo sviluppo delle ottave aria e impressioni procede oltre. Questa seconda fase mostra ciò che accade quando è stato dato il giusto shock.
Il do 48 dell’ottava impressioni è trasformato nel re 24 e nel mi 12. L’ottava aria riceve uno shock dall’ottava impressioni e mi 48 si trasforma in fa24, sol 12 e addirittura una piccola quantità di la 6. Dovete comprendere che l’aria è satura di idrogeni superiori che, in determinati casi, possono essere trattenuti dall’organismo nel processo della respirazione. Ma l’ammontare di idrogeni superiori che possiamo ottenere dall’aria è piccolissimo. Questa fase rappresenta il lavoro della macchina umana con uno shock meccanico e  uno conscio. La terza fase mostra quello che accade quando un secondo shock conscio è dato al  posto giusto.
Il primo shock conscio è necessario nel do 48. Il secondo shock conscio occorre quando il mi 12 dell’ottava impressioni e il si 12 dell’ottava cibo si sono fermati nel loro sviluppo e non possono più procedere da soli. Anche se esistono carbonii nell’organismo che potrebbero aiutarli a essere trasformati, essi si trovano lontanissimi e non possono essere raggiunti, perciò è necessario un altro sforzo. Se ne conosciamo la natura e possiamo produrre questo secondo shock conscio, mi 12 si svilupperà in fa 6 e si 12 in do 6.
Lo sforzo deve iniziare da mi 12, quindi dobbiamo comprendere ciò che è mi 12 psicologicamente.
Possiamo chiamarlo le nostre emozioni ordinarie, cioè tutte le forti emozioni che possiamo avere.
Allorché le nostre emozioni raggiungono un certo grado di intensità, c’è il loro mi 12. Ma nel nostro stato presente solamente le nostre emozioni spiacevoli raggiungono in realtà mi 12; le nostre ordinarie emozioni piacevoli di solito rimangono 24. Non che le nostre intense emozioni spiacevoli siano realmente mi 12, ma sono basate su questo e ne hanno bisogno al fine di essere prodotte.
Sicché l’inizio di questo secondo sforzo e la preparazione ad esso è lavoro su emozioni negative. Questo è lo schema generale del lavoro dell’organismo umano e di come questo lavoro può essere migliorato. È importante comprendere dove sono necessari gli shock consci, perché se lo comprendete, ciò vi aiuterà a comprendere parecchie altre difficoltà nel Diagramma Cibo.
Dovete anche comprendere che queste tre ottave non sono di egual forza. Se prendete la forza dell’ottava cibo, vedrete che dà alcuni risultati, alcuni effetti che possono essere misurati. Sebbene la materia presa dall’aria abbia una parte importantissima, l’ottava aria rappresenta una piccolissima quantità di idrogeni, mentre l’ottava impressioni è potentissima e può avere un enorme significato in relazione al ricordare se stessi, agli stati di consapevolezza, alle emozioni, ecc.
Possiamo dire quindi che la relazione delle tre ottave non è eguale, perché una ha più sostanza, l’altra meno sostanza. Questa è la nostra alchimia interna, la trasmutazione di metalli base in metalli preziosi. Ma tutta questa alchimia è dentro di noi, non fuori.
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D. Cosa causa la trasformazione del cibo in materia superiore?
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R. Esso è misto con altre materie a esso stesso superiori e in tal maniera sale; poi si mescola con altre materie ancor superiori e sale di nuovo, e così di seguito. Prendetelo in una maniera semplice.
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D. Raggiunge mai il livello della materia più alta con cui è misto? R. Ciò non interessa, quello che importa è che sale, diviene superiore a se stesso. Le materie superiori contengono più energia, quelle più grezze ne contengono meno. Sicché quando si mescolano, gli idrogeni superiori portano la loro energia in materie più grezze. D. Può la materia superiore essere prodotta dalla preghiera o da esercizi mentali? 
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R. Essa non è prodotta dal nulla, ma nell’alchimia interiore dell’uomo le sostanze superiori sono distillate da altro materiale più grezzo che altrimenti rimarrebbe in uno stato grezzo.
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D. Come mai accade che il primo shock conscio derivi dalle impressioni?
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R. Lo shock non deriva dalle impressioni, questa non è assolutamente la giusta definizione. Le impressioni sono cibo importantissimo e nel nostro stato ordinario siamo affamati di impressioni. Abbiamo abbastanza impressioni, ma non possiamo digerirle.
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D. Dobbiamo produrre Carbonio 12 o sta nell’organismo?
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R.  Generalmente un uomo ha abbastanza carbonii per l’ordinaria vita normale, e ci può addirittura essere un serbatoio per essi. Ciò non significa che dobbiamo produrre Carbonio 12; dobbiamo portarlo da una parte della macchina all’altra: e ciò significa sforzo speciale. Non sapremo che lo stiamo facendo, ma esercitando questo sforzo speciale staremo portando Carbonio 12 da un posto all’altro. Però, è chiaro, se non ce n’è abbastanza nel corpo, non lo possiamo portare là. Se avete denaro, lo potete mettere in una tasca o nell’altra, se non ne avete affatto, non potete: è semplicissimo. D. Questo sforzo speciale è l’allenamento generale nel sistema?
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R. Il primo shock conscio è ricordare se stessi, assieme a tutto ciò che vi viene consigliato di fare fin dal principio; cioè, osservazione di voi stessi, non identificazione, ecc. Fanno tutti parte di questo sforzo.
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D. Cos’è il secondo shock conscio che cambia il carattere della fabbrica?
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R. Se volete, vi posso dire cos’è, ma ciò non vi sarà di aiuto, perché è esattamente ciò che non possiamo fare. È la trasformazione delle emozioni negative in emozioni positive. Questo è possibile solamente con lungo lavoro nel ricordare se stessi, allorché potete esser consci per lungo tempo, e quando il centro emozionale superiore comincia a lavorare. Questo è quanto ci porta allo stato di uomo n. 5, quindi è lontanissimo da dove stiamo ora. Mi 12, in combinazione con uno sforzo speciale, può produrre emozione positiva.
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D. Mi pare che per produrre qualsiasi risultato utile nella direzione di essere più svegli è necessario che entrambi gli shock consci funzionino.
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R. Sì, per produrre risultati completi certamente debbon essere dati entrambi gli shock, quando però il primo shock è sufficientemente forte, già produce determinati risultati. Ma, in realtà, essi generalmente funzionano assieme, perché proprio fin dal principio dobbiamo imparare a non esprimere emozioni negative, e questo è già lavoro sul secondo shock conscio. Il primo shock è nella natura del ricordare se stessi, poi esso produce lotta contro le emozioni negative, sicché dopo un po’ di tempo uno lavora in realtà su entrambi.
Maggiori risultati si ottengono in uno, più dobbiamo lavorare sull’altro. Ciò spiega un altro principio che incontriamo nel sistema: più uno fa, più ci si aspetta da lui. È lo stesso che nel Diagramma Cibo: più uno cerca di lavorare sul ricordare se stesso, più egli deve essere capace di controllare le emozioni negative, con l’idea di essere capace nel futuro di trasformare le emozioni negative in emozioni positive. Ma ciò è molto lontano, in quanto bisogna disporre di una gran quantità di materiale creato dal ricordare se stessi. Ad ogni modo, i due shock sono collegati e, in certo qual modo, uno non può lavorare senza l’altro.
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D. La parola ‘shock’ in collegamento con i diagrammi significa la stessa cosa che shock nella vita ordinaria?
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R. Gli shock collegati col Diagramma Cibo debbono venire da voi: è un’azione vostra. È necessario conoscere il momento e rammentare di dare gli shock. E questi debbono essere dati con molta cura,  perché solamente il giusto tipo di shock aiuterà in quelle ottave particolari, altrimenti essi si biforcheranno.
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D. Potete darci un esempio pratico?
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R. Esempi pratici stanno nel Diagramma Cibo. Dovete cercare di trovare cose analoghe nelle vostre proprie azioni. Il primo shock è fornito dalla natura quando entra l’aria. Ma nel secondo intervallo nessuno shock è fornito dalla natura e deve essere fornito dal ricordare se stessi.
Anche nel terzo intervallo nessuno shock è fornito e deve essere dato esattamente nella maniera che abbiamo detto: trasformando le emozioni negative in positive, prodotte dalla non identificazione. Il primo shock conscio prepara il secondo e il secondo prepara per il primo. È tutto simultaneo, voi non ne finite uno che passate all’altro.
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D. Gli shock sono necessariamente sgradevoli?
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R. Essi richiedono sforzi, ma non sono necessariamente sgradevoli. Al contrario, al momento di questo sforzo, con l’entrata di nuova energia, si può rimanere assai piacevolmente sorpresi.
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D. Lo sforzo per controllare l’attenzione agisce come primo shock conscio e porta Carbonio 12 a do 48?
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R. No, non è sufficiente. Ci deve essere ricordare se stessi: in realtà, ricordare se stessi collegato con osservazione di se stessi: due attività. Ciò è quanto fa la consapevolezza. Uno cerca di essere più conscio di sé e del proprio ambiente: di tutto.
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D. Ci potete parlare ancora un po’ del Carbonio 12? Da dove viene?
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R. Carbonio 12 può avere parecchie manifestazioni diverse, ma generalmente ne parliamo in relazione alle impressioni. È probabilmente qualche energia del centro emozionale. Ma la cosa importante non è la sorgente. Ciò che è importante è come portarlo. Cosa sia e da dove venga non importa, perché non possiamo vederlo, non sappiamo dove sia il suo posto. Normalmente Carbonio 12 proviene dal centro emozionale, e Idrogeno 12 è la materia con cui il centro emozionale deve lavorare.
Le impressioni entrano come Ossigeno 48 e possono essere trasformate in Azoto 24 soltanto con l’aiuto di Carbonio 12, ma accade che esattamente nel posto in cui le impressioni possono essere assimilate non c’è Carbonio 12, o ce n’è soltanto un po’. Sicché dobbiamo portarlo là mediante uno sforzo speciale, e questo sforzo è ricordare se stessi e osservare se stessi.
Quindi è importante il metodo, non la fonte. L’osservazione intensificata apportata dal ricordare se stessi ha sempre un elemento emozionale. Allorché ricordate voi stessi, portate Carbonio 12 al posto giusto e questo può trasformare le impressioni. Parlo in questo linguaggio perché avete fatto le vostre domande in questo linguaggio, ma ciò può essere osservato psicologicamente.
Le impressioni arrivano e voi non le sentite, il che significa che arrivano e non procedono. Ma potete fare uno sforzo per ricordare voi stessi, allora cominciate a notare le cose. Ciò significa che le impressioni sono divenute 24. L’assenza di Carbonio 12 al posto necessario significa che non siamo sufficientemente emozionali. Con il ricordare noi stessi portiamo un elemento emozionale in quel posto particolare.
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D. I due altri Carbonii in mi 48 e in sol 48 sono gli stessi?
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R. Credo che c’è una piccola differenza in mi 48, sebbene tutti abbiano un elemento emozionale. In sol 48 lo stesso Carbonio lavora come in do 48, ma in mi 48 può essere istintivo emozionale. È del tutto impossibile che mi 48 lavori tramite Carbonio 12 per il centro istintivo che è sempre là. D. Cosa rappresenta mi 48? R. Anche questo è sangue arterioso. È un fatto accertato che il sangue può essere di molti diversi tipi. Può essere accertato fisiologicamente che in diverse parti del corpo il sangue ha qualità diverse.
Chimicamente si può accertare anche che le sue azioni sono differenti, ma la scienza non può dire quale sia la differenza. Per esempio, i muscoli sono nutriti con sangue 96, mentre le cellule del cervello sono nutrite con sangue 24, e alcune cellule nervose sono nutrite con sangue 12 e persino con sangue 6.
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D. Intendete dire che esiste una differenza chimica nel sangue che nutre i muscoli e il cervello?
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R. Ciò non può essere accertato, sebbene sia noto che esiste una certa differenza. Generalmente la presenza di determinate materie è riconosciuta dal loro effetto, ma esse stesse non possono essere separate chimicamente. La scienza non conosce la storia del flusso sanguigno: in ciascun punto questo cede certe cose e riceve certe cose. Prima che raggiunga questo o quell’organo è un tipo di sangue, quando lo lascia è diverso.
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D. Quando si ha un momento di consapevolezza ciò porta ad un’immediata alterazione nel sangue?
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R. Sì, la porta, ma ciò dipende da quanto sia profonda e lunga. Se è per un solo secondo, produce alcune alterazioni corrispondenti a un secondo; se è per mezz’ora, questa è un’altra cosa.
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D. Si  può notare persino il risultato di un secondo?
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R. A volte si può, se è sufficientemente profondo. Potete notare il risultato nel senso che vedete di più, che le sensazioni ordinarie divengono più emozionali. Ma brevi momenti di consapevolezza di sé, semplicemente alla superficie, non producono molto effetto, mentre se è sufficientemente profondo e lungo avrete impressioni che in seguito non dimenticherete mai.
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D. Il pensiero che idrogeno è?
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R. Può essere differentissimo, proprio come è differente il sangue. Comincia con 48 e può salire fino a 6. D. Il pensiero può contare come impressioni?
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R. Sì, ma l’ammontare di impressioni provenienti dall’interno è limitato; mentre l’ammontare delle impressioni provenienti dall’esterno è illimitato.
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D. Ogni cosa nella prima fase del Diagramma Cibo è interamente meccanica?
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R. Certamente sono tutte meccaniche; è un dispositivo cosmico. L’organismo dell’uomo funziona in base a questo schema generale, se egli non lavora su se stesso e non cerca di cambiare il suo stato di consapevolezza.
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D. Nello stato ordinario si fa uso delle impressioni?
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... R. Pochissimo. In questo diagramma è impossibile mostrare la piccola quantità che viene trasformata, quindi diciamo che l’ottava impressioni non può andare oltre. Ma alcune vanno oltre, anche se in numero non sufficiente per lo sviluppo.
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D. Come siamo ora, tutte le impressioni stanno allo stesso livello?
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R. Oh, no. Le impressioni possono essere svariatissime. Nel Diagramma Cibo le prendiamo come H 48 perché questo rappresenta la gran maggioranza delle impressioni. Esse sono, per così dire, impressioni indifferenti: forse di un tipo forse dell’altro; ma da sole non producono effetto.
Tuttavia sono cibo. Ci giungono come 48, e nel nostro stato ordinario non procedono oltre. L’uomo non sarebbe capace di vivere in queste condizioni.
Ma esistono alcune impressioni 24: non altrettante delle 48 ma una certa quantità di esse; e in casi rarissimi ci possono essere impressioni 12 e addirittura 6, ma sono eccezionali. Non entrano in questo diagramma perché trasformano se stesse. Se arrivano come 24 possono facilmente essere trasformate in 12 e forse anche più. Ma giungono in quantità piccolissime. Nell’uomo comune, che non sta imparando a ricordare se stesso, alcune di queste ordinarie impressioni 48 sono anch’esse trasformate, ma in maniera completamente diversa.
Esse sono ulteriormente sviluppate, o aiutate a svilupparsi ulteriormente, da reazioni di un certo tipo: per esempio, dal riso. Il riso, nel senso di humour recita una parte importantissima in relazione alle impressioni: ricordate ancora una volta che ho detto ‘nell’uomo ordinario’.
Con l’aiuto del riso parecchie impressioni 48 vengono trasformate in 24. Ma questo è soltanto perché ciò è necessario alla vita, perché non potremmo vivere senza impressioni. Ricordate che ho detto che la nostra fabbrica chimica lavora soltanto per sé. Produce tutti i tipi di materiali preziosissimi, ma li spende tutti per la propria esistenza. Non ha nulla in riserva e nulla con cui sviluppare se stessa.
Quindi, se l’uomo vuole cambiare e divenire diverso, se vuole destare le sue possibilità nascoste, egli non può contare sui mezzi meccanici di produzione; deve cercare mezzi consci. Ma l’organismo dell’uomo è un’invenzione così meravigliosa che tutto viene preso in considerazione; tutto, per così dire, ha la propria chiave.
Una funzione che sembra inutile, quale il riso, aiuta a trasformare certe impressioni che altrimenti sarebbero perdute. Se al nostro livello non ci fosse riso o humour, questo livello sarebbe ancor più basso di quanto è ora. Si può dire che per un uomo al livello ordinario, il quale non cerca di comprendere cosa significhi ricordare se stesso, o non ne ha mai sentito parlare, il riso assolve una certa ben precisa funzione nell’organismo.
Esso rimpiazza il ricordare se stessi in una maniera piccolissima, insufficiente, in quanto aiuta impressioni completamente piatte, senza alcun interesse, a procedere oltre e a divenire vivaci.
Questa è la funzione principale del riso.
Esistono, è chiaro, molti tipi diversi di riso, alcuni completamente inutili. Quanto ho appena  detto circa il riso e lo humour si riferisce soltanto ai centri ordinari; nei centri superiori esso non è più utile. Ciò significa che una determinata impressione cade simultaneamente nelle parti positive e negative di un centro e ciò produce un senso di esilarazione.
Aiuta a vedere l’altro lato, accresce la capacità di vedere le cose. Nei centri superiori però non c’è bisogno di ciò. Nei centri superiori vediamo le cose non come contraddizioni, non come opposte una all’altra, ma come sono.
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D. Il riso sembra avere un effetto fisiologico.
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R. Sì, un’impressione contraddittoria che non può essere armonizzata può produrre una tensione e il riso la rilassa. Le impressioni 48 entrano costantemente. Come ho detto, un certo ammontare cambia meccanicamente mentre la gran parte dell’ammontare rimane immutato. Esse possono essere cambiate dal nostro divenire consci, o dal nostro cercare di divenir consci. Se siamo più desti, le nostre impressioni si fanno più vivaci. Le impressioni basate su Idrogeno 48, o che ne hanno bisogno, sono impressioni che noi quasi perdiamo o notiamo pochissimo.
Un’impressione che attrae attenzione e lascia traccia, già passa al 24. Se cercate di analizzare il vostro passato e di mettere per iscritto quanto veramente ricordate di un qualche episodio particolare in esso, vedrete quanto poco potete ricordare. Questo è il modo migliore per studiare il materiale delle impressioni.
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D. Un’impressione è qualsiasi cosa che ottengo tramite i cinque sensi?
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R. Un’impressione è la più piccola unità di pensiero, di sensazione o emozione.
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D. Non posso comprendere come le impressioni possono essere cibo.
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R. Ricevere impressioni significa che una certa energia entra con esse. Tutta l’energia che ricevete è cibo. Il cibo che mangiate è materiale grossolano, l’aria è più fine, le impressioni sono il cibo più fine e più importante. L’uomo non può vivere per un solo momento senza impressioni. Persino quando è inconsapevole ci sono impressioni.
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D. Alcune impressioni sono buone e altre cattive in sé, o sono come le facciamo? 
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R. Alcune impressioni possono essere cattive in sé; non so come le impressioni possono essere buone in sé, perché se uno è addormentato le migliori impressioni non produrranno nulla. Sicché anche se le impressioni sono buone in sé, al fine di trarre vantaggio da esse, è necessario essere più desti. Le cattive impressioni però possono venire nel sonno, non c’è nulla che possa fermarle.
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D. Veramente io intendevo impressioni che sono piacevoli o spiacevoli.
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R. Parecchie impressioni piacevoli possono essere assolutamente cattive. Cercate di comprendere una cosa: le impressioni possono essere classificate mediante gli idrogeni. Ciascuna impressione è un determinato idrogeno. Abbiamo parlato di impressioni 48, ma possono esserci impressioni molto superiori. D’altra parte le impressioni possono appartenere anche agli idrogeni inferiori della terza scala, fino al più basso.
La cosa più importante nella divisione delle materie nella tabella degli idrogeni è che questa mostra donde proviene ciascun idrogeno. Supponete che dovete riflettere su un certo idrogeno. Cercando la sua posizione nella tabella degli idrogeni potete vedere che esso ha un posto preciso: può provenire dall’intervallo tra l’Assoluto e il sole, o forse da un po’ più in alto del sole, o da sotto la terra, tra la terra e la luna, e così di seguito.
Questa possibilità di situare gli idrogeni è un vantaggio enorme. Attualmente non potete  apprezzare il significato del fatto che in ogni materia possiamo conoscere non soltanto la sua densità ma anche il livello da cui proviene: il suo posto nell’intero schema delle cose.
La nostra scienza non possiede un approccio a ciò ancora e non si rende conto che le materie sono differenti per effetto del posto da cui provengono. Dovete comprendere che H 12 ha un enorme vantaggio su, diciamo, H 1536, perciò un’impressione che viene da 12 è un tipo d’impressione, e un’impressione che viene da sotto la terra, diciamo dalla luna, è di un tipo completamente diverso.
Una è materia leggera, piena di vibrazioni rapide, l’altra consiste in vibrazioni lente, dannose.
Perciò se scoprite che un’impressione è pesante, spiacevole – è difficile trovare l’aggettivo giusto per descriverla – potete dire per questo che proviene da qualche parte bassa del Raggio di Creazione. Le cose che vi fanno arrabbiare, che vi fanno odiare la gente, o che vi danno un senso di volgarità o violenza, tutte queste impressioni provengono da mondi bassi.
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D. In circostanze normali, siamo nella posizione di ricevere le impressioni che ci abbisognano?
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R. Dipende da cosa chiamate ‘circostanze normali’. In circostanze normali, nel senso dell’esistenza, ne abbiamo abbastanza, altrimenti morremmo. Poiché non moriamo, ciò prova che ne riceviamo abbastanza. Ma non ne siamo soddisfatti. Parliamo di risveglio e di sviluppo, e qui un fatto cosmico ci viene in aiuto. Non possiamo migliorare il nostro cibo, perché è l’unico cibo che possiamo mangiare. Non possiamo migliorare l’aria perché è l’unico tipo di aria che possiamo respirare. Ma possiamo migliorare le impressioni: questa è l’unica nostra possibilità. Come possiamo farlo? Non viaggiando, o andando al teatro, o qualcosa del genere, ma semplicemente destandoci, o cercando di destarci.
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D. Nel nostro stato presente è possibile ricevere idrogeni superiori?
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R. Ciò dipende da com’è il vostro stato presente o da quanto avete. È come l’alchimia: potete fare l’oro soltanto se avete una certa quantità d’oro. Gli idrogeni superiori hanno proprietà magnetiche, possono attrarre altri idrogeni superiori. Se ne abbiamo pochissimo, questo può attrarre piccolissime quantità, corrispondenti a ciò che abbiamo. Se però ne abbiamo di più, possiamo ottenere di più. Ricordate la sentenza del Nuovo Testamento in cui si afferma che sarà preso da quelli che non hanno e dato a quelli che hanno. Si riferisce a questo.
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D. Si possono accettare o respingere le impressioni esattamente come si può mangiare una cosa piuttosto che un’altra? 
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R. Potete usare alcune impressioni e non altre, se avete un certo controllo, ma ciò richiede un certo grado di risveglio e un certo addestramento. Più ricordate voi stessi, più controllo avete. Se ricordate voi stessi sufficientemente, potete arrestare certe impressioni, potete isolare voi stessi: esse verranno ma non penetreranno. Esistono inoltre altre impressioni alle quali potete aprire voi stessi ed esse verranno senza ritardo. È tutto basato sul ricordare se stessi.
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D. Se un’impressione tende a causare una certa reazione e questa reazione è impedita, ciò è dannoso?
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R. Tutte le impressioni debbono produrre qualche reazione, ma potete controllare queste reazioni in base all’equilibrio generale del vostro lavoro, alle tendenze della vostra vita e così via. Ogni controllo ed esperienza in questo devono essere collegati col lavoro sulle linee di questo sistema, e allora non possono essere dannosi. Nulla che sia collegato col ricordare noi stessi può essere dannoso.
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D. Da principio lo sforzo di ricordare noi stessi sembra ridurre le impressioni.
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R. Esse non possono essere ridotte, possono essere soltanto aumentate se è ricordare se stessi. Se è pensare al ricordare se stessi, può sembrare diminuire certe impressioni.
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D. Potete dirci di più sui diversi tipi di impressioni?
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R. Potete sapere molto di più mediante l’osservazione che facendo domande, perché voi stessi sapete ciò che vi attrae di più, ciò che vi attrae di meno, ciò che vi respinge, e così di seguito. Esistono parecchie cose soggettive: una persona è attratta da una cosa, un’altra è respinta dalla stessa cosa. Alcune impressioni vanno al centro intellettuale, altre al centro emozionale, altre ancora ai centri motorio e istintivo. Alcune di esse vi piacciono di più, altre meno. Questo è tutto materiale da osservazione. Ciascun centro ha il proprio apparato per ricevere le impressioni, ma queste spesso si frammischiano. A volte il centro intellettuale o il centro emozionale cerca di ricevere impressioni destinate a un altro centro; ciascuno di essi però è destinato a ricevere impressioni separate.
Per esempio, l’impressione di odore non può essere ricevuta dal centro intellettuale: è ricevuta dal centro istintivo. Le impressioni sono più facili da esaminare del cibo. La gente vi può persuadere che qualcosa è cibo buono e vendervelo in un barattolo poi vi accorgete che non potete mangiarlo; però mediante l’osservazione, mediante il confronto, qualche volta mediante i discorsi con altre persone, potete comprendere quali impressioni appartengono a livelli superiori e quali a livelli inferiori.
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D. Le impressioni che non dobbiamo ammettere sono quelle che originano le emozioni negative?
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R. Potete definirle così, soltanto che qualche volta esse non danno immediata origine a emozioni negative.
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D. Anche se si può distinguere tra un tipo di impressioni ed un altro, non vedo come si possono accettare o respingere.
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R. Con l’essere desti. Se dormite, non potete. Ma quando siete svegli, forse non immediatamente, perché ciò richiede un certo lavoro, una volta siete conquistati da impressioni sbagliate, un’altra volta ne siete ancora conquistati, ma la terza volta riuscite a isolare voi stessi. Però prima di ciò è necessario sapere quali tipi di impressioni sbagliate vi influenzino e poi potete trovare metodi speciali per isolarvi.
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D. Intendete dire che, se si osserva, si possono evitare quelle impressioni che ci fanno negativi?
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R. Io non ho parlato di cose che vi fanno negativi, ma di impressioni cattive. Avete cambiato il significato. Ho parlato delle impressioni in sé. Per quanto riguarda ciò che vi può far negativi, questo dipende dal vostro stato. In un determinato stato qualsiasi cosa vi può fare negativi, persino la cosa migliore del mondo.
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D. Se uno vuole, può smettere di avere impressioni? 
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R. No, certamente no. Non potete arrestare completamente le impressioni, ma, come ho detto, potete tener fuori impressioni indesiderabili e attrarre a voi un altro tipo di impressioni, perché dobbiamo già comprendere che non è il caso di ammettere determinate impressioni. Esistono parecchie impressioni sbagliate che possono rovinare la vita di un uomo se questi le ammette per un tempo sufficientemente lungo, o se ha l’abitudine di cercare determinate impressioni cattive.
Per esempio, la gente sta nella strada a osservare un incidente stradale e ne parla fino al prossimo incidente. Queste persone raccolgono impressioni sbagliate. La gente che accoglie ogni tipo di scandalo, la gente che vede qualcosa di sbagliato in tutto, anch’essa colleziona impressioni sbagliate. Voi dovete pensare non tanto a scegliere le giuste impressioni quanto a isolarvi dalle impressioni sbagliate. Soltanto facendo questo avrete un certo controllo.
Se cercate di scegliere impressioni giuste, non farete altro che ingannarvi. Perciò, sebbene non possiate portarvi impressioni desiderabili, potete, addirittura fin dal principio imparare a controllarle isolandovi da determinati tipi di impressioni sbagliate. Ancora una volta dovete ricordare che, allo scopo di controllare le impressioni, dovete prima destarvi in una certa misura. Se dormite, non potete controllare nulla.
Al fine di controllare cose affatto semplici, ovvie, dovete destarvi e praticare, perché se siete abituati a impressioni di un certo tipo che per voi sono sbagliate, ciò richiederà un po’ di tempo. Un ‘io’ saprà che è necessario che vi isoliate, ma forse dieci altri ‘io’ ameranno queste impressioni.
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D. L’impressione che una creazione di arte obiettiva può produrre è un esempio di impressioni superiori?
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R. Ciò dipende interamente da voi e dal vostro stato. Se siete nel centro intellettuale, può non produrre impressioni; se siete nel centro motorio, ne produrrà ancor meno, ma se siete nel centro emotivo, può produrre un’impressione.
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D. Ciascun idrogeno determina l’attività di cui uno è capace?
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R. Questo è formatorio. Cercate di pensare secondo le linee che vi sono date. Stiamo parlando di impressioni. Voi non le comprendete e tuttavia cercate di portarne dentro di più. Ciò significa che la vostra bocca è piena di cibo, voi cercate di cacciarcene dentro dell’altro, e vi strozzate. Cominciate con l’inghiottire.
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D. Questo è quello che trovo tanto difficile: non seguo mai veramente.
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R. Deve essere difficile; tutto il lavoro è difficile, nulla è facile nel lavoro, ma potete ottenere qualcosa perché è difficile. Se fosse facile non otterreste nulla.
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D. Come mai l’uomo, così com’è, è capace di apprezzare gli alti idrogeni che debbono essere nelle influenze B?
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R. I centri dell’uomo sono fatti per il lavoro con altissimi idrogeni e per ricevere altissime impressioni. Egli può non riceverle, può vivere su impressioni inferiori, ma è capace di ricevere bellissime impressioni e le riceve dalle influenze B.
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D. Perché accade allora che alcuni individui nascono così e altri no?
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R. Gli individui sono differenti, essi non sono fatti sullo stesso modello; per giunta, possono esserci numerosi difetti dovuti a degenerazione, malattia, stati patologici. Tutta la gente normale deve essere capace di ricevere queste impressioni, ma prima deve essere normale.
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D. Quando gli idrogeni vengono trasmessi da mondi superiori a inferiori, sono resi inferiori?
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R. No, possono essere trasmessi in una forma pura. Il problema è: potete riceverli? Essi possono essere ricevuti soltanto da determinate parti dei centri.
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D. Potete riceverli e poi degradarli? 
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R. Se una parte di voi riceve influenze superiori e un’altra parte influenze inferiori, ciò può creare un’esplosione.
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D. Col tempo potremo distinguere un idrogeno dall’altro?
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R. In determinata misura lo potrete. Dopo un determinato tempo di osservazione conoscerete la differenza, per esempio, tra emozioni 24 e 12, o tra impressioni 48 – cose insipide – e impressioni 24. Ma dovete comprendere che ciascun idrogeno indicato nella tabella è un do e tra esso e l’idrogeno successivo c’è un’intera ottava, sicché esiste un’enorme distanza tra un idrogeno e l’altro. Per comprendere il principio creiamo modelli di pensare: non possiamo cominciare con studiare l’intera scala nei particolari.
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D. Qual è il punto in cui esiste la possibilità di ulteriore trasformazione delle tre ottave di cibo?
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R. Come ho detto, la possibilità di ulteriore trasformazione esiste nel punto in cui le impressioni entrano nel corpo come do 48, ma ordinariamente non riescono a svilupparsi per mancanza di Carbonio 12 nel punto di entrata. Nel funzionamento meccanico, l’entrata alle impressioni mediante i sensi dà immediatamente origine a pensare associativo o a immaginazione a livello di H 48, o a reazioni emozionali di natura più o meno istintiva. Molto occasionalmente – in momenti, per esempio, di stimolo emotivo o pericolo – può accadere che Carbonio 12 sia portato al punto di entrata delle impressioni. Allora ogni cosa è riferita allo stato emozionale e l’uomo ha l’impressione che tutto ciò che vede è straordinariamente vivido, nuovo e significativo.
Ma nell’uomo ordinario tali esperienze sono accidentali. Non portano in nessun posto e sono rapidamente coperte dall’immaginazione. La condizione emozionale che le origina passa, ed è rimpiazzata da un impulso o desiderio che conduce in una direzione completamente diversa. Tali esperienze in un uomo ordinario sono sconnesse e non hanno nulla a che vedere con lo sviluppo intenzionale della consapevolezza.
Col tentativo di ricordare se stesso, parecchie nuove sensazioni cominciano a destarsi nell’uomo, particolarmente sensazioni collegate con la sua esistenza e con la sua relazione al mondo che lo circonda. E queste a loro volta possono dare origine alla percezione di influenze differenti che agiscono su di lui e alla possibilità di scegliere tra esse.
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D. Come si fa a sapere quando il centro emozionale sta funzionando con H 12?
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R. Dopo un certo tempo lo saprete mediante un gusto diverso. È lo stesso che sapere la differenza tra pensare al mangiare e il mangiare realmente. Con una certa pratica di osservazione di voi stessi potete distinguere ciascuna di queste manifestazioni ed etichettarla. Nella maniera ordinaria riconosciamo differenze nelle emozioni: uno è più emotivo o meno emotivo. Osservando con una certa intenzione vedremo come questa o quella emozione deve corrispondere ad una certa densità. Soltanto che non dovete cominciare con H 12 perché esso è molto insolito. Quando conosciamo il suo gusto non lo scambieremo con nessun’altra cosa.
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D. Dobbiamo fare una distinzione tra le impressioni e le cose che le producono?
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R. Sì, un tamburo è diverso dal suono di un tamburo, perciò non potete dire che, nel momento in cui lo udite, il tamburo entra nel vostro essere. Quindi se volete prenderle teoricamente dovete separarle. Ma a quale scopo? Quello che ora è importante è comprendere che se non ricordiamo noi stessi siamo aperti a impressioni che possono essere molto basse nella scala degli idrogeni.
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D. Ma l’idrogeno varia in base al centro di impressioni in cui esso è fatto?
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R. Un idrogeno significa una certa materia. Come può differire per il fatto di trovarsi in una stanza o nell’altra? Ho già spiegato che ciascun centro è adatto al lavoro con un determinato idrogeno. Un centro necessita un idrogeno inferiore, un altro uno superiore. Se esso usa un idrogeno sbagliato, ciò produce lavoro sbagliato in un senso o in un altro, a seconda di quale idrogeno viene usato e di come è usato. Di solito i centri cercano di carpire energia migliore, ma a volte lavorano con energia peggiore, cercano di essere pigri. A volte il centro istintivo cerca di lavorare con energia 48, per esempio; ciò porta a un lavoro pessimo e uno si ammala. Spesso la malattia è il risultato di questo.
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D. Si può controllare ciò?
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R. In una certa misura. Ha a che fare con le emozioni negative. L’energia può essere tolta dai posti giusti e posta in posti sbagliati da emozioni negative. Finché uno non può controllare le emozioni negative, egli non può controllare niente altro per quanto riguarda il centro istintivo. C’è un solo modo per risparmiare energia e parecchi modi per sprecarla.
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D. Le impressioni vivaci usano un’energia diversa da quelle scialbe?
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R. Non usano, esse portano energia. Se avete impressioni vivaci ciò significa che certi idrogeni entrano in voi. Ricevere impressioni significa portare una certa materia in voi stessi.
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D. Allorché uno ha un’impressione molto elevata, perché questa spesso produce un effetto tanto sconvolgente?
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R. Se un’impressione elevata produce un effetto sconvolgente, questo significa che siete in un pessimo stato; tutta la macchina funziona in maniera sbagliata, tutti i centri usano idrogeni sbagliati, noi siamo troppo addormentati, abbiamo troppi respingenti. In una macchina normale, essa non dovrebbe produrre un tale effetto. Le impressioni più elevate non dovrebbero produrre un effetto sconvolgente ma un effetto liberatorio.
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D. Qual è la relazione tra si 12, mi 12 e sol 12?
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R. Lo comprenderete in seguito. Se lo desiderate, posso dire che mi 12 si riferisce al centro emozionale, sol 12 al centro istintivo e si 12 al centro sessuale. Possiamo lavorare soltanto su mi 12. Abbiamo troppo poco si 12, e sol 12 passa più in alto a un piccolissimo ammontare di H 6 che, sebbene sia tanto piccolo, mantiene in vita i centri superiori.
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D. Qual è la caratteristica di mi 12? Come si può riconoscerla?
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R. Come ho già spiegato, è l’energia dietro le emozioni negative. Ciò non significa che tutte le emozioni negative raggiungano l’intensità di H 12, ma esse possono raggiungerla, e intense emozioni negative bruciano mi 12.
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D. Perché è necessario studiare la fabbrica di cibo? Ha un posto importante nel sistema?
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R. Un posto importantissimo. Ancora una volta, questo dipende da ciò che volete. Se volete conoscere voi stessi con l’idea di migliorare il lavoro della vostra macchina, dovete conoscere tutto quanto è importante di voi stessi; e sapere come funziona la vostra macchina e quali materiali essa riceve è importantissimo perché, con l’aiuto di questi diagrammi, potete comprendere quello che state facendo; altrimenti, anche se cercate di fare qualcosa, non lo saprete.
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D. È difficile vedere dove la terza forza si inserisce nel Diagramma Cibo. È semplicemente il risultato delle altre due?
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R. Spessissimo appare come il risultato, ma se riflettete un minuto vedrete che non è così. Prendete il processo della digestione. Tutte le fasi del processo continuano ininterrottamente nell’organismo. Supponete che uno non stia realmente mangiando in un dato momento, ma la terza e quarta triade del processo digestivo sono in azione; ciò significa che un certo ammontare di ciò che chiamate ‘risultato’, che è la terza forza, sta già là, perché se non stesse là, forse le cose che nel diagramma appaiono come se precedessero quella fase, non accadrebbero.
È necessario comprendere che debbono stare là non soltanto i carbonii ma anche gli azoti. Non possiamo determinare il momento in cui comincia il Diagramma Cibo. Inizia quando uno nasce, o subito dopo, e poi procede durante tutta la vita. Per esempio, è ben noto alla fisiologia ordinaria che determinati processi nella bocca accadono nella maniera in cui accadono perché certi altri processi nello stomaco accadono in una determinata maniera.
È tutto collegato e ciò che appare come risultato è spessissimo la causa. Bene, come ho detto, ciò che è importante comprendere anzitutto è che questa Tabella degli Idrogeni mostra da quale strato di idrogeni proviene ciascuna materia. Con l’ausilio di questa Tabella possiamo vedere che tutti gli idrogeni nel nostro corpo, ciò che mangiamo, ciò che beviamo, l’aria che inaliamo, tutte le nostre impressioni e parecchie altre cose, provengono tutte da differenti strati della materia nel Raggio di Creazione.
In questo modo possiamo vedere la relazione di ogni azione, di ogni pensiero, di ogni funzione, con una certa parte dell’universo governata dalle sue proprie leggi. Riteniamo che tutto ciò stia sulla terra, ma anche se le cose accadono sulla terra, la loro origine non è sulla terra: può trovarsi sopra o sotto la terra. E ciò è quanto mostra la Tabella degli Idrogeni.
Le energie o materie esistenti nel mondo esteriore possono essere comprese o assimilate soltanto dall’uomo in quanto egli ha già in se stesso gli idrogeni corrispondenti. Sicché, allo scopo di divenire ricettivo alle materie o influenze superiori, egli deve produrre in sé sufficienti idrogeni corrispondenti per mettere in moto i suoi centri superiori.
Sotto questo punto di vista lo studio di sé diviene lo studio del funzionamento di energie differenti in noi; del loro attuale spreco in funzioni inutili e dannose, e del loro possibile accumulo al fine dello sviluppo di sé. Lo studio degli idrogeni e delle loro reciproche relazioni ci aiuta anche a comprendere i centri e le loro diverse velocità.
Il centro intellettuale funziona con H 48, i centri motorio e istintivo con H 24, il centro emozionale dovrebbe funzionare con H 12, ma esso non riceve mai il giusto carburante e non funziona mai come dovrebbe. Se potessimo farlo funzionare più rapidamente, ciò farebbe una gran differenza per le nostre percezioni e per altre facoltà.
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D. Non comprendo la velocità delle emozioni. Come può essere misurata?
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R. Rendendovi conto di quanti sentimenti diversi possono succedersi in voi durante un pensiero o durante un’oscillazione di pendolo.
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D. Per velocità delle emozioni intendete il tempo tra causa ed effetto di un’emozione?
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R. No, è la quantità delle impressioni. Voi la ponete obiettivamente, ma è soggettiva; significa che in un pensiero si possono avere migliaia di emozioni.
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D. Il tasso varia a seconda del grado di consapevolezza?
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R. La vostra osservazione varierà a seconda del grado di consapevolezza, ma il fatto rimarrà lo stesso. Però, come ho detto, il centro emozionale in noi non funziona con la sua propria velocità, perché funzionano maggiormente soltanto le sue parti motorie, e quando un centro funziona con la parte motoria la sua velocità è molto più lenta, mentre quando funziona con la parte intellettuale è molto più rapida.
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D. Se usiamo il centro emozionale alla sua massima velocità, possiamo avere emozioni positive?
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R. Allora siamo collegati con centri superiori e possiamo avere emozioni positive. Ma prima dobbiamoessere consci, perché ciò può accadere solamente quando abbiamo un controllo completamente sufficiente sopra la consapevolezza.
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D. Il Diagramma Cibo mostra che c’è, nell’uomo com’è, materia altissima. Questa come si mostra?
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R. Senza materie superiori l’uomo non sarebbe capace di vivere. L’anima, che consiste di idrogeni superiori, deve essere nutrita. L’essenza deve essere nutrita. Persino la personalità va nutrita, sebbene la personalità vive con qualcosa di diverso. Come ho detto, gli idrogeni superiori possono essere estratti dall’aria, ma le impressioni – impressioni speciali, purificate – possono dare molto di più. L’organismo umano è costruito su principi cosmici, sicché la quantità è importantissima. 
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D. Per me i diagrammi sono soltanto conoscenza: non ricavo da loro alcuna comprensione che mi aiuti a lottare.
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R. Essi non possono aiutare nella lotta, ma possono aiutare il vostro pensiero. Già fin d’ora, in questa forma iniziale, i diagrammi possono contribuire a risolvere parecchie vostre ansietà e problemi. Possono servire come una formula per trovare la vostra posizione riguardo a loro. Possono non dare una risposta, ma vi daranno conoscenza su dove e come potete cercare una risposta. Questo è il vero significato dei diagrammi. Parlano in un linguaggio che voi apprendete un po’ in anticipo.
Saremo capaci di impiegare questo linguaggio soltanto quando saremo capaci di usare i centri superiori. Supponete di ottenere il controllo sul centro emozionale superiore. Con la conoscenza dei diagrammi sarete capaci di interpretare parecchi nuovi sentimenti, sensazioni, idee che verranno alla vostra mente, e trasferire questa interpretazione alla mente ordinaria. Senza i diagrammi non sarete capaci di farlo.
Essi sono il linguaggio intermediario che collegherà il linguaggio del centro emozionale superiore con i nostri centri ordinari. Nondimeno questo linguaggio è una sorta di scala mediante la quale possiamo salire dal pensare ordinario al pensare dei centri emozionali superiori.
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D. Nelle nostre attuali condizioni, i centri superiori funzionano o meramente stanno in ozio?
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R. Su ciò esistono tre diverse teorie. Una è che essi funzionano e che noi non potremmo vivere senza il loro funzionamento, ma che essi non sono collegati con i centri ordinari a causa dell’enorme differenza di velocità; che è necessario eliminare dai centri ordinari tutte le funzioni sbagliate e portarle alla loro massima velocità possibile, il che può accadere soltanto allorché passiamo a un altro livello di consapevolezza.
La seconda spiegazione è che i centri superiori sono latenti; essi sono completamente sviluppati, ma non funzionano come dovrebbero.
La terza è che essi non lavorano perché non hanno carburante; che gli idrogeni che possono servire come carburante per loro possono essere prodotti solamente in un altro stato di consapevolezza. Essi sono in stato di sonno, ma allorché produciamo sufficiente materiale per loro, si desteranno.
Tutte queste spiegazioni sono giuste, e provengono tutte dalla stessa cosa. Dobbiamo divenir consapevoli e controllare i centri interiori al fine di portarli al loro miglior stato possibile.
Allora non ci sarà difficoltà nel prendere contatto con i centri superiori, perché persino nel nostro stato presente, assai occasionalmente, assai raramente, abbiamo barlumi di stati superiori: perlomeno alcuni individui li hanno. Quindi la cosa importante di cui dobbiamo renderci conto è che i centri superiori non ci faranno aspettare quando siamo desti.
Il punto sta nel destarsi e passare ad un altro livello di consapevolezza; poi il centro emozionale superiore e, in seguito, il centro mentale superiore risponderanno immediatamente.
Se i centri superiori funzionassero in noi come siamo, ci troveremmo in una brutta situazione.
Saremmo soltanto macchine consce senza la possibilità di essere null’altro, in quanto la volontà può essere creata solamente con lo sforzo. Siamo come siamo al fine di divenire differenti. Siamo assai insoddisfacenti, ma per effetto di ciò, possiamo divenire più forti e più consci. Se fossimo collegati con centri superiori nel nostro stato attuale, impazziremmo.
Un tal collegamento sarebbe un grande pericolo finché possiamo avere emozioni negative. Per questa ragione esistono nella macchina freni automatici che rendono impossibile il collegamento. Prima dobbiamo preparare i centri inferiori e cambiare lo stato della nostra consapevolezza.
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D. I centri superiori hanno caratteristiche che noi possiamo considerare straordinarie?
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R. Sì. Per esempio, quella che è chiamata magia può essere la manifestazione di un mondo di un piano superiore o di un piano inferiore. Supponete che il centro superiore emotivo si manifesti a un livello inferiore: sarà un miracolo.
È necessarissimo comprendere la relazione in cui i centri superiori si trovano con i centri inferiori. Nel nostro stato i principi intellettuale ed emozionale sono nettamente divisi, ma nei centri superiori questa differenza scompare. Inoltre il centro emozionale superiore non usa parole: le parole sono troppo goffe, troppo difficili da impiegare, e per giunta il loro significato muta persino nel corso di una generazione e mille anni producono un completo cambiamento di significato.
Questo è il motivo per cui non comprendiamo il Nuovo Testamento: non esiste oggi significato analogo di alcune delle sue parole, perciò non possiamo nemmeno indovinare quello che significavano allora. Il centro mentale superiore è ancora più rapido e non usa nemmeno forme allegoriche, come fa il centro emozionale superiore.
Possiamo dire che esso usa forme simboliche. Offre la possibilità di pensiero lungo. È tutto in noi, ma non possiamo usarlo, perché lavoriamo con una macchina lentissima. I centri superiori non ci raggiungono: il vuoto è troppo grande tra loro e i centri ordinari.
La differenza di velocità è talmente enorme che i centri ordinari non odono i centri superiori. Essi hanno parecchie funzioni importanti che noi ignoriamo, ma non li possiamo usare come menti: sono troppo rapidi e noi siamo troppo addormentati. Quindi se otteniamo un collegamento con il centro mentale superiore, questo lascia semplicemente un vuoto.
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... D. Le emozioni negative stanno nel centro emozionale superiore?
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R. Nei centri superiori non ci sono parti positive e negative e, come ho detto, non c’è divisione tra intellettuale ed emozionale. Il centro superiore emozionale è soltanto chiamato emozionale. Nei livelli superiori ciò che è emozionale è anche intellettuale e ciò che è intellettuale è emozionale. Il lavoro dei centri superiori è assai diverso dal lavoro dei centri ordinari.
Qualche volta possiamo osservare questo lavoro e il suo sapore diverso in momenti di consapevolezza di noi stessi, allorché ci colleghiamo temporaneamente col centro emozionale superiore.
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D. Le droghe ci possono mettere in contatto coi centri superiori?
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R. L’idea delle droghe non è nuova; le droghe sono state usate nei tempi antichi e medievali: negli antichi Misteri, nella magia e così di seguito. Si è scoperto che stati interessanti risultano da un abile uso delle droghe, ma il sistema disapprova le droghe. L’uso delle droghe non dà buoni risultati perché le droghe non possono influenzare la consapevolezza, non possono aggiungere consapevolezza.
Mediante la stupefazione di centri inferiori esse ci possono mettere in contatto con centri superiori; ma ciò non ci sarebbe di nessuna utilità in quanto noi possiamo ricordare soltanto finché abbiamo consapevolezza. Dato che non abbiamo consapevolezza, il collegamento coi centri superiori risulterà soltanto in sogni o in inconsapevolezza. Tutti questi stati di trance a volte descritti nei libri costituiscono una strada pericolosissima.
Il mettersi in stato di trance è collegato con la creazione dell’immaginazione nel centro emozionale superiore, e questo è un vicolo cieco. Se vi trovate là, non ne potete uscire e non potete procedere. La nostra idea è di controllare l’immaginazione; se, invece, la trasformate mediante certi metodi in immaginazione nel centro emozionale superiore, ottenete beatitudine, felicità, ma dopo tutto, si tratta soltanto di sonno a un livello più elevato.
Lo sviluppo reale deve procedere su due linee: sviluppo della consapevolezza e sviluppo dei centri. Inoltre, tali esperimenti di solito sono deludenti perché di norma gli individui consumano nel primo esperimento tutto il materiale che hanno per la consapevolezza.
La stessa cosa può esser detta di tutti i metodi stupefacenti, meccanici, autoipnotizzanti; essi danno gli stessi risultati delle droghe: mettono a dormire i centri ordinari ma non possono accrescere la consapevolezza. Quando però la consapevolezza è sviluppata, i centri non presenteranno alcuna difficoltà. Il centro emozionale superiore è supposto lavorare nel terzo stato di consapevolezza e il mentale superiore nel quarto.
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D. Credete ci sia qualcosa nella telepatia? 
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R. Per gli uomini 1, 2 e 3 essa non esiste affatto; è immaginazione. Ma uomini di sviluppo molto superiore controllano forze che possono produrre la cosiddetta telepatia, in quanto questa è una funzione del centro emozionale superiore. Se uno può, sia pure temporaneamente, controllare il centro emozionale superiore, può produrre effetti telepatici. Ma la mente ordinaria e le emozioni ordinarie non possono farlo.
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D. Mi chiedo mediante quale processo Gesù fu capace di espellere i diavoli e se qualcosa nel sistema potrebbe essere usato per scopi analoghi. Questo ha qualcosa a che vedere con i centri superiori?
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R. Probabilmente Gesù ebbe a che fare con diavoli grossi. Noi dobbiamo cominciare con diavoletti – una sorta di vivisezione – finché siamo capaci di trattare con diavoli grossi. Ho detto precedentemente che finché esistono in noi alcune emozioni negative, i centri superiori non possono lavorare e non debbono lavorare, perché altrimenti sarebbe un disastro.
Nei soliti libri di teosofia, si trova l’idea che parecchie cose sono occulte perché pericolose. Ma in realtà il pericolo non sta nelle idee ma nella distorsione delle idee. Le persone possono divenire pericolose se ascoltano qualcosa e cominciano ad applicarla in un senso sbagliato.
Si possono usare le forze dei centri superiori per rafforzare il proprio lato negativo.
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D. Si possono danneggiare i centri superiori?
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R. Ciò è possibile, dormendo troppo. Non intendo nel senso fisico, ma nel senso di essere addormentati e irresponsabili. Allora, a poco a poco, la loro possibilità di risveglio è distrutta. Vedete, tutto il tempo, da lati diversi, arriviamo alla conclusione che l’uomo non funziona bene. Sentiamo di centri superiori, e tuttavia ci viene detto che non siamo collegati con essi, che essi non lavorano per noi o, se lo fanno, non sappiamo nulla del loro lavoro.
Ci rendiamo conto che la nostra mente ordinaria non è sufficiente per trattare i problemi che vogliamo risolvere. Esistono parecchie cose che vogliamo conoscere, ma la nostra mente non ci può far nulla. Questo semplice diagramma, e altri diagrammi che studiano in questo sistema, ci mostrano come studiare noi stessi, come migliorare e cosa migliorare in noi. Ma nessun miglioramento è possibile finché non arrestiamo le perdite, perché è inutile aumentare la produzione di energie se esistono perdite ovunque.
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D. Come possiamo arrestare le perdite?
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R. Col ricordare noi stessi. È necessario sviluppare la consapevolezza e l'iò porterà con sé la possibilità di usare organi di percezione e di cognizione migliori. Senza i centri superiori non possiamo far molto, e questo è il motivo per cui l’approccio filosofico non è di grande utilità.
Esso può inventare alcune teorie ma poi si ferma. Non sviluppa i centri superiori che soli possono comprendere appieno le idee. La filosofia non li tocca.
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D. Voi sottolineate l’importanza della conservazione di energia. Ciascun centro ha il proprio serbatoio di energia?
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R. Sì. Vi mostrerà come cominciare a pensare su questo. Prenderemo la macchina umana dal punto di vista dei centri. È la stessa macchina. l’energia creata nell’organismo è tenuta in un certo grande accumulatore che è collegato con due piccoli accumulatori posti presso ciascun centro.
Supponiamo che l’uomo cominci a pensare e usi l’energia di uno dei piccoli accumulatori del centro intellettuale. L’energia nell’accumulatore diviene sempre più bassa e, quando questa è al punto più basso, egli si stanca.
Poi fa uno sforzo, ha un breve riposo, o sbadiglia, o è collegato col secondo piccolo accumulatore. È assai interessante notare che lo sbadiglio è un aiuto speciale fornito dalla natura per passare da un accumulatore all’altro. Egli continua a pensare e a trarre energia dal secondo accumulatore, si stanca di nuovo, sbadiglia o si accende una sigaretta, e di nuovo si collega col primo accumulatore piccolo. Ma quell’accumulatore può essere pieno solo a metà e si esaurisce rapidamente. Egli allora è collegato ancora una volta col secondo, che è pieno soltanto per un quarto, e così va avanti finché arriva il momento in cui entrambi gli accumulatori sono vuoti.
Se in quel momento l’uomo fa uno sforzo speciale del tipo giusto, egli può essere collegato direttamente con l’accumulatore grande. Questa è una spiegazione dei miracoli, in quanto egli avrà allora un’enorme riserva di energia. Ma ciò richiede uno sforzo grandissimo, non uno sforzo ordinario.
Se esaurisce l’accumulatore grande, egli muore, ma in genere cade nel sonno o diviene inconscio molto prima, perciò non c’è pericolo. Nella vita ordinaria questa connessione con l’accumulatore grande a volte accade in circostanze straordinarie, come in momenti di estremo pericolo.
Ecco perché c’è questo sistema di piccoli accumulatori. Se uno potesse essere facilmente collegato con l’accumulatore grande, egli potrebbe, per esempio, non cessare mai di essere arrabbiato per una settimana, e allora morrebbe.
Sicché generalmente uno non è collegato con l’accumulatore grande finché ha il controllo delle emozioni negative. Le emozioni sono più forti delle altre funzioni, quindi se uno entrasse in un’emozione negativa e avesse energia illimitata ciò sarebbe troppo pericoloso.
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D. Può sufficiente energia essere riposta in piccoli accumulatori?
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R. Per il lavoro ordinario, per la vita ordinaria, essa è sufficiente, ma qualche volta le persone che sono abitualmente stanche usano soltanto metà dell’accumulatore e già dicono di essere esauste e di non poter far nulla. Nella realtà dei fatti, finché c’è qualcosa nei piccoli accumulatori, non abbiamo diritto di essere stanchi. Questo è il motivo per cui gli sforzi fisici sono utili. Abbiamo paura di essere stanchi. Potremmo avere, è chiaro, molta più energia di quanta ne abbiamo se non la sprecassimo in emozioni negative o in altre cose inutili.
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D. Per ricordare se stessi bisogna avere energia?
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R. No, questa qui non c’entra, perché per ciò abbiamo sempre energia. Non è l’energia a mancare; è la comprensione, sapere come farlo, e una certa pigrizia che ci impedisce di ricordare noi stessi.
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D. Vorrei sapere di più sul grande accumulatore. Praticamente non lo comprendo. 
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R. Sforzi! Sforzi! Più sforzi fate, maggiore energia potete ottenere. Senza sforzi non potete ottenere energia. Anche se essa è in voi può trovarsi nel posto sbagliato. Non pensateci teoricamente; pensate semplicemente di avere molta energia in voi che non usate mai; che dovete compiere sforzi per usarla.
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D. Ciò che intendevo chiedere è cosa scatena l’energia nel grande accumulatore e come questo riceve la sua energia.
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R. È proprio quello che ho detto. Non pensate al grande accumulatore; pensate a voi stessi. Qualche volta dovete cominciare con piccoli sforzi. Se non fate piccoli sforzi non sarete mai capaci di farne grandi. È esattissimo che l’energia è necessaria, ma l’energia è in noi. Abbiamo sufficiente energia, almeno al principio, e se la usiamo per lavorare non è perduta ma ritorna.
Se perdete energia in emozioni negative, per esempio, o in azioni meccaniche, nel pensare meccanico, allora è perduta. Se però usate l’energia per lottare contro la meccanicità, la riavete. Questo è il modo con cui l’energia viene accumulata.
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D. Ci potete parlare del processo mediante il quale l’attenzione è rinnovata quando uno la controlla?
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R. In questo caso l’attenzione dipende dall’ammontare dell’energia di riserva: se avete riserva di energia, l’attenzione funzionerà, se non avete energia di riserva, si esaurirà rapidissimamente. Perciò essa dipende dall’ammontare di energia, e la vostra riserva di energia dipende da come la usate. Se la sprecate in cose inutili, allora nel momento in cui ne avete bisogno vi accorgerete di non averne affatto.
Ma se potete risparmiarla in ogni possibile occasione e usarne soltanto la quantità necessaria per qualsiasi tipo di lavoro stiate facendo, allora avrete risultati. Questo è perché dobbiamo cominciare proprio fin dal principio a lottare con le cose che la sciupano. Queste vanno studiate, e studiate per prime.
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D. Una persona che lavori in una maniera più equilibrata usa correttamente ciascun accumulatore?
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R. Sì, mediante l’addestramento si può fare un’enorme quantità di lavoro, ma se un uomo senza addestramento comincia a fare lo stesso lavoro, impiegherà troppa energia in movimenti affatto semplici e userà i suoi accumulatori in maniera sbagliata. Se volete pensare a ciò in maniera più scientifica, dovete rendervi conto che l’addestramento, preso in un senso ordinario, prepara gli accumulatori al lavoro giusto. In realtà, anche se ho messo soltanto due accumulatori presso ciascun centro, questi sono molti di più. Ciascun centro è circondato da accumulatori.
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D. Il commutare da un accumulatore all’altro richiede un momento di consapevolezza?
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R. No, è automatico. Il centro istintivo sa come farlo e può lavorare ottimamente senza il nostro essere consci. La consapevolezza può essere necessaria per lavoro speciale in collegamento con l’accumulatore grande. Quando vogliamo qualcosa di straordinario, qualcosa che non può essere ottenuta nella maniera ordinaria, è necessario inventare nuovi metodi.
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D. Il principio degli accumulatori si applica alla ordinaria energia meccanica che usiamo tutto il tempo?
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R. Certamente. Tutto è meccanico. L’energia è soltanto carburante.
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D. Allora un tipo di energia non è superiore o inferiore ad un altro?
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R. Sì, preso nel senso degli idrogeni, può essere superiore o inferiore. Centri differenti usano energia differente, ma fondamentalmente è una sola. Avete visto nel Diagramma Cibo com’è creata l’energia. Esistono parecchie varietà di idrogeni usate per differenti organi e accumulatori.
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D. Potete dire che questo speciale adattamento di energia è fatto nel corpo?
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R. Sì, tuttavia i centri hanno una forte tendenza a impiegare energia sbagliata; quindi ciò va tenuto a mente. Ma la questione di come fare più energia è una cosa e la questione di come essa fa se stessa, di come ‘accade’, è un’altra. È bene dividere queste due cose. 
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D. Se uno è stanco, e improvvisamente riceve una quantità di impressioni e come risultato di ciò la stanchezza se ne va, è perché egli riceve energia da queste?
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R. È più complicato di ciò. Con nuove impressioni uno si fa più sveglio, e così i collegamenti col grande accumulatore cominciano a funzionare meglio. Le impressioni dirette non sono ancora energia pronta per l’uso; debbono essere distillate e mescolate con altre cose per produrre energia. Le impressioni che vengono sono cibo non digerito.
Tutti e tre i tipi di cibo vanno digeriti e mescolati nelle giuste proporzioni. Le impressioni però possono destarvi. Quando l’energia nel corpo raggiunge una determinata pressione, comincia ad attrarre energia dall’ambiente.
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D. Se si viaggia, si ricevono più impressioni?
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R. La capacità di ricevere impressioni rimane la stessa.
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D. Quando un uomo sbadiglia, si collega con l’altro accumulatore?
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R. Non sempre, perché si può sbadigliare per imitazione. Inoltre, sbadigliare significa pompare energia, non è necessariamente commutare, sebbene uno sbadiglio veramente buono possa produrre, quando è necessario, un commutamento.
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D. Quando dite che lo sbadiglio è una pompa, da dove viene pompata l’energia?
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R. Dall’organismo. Questo è fatto in modo che ciascuna funzione ha l’energia necessaria ovunque. Esistono tanti di quegli accumulatori che è sufficiente conoscere il principio che ci sono accumulatori. L’energia è distribuita nella macchina in maniera complicatissima e passa da un accumulatore all’altro, viene diluita, concentrata, ecc.
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D. I piccoli accumulatori sono riempiti dal grande durante il sonno notturno?
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R. Sono riempiti costantemente. Ma il grande accumulatore è riempito durante il sonno con l’energia derivata dai tre tipi di cibo. Tutte le energie sono tenute nell’accumulatore grande, sia miste che in una forma superiore. Quando arriva una richiesta, viene inviato un idrogeno corrispondente. Se è prodotta energia, essa è immagazzinata nell’accumulatore grande. Se ne viene prodotta più del necessario per la vita, può essere immagazzinata in parecchi posti.
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D. L’energia può essere conservata mediante il silenzio?
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R. Qualche volta, ma se siete sempre silenziosi potete perdere più energia nel silenzio che nel parlare. Questo è il motivo per cui il primo principio in questo sistema è la discriminazione: non esistono regole generali.
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D. È possibile in seguito entrare in contatto con l’accumulatore grande?
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R. Sì è possibile, ma non siamo ancora nemmeno al primo passo; può essere possibile, diciamo, al ventiduesimo passo, perciò ci sono ventun passi prima di poterlo fare. Ciò che può esser fatto ora è stato tutto spiegato: dovete cercare di ricordare voi stessi, di non identificarvi, di tentare di non esprimere emozioni negative e così di seguito. Queste sono le cose con cui possiamo cominciare.
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D. L’energia richiesta per ricordare se stessi proviene dal corretto funzionamento dei centri?
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R. Sì, certamente; quando i centri funzionano in maniera sbagliata non ci può essere accumulo di energia. Ma questo non è sufficiente. È necessario aumentare la quantità di energia, e questa può essere aumentata soltanto con gli sforzi: piccoli sforzi, quali la lotta contro le abitudini, osservazione di sé, cercare di controllare l’attenzione, ecc. Ognuno ha qualche sforzo particolare che può fare; gli sforzi di una persona possono non essere buoni per un’altra, sono troppo facili, o impossibili.
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D. Cosa regola l’ammontare di energia che va negli accumulatori di ciascun centro?
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R. Il lavoro abituale. A volte essi non possono essere riempiti, altre volte rifiutano di essere riempiti, e altre volte ancora non hanno bisogno di essere riempiti. Esistono parecchie ragioni per ciò, e voi non le potete controllare. Facendo sforzi, però, o ricordando voi stessi, aumentate la possibilità di controllo. 
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D. L’accumulatore grande è molto capace e si ricarica rapidamente?
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R. Dipende. Può essere mezzo vuoto, o pieno di energia cattiva, o può essere pieno ma noi non lo usiamo.È importante comprendere che esiste un grande serbatoio di energia nel grande accumulatore, di cui però non ci serviamo mai: rimane capitale morto.
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D. Se uno è più conscio, può attingere più energia?
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R. Sì, ma è anche necessario uno speciale addestramento. Se sappiamo come collegarci con l’accumulatore grande possiamo produrre risultati completamente diversi.
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D. Quanto rapidamente si può apprender ciò?
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R. Posso dire che ciò dipende da come studiate e lavorate. Nel nostro atteggiamento verso il sistema ci può essere un elemento distruttivo che può annullare il risultato del nostro lavoro. Se si ha un giusto atteggiamento verso noi stessi e verso il lavoro, senza un elemento distruttivo, allora ciò non può essere ottenuto.
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D. Dipende tutto dalla consapevolezza?
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R. Tutto il lavoro è in realtà concentrato nella consapevolezza. Nel lavoro sui centri cerchiamo soltanto di arrestare in maniera definitiva il lavoro sbagliato. Non esistono esercizi per aumentare il lavoro dei centri: tutto il lavoro è sulla consapevolezza. Quando la consapevolezza è accresciuta, i centri si adatteranno.
Ma il lavoro sbagliato dei centri deve essere arrestato perché se rimanessimo anormali e divenissimo consci, i nostri centri impazzirebbero: non sarebbero capaci di resistere. Ma ciò non può succedere: non si può divenire consci inconsciamente. La gente spesso chiede: cosa si guadagna a divenir consci? Ciò è perché essa ignora quale sia il risultato della consapevolezza. Quando siamo consapevoli ci colleghiamo con i centri superiori e allora cambia tutta la situazione.
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CAPITOLO 10.
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Dobbiamo tornare alla parte interiore del lavoro: al lavoro su noi stessi. Se ci pensate, vi renderete conto che la parte centrale del vostro lavoro è comprensione del fatto che non possiamo ‘fare’, del perché non possiamo ‘fare’ e di cosa significa che non possiamo ‘fare’. Come potete comprenderlo? O cercando di fare ciò che non avete mai fatto prima o facendo le cose in un’altra maniera. Allora vedrete se potete ‘fare’ o no.
Metà delle domande poste riguarda il ‘fare’: come cambiare questo, annullare quello, evitare qualche altra cosa, ecc. Ma è necessario un enorme sforzo per cambiare sia pure la più piccola cosa. Finché non ci provate, non potete rendervene conto. Vedete, voi non riflettete abbastanza, non osservate abbastanza. Non potete cambiar nulla tranne che attraverso il sistema. Questo viene in genere dimenticato.
Il sistema mostra come le cose possano essere cambiate, fatte diversamente, e da dove si può cominciare. Persino col sistema è tremendamente difficile, ma senza il sistema è impossibile, assolutamente impossibile. Allorché vi rendete conto di ciò, comincerete a comprendere il valore del sistema, perché col sistema esiste una possibilità, senza il sistema non c’è la minima possibilità.
Questa idea che non possiamo ‘fare’ è importantissima e dobbiamo sempre tornare ad essa. Se quest’idea non vi è chiara, o certi suoi aspetti non vi sono chiari, fatemi delle domande a riguardo, perché è necessario comprenderla e ricordarla. Tutto ‘accade’. La gente non può ‘fare’ nulla. Dal momento in cui nasciamo al momento in cui moriamo le cose accadono, accadono, accadono, e noi pensiamo di star facendo. Questo è il nostro stato normale nella vita, e persino la più piccola possibilità di fare qualcosa viene soltanto tramite il lavoro, e prima solamente in noi stessi, non esternamente.
Anche in noi stessi, ‘fare’ spessissimo comincia dal non fare. Prima che possiate fare qualcosa che non potete fare, dovete non fare parecchie cose che facevate prima. Per esempio, non potete svegliarvi soltanto desiderando di svegliarvi, ma potete impedirvidi dormire troppo profondamente e troppo a lungo.
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D. Si ha qualche volta una scelta tra due avvenimenti possibili? 
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R. Soltanto nelle cose piccolissime, e anche allora quando notate che le cose vanno in un certo modo e decidete di cambiarle, vi accorgerete quanto sia estremamente scomodo cambiare le cose.
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D. Perché accade che io non possa abbandonare l’idea di essere capace di ‘fare’? Ho dimostrato a me stesso tante volte di non potere.
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R. Questa è la cosa più difficile e più necessaria di cui dovete rendervi conto con tutto il vostro essere, in quanto finché riteniamo di poter ‘fare’, rinvieremo sempre le cose che realmente possiamo fare se lavoriamo. Come ho detto, possiamo ‘fare’ le cose solamente in relazione a noi stessi: queste sono le cose con cui dobbiamo cominciare. Ma non cominceremo mai a studiare noi stessi finché riteniamo di poter ‘fare’. Questa è una delle nostre più grandi illusioni.
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D. Mi accorgo di non aver scelta in cose più grandi, però mi sembra di poter fare cose piccole.
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R. Queste cose piccole accadono in base ad alcune circostanze precise che le controllano. Ritenete di essere voi a controllarle, ma in realtà esse accadono. Non possiamo ‘fare’ perché dormiamo. Come può gente addormentata ‘fare’? È necessario esser desti; quando uno è sveglio, può ‘fare’. ‘Fare’ è magia. Dovete comprendere che nulla accade nel momento in cui accade; la necessità del suo accadere era stata creata molto tempo prima. Le cose accadono da sé; che voi facciate o non facciate qualcosa può essere stato deciso dieci anni prima. Forse le vostre azioni hanno preso una certa direzione dieci anni fa e ciò determina quello che farete domani: non potete cambiarlo.
Riteniamo di poter prendere una certa decisione e di agire in conseguenza. In realtà siamo controllati non da decisioni interiori ma da influenze esteriori. Se la decisione interna corrisponde all’influenza esterna, lo faremo, altrimenti no. Ma possiamo creare in noi stessi poteri per ‘fare’. La Natura ci ha fatti macchine operanti sotto influenze esterne, con una possibilità però di sviluppare il nostro motore. Se non c’è motore interiore, non faremo altro che continuare a girare sullo stesso posto.
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D. Se un uomo si pone l’ideale di come dovrebbe comportarsi, potrebbe questo essere ciò che è inteso per ‘fare’?
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R. Il problema è se egli lo può ‘fare’ e se lo fa, perché fare progetti, avere ideali, è una cosa e fare è un’altra. Possono essere soltanto buone intenzioni. Una delle caratteristiche principali del nostro essere è di non poter fare quello che decidiamo.
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D. Qualche volta ho notato che, con un piccolo sforzo in più, si può fare una gran differenza per gli altri nella vita ordinaria. Questo non è fare?
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R. È un’illusione, perché se una cosa deve accadere, farete questo sforzo in più; se non deve accadere, non lo farete. Voi ritenete di poter fare o non fare questo sforzo, di poter ‘fare’ o ‘non fare’. Cercate invece di pensare nella maniera giusta, cioè che non potete ‘fare’ nulla, che le cose accadono meccanicamente. Una cosa deriva dall’altra e semplicemente accade o non accade, e voi non potete farci nulla.
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D. Ma se si aiuta un poveretto per rendergli tollerabile la vita?
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R. Se aiutate un poveretto, ciò accade. Se qualcuno prende a quel poveretto ciò che gli è rimasto, anche questo accade. Una persona gli darà un soldo, un’altra gli toglierà l’ultimo soldo che ha. Prima di tutto è necessario comprendere il principio che nessuno può ‘fare’ nulla. Se pensate alla vita, non alla vita personale ma alla vita dell’umanità, alle guerre, alle rivoluzioni, lo vedrete chiaramente. Dovete cercare di trovare un caso giusto per l’osservazione, perché se trovate qualcosa che è troppo piccolo non lo vedrete. Ma se trovate il caso giusto, le giuste condizioni, le giuste circostanze, prestissimo vi accorgerete se potete fare qualcosa o no.
La cosa più semplice è cercare di ricordare voi stessi. Potete farlo o no? La gente ritiene di poter ‘fare’ perché a volte fa alcuni progetti e ottiene 
veramente ciò che voleva. Ma questo significa solamente che essa è entrata in un certo corso di eventi ed è accaduto che le cose coincidessero con i suoi progetti. Quando le cose accadono così, riteniamo di averle fatte noi, di aver fatto un piano e di aver fatto tutto in base a questo piano. In realtà ciò non significa che l’abbiamo fatto di proposito o scientemente e non significa che uno può scegliere un corso di eventi o un altro corso; è semplicemente accidente.
In ogni tipo di lavoro, negli affari, nei viaggi e così di seguito, qualche volta accade che le cose abbiano successo, ma ciò significa soltanto che in un determinato momento, in un determinato posto, le cose sono andate meccanicamente in una determinata maniera: niente di più. Ci è difficile, per esempio, renderci conto che quando la gente costruisce un ponte, questo non sia ‘fare’; ciò è semplicemente il risultato di sforzi precedenti. È accidentale. Per comprendere questo dovete pensare al primo ponte costruito da Adamo e a tutta l’evoluzione del ponte.
Da principio ciò è accidentale: un albero cade attraverso un fiume, poi l’uomo costruisce qualcosa di simile, e così di seguito. La gente non ‘fa’; una cosa deriva dall’altra.
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D. Ritengo che questa sia una domanda quasi puerile, ma non posso mai vedere come le cose possono essere differenti. Uno fa qualcosa e non può evitare di pensare che potrebbe farla differentemente.
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R. Ma se vi siete comportati in una certa maniera, ciò significa che non potevate comportarvi in un’altra. Se aveste potuto, vi sareste comportati differentemente. Siamo talmente abituati a pensare che le cose potrebbero essere diverse che non cerchiamo di cambiare le cose che potremmo. Possiamo cambiare oggi, ma ieri è finito. Se cambiamo oggi, domani le cose possono accadere in maniera diversa. Sembra una contraddizione, ma è precisamente la nostra convinzione che le cose possono essere differenti a impedirci di fare quello che possiamo per renderle differenti.
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D. Allorché uno comincia realmente a comprendere di non poter ‘fare’, avrà bisogno di una gran quantità di coraggio. Questo gli verrà dal liberarsi dalla falsa personalità?
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R. Non si arriva a questa comprensione proprio così. Essa giunge dopo un certo tempo di lavoro su di noi stessi, sicché quando si perviene a questa comprensione se ne hanno inoltre parecchie altre; principalmente che esistono modi per cambiare se si applica il giusto strumento al posto giusto e al tempo giusto. Bisogna avere questi strumenti, e a loro volta questi ci vengono dati solamente dal lavoro. È importantissimo pervenire a questa comprensione. Senza di essa non si faranno le cose giuste; si troveranno scuse.
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D. Non comprendo perché uno dovrebbe trovare scuse.
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R. Uno non vuol abbandonare l’idea di non poter ‘fare’, quindi anche se si rende conto che le cose accadono, egli trova scuse, quali: “Questo è un caso, ma domani sarà diverso”. Questo è il motivo per cui non possiamo comprendere quest’idea. Durante tutta la nostra vita vediamo che le cose accadono, ma noi le spiegheremo come accidenti, come eccezioni alla regola che non possiamo ‘fare’. O dimentichiamo, o non vediamo o non prestiamo sufficiente attenzione.
Riteniamo sempre che in ogni momento possiamo ‘fare’. Se vedete nella vostra vita un tempo in cui avete cercato di far qualcosa e non ci siete riusciti, questo sarà un esempio, perché scoprirete che avete spiegato il vostro fallimento come un caso, come un’eccezione. Se la stessa situazione si ripete, riterrete che sarete capaci di ‘fare’, e se fallirete ancora, di nuovo spiegherete il vostro insuccesso come un semplice accidente.
È utilissimo riesaminare la vostra vita da questo punto di vista. Vi proponevate una cosa ed è accaduto qualcosa di diverso. Se siete realmente sinceri, vedrete; ma se non lo siete, persuaderete voi stessi che quanto è accaduto era esattamente quello che volevate! Quando le cose accadono in una certa maniera, siamo trascinati dalla corrente, però riteniamo di essere noi a trascinare la corrente. 
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D. Se uno sente per un momento che è capace di ‘fare’, diciamo di eseguire un determinato compito nel proprio lavoro ordinario, qual è la spiegazione di ciò?
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R. Se uno è addestrato a far qualcosa, egli apprende a seguire una determinata piega di avvenimenti, o se preferite, a iniziare una certa piega di avvenimenti, poi questi si sviluppano, ed egli li segue anche se ritiene di star conducendo.
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D. Ma se uno ha un atteggiamento giusto?
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R. No, l’atteggiamento non ha nulla a che vedere con questo. L’atteggiamento può essere giusto e la comprensione può essere giusta, ma vi accorgerete che le cose accadono in una certa maniera: tutte le cose ordinarie. Cercate di ricordare casi in cui avete cercato di far qualcosa in maniera differente e osservate come ritornate sempre alla stessa cosa anche se avete fatto una lieve deviazione: forze enormi vi riportano alle vecchie maniere.
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D. Tutte le nostre azioni sono controllate da reazioni automatiche alle influenze esterne?
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R. No, abbiamo parecchie cose già stabilizzate, come le abitudini, il solito modo di pensare, le associazioni, i respingenti e parecchie altre. Quindi non sono semplicemente le influenze verso cui abbiamo una reazione naturale. Parecchie cose sono il risultato di influenze precedenti.
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D. Non posso separare l’idea del non essere capace di ‘fare’ dal fatalismo. Quando e come abbiamo la capacità di scelta e in che modo differiamo dagli animali?
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R. Nel nostro stato presente differiamo pochissimo. La nostra capacità di scelta comincia solamente quando cominciamo a renderci conto della nostra situazione, della nostra meccanicità, e quando cominciamo a lottare per qualcosa d’altro. Esistono possibilità per ciò. Ma questa è una maniera formatoria di pensare: o determinismo o libertà. Alcune cose sono determinate, altre meno determinate; alcune sono in nostro potere, se sappiamo come cambiarle o come girarle. Soltanto, dobbiamo sapere. Tutto è relativo.
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D. Quando avete detto che non possiamo evitare che accadano le stesse cose, intendevate finché il nostro essere non è cambiato?
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R. Non ho parlato del lavoro. Ho detto che era necessario comprendere che da noi non possiamo ‘fare’. Quando ciò è stato sufficientemente compreso, possiamo pensare a cosa sia possibile ‘fare’: quali condizioni, quali conoscenze e quali aiuti siano necessari. Ma prima occorre rendersi conto che nella vita ordinaria tutto accade. Soltanto quando questo è compreso emozionalmente è possibile procedere oltre.
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D. Non comprendo la distinzione tra ciò che uno può e non può ‘fare’. Come mai uno può lottare con le emozioni negative ma non può riuscire a destarsi?
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R. Il sonno è la forma o il livello del nostro essere. Uno può far qualcosa con l’ausilio del sistema, se gli è mostrata la maniera, ma esser desto indica il livello dell’essere stesso. Quindi tutta questa lotta con le emozioni negative, il cercare di arrestare pensieri inutili, cercare di ricordare se stessi: tutto questo vi porta al risveglio, ma non potete svegliarvi prima di svegliarvi.
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D. Ma, quando la gente cerca di essere conscia, questo non è “suo fare”?
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R. Sì; allora uno vede che non può fare. Nel cercare di divenire conscio tutto il lavoro dell’uomo è il suo proprio. Soltanto in questo sistema vi viene detto chiaramente che non potete ‘fare’ nulla. Tutti gli altri sistemi cominciano col ‘fare’ in un senso o in un altro, perché essi dicono fa questo e fa quello. Questo sistema è diverso. È un insegnamento esoterico, ma in esso potete cominciare nelle condizioni della vita ordinaria; non è necessario andare in una scuola chiusa o in un monastero. Per questo è particolarmente necessario comprendere prima di tutto che uno non può ‘fare’ nulla e che l’unica cosa che egli può cominciare a ‘fare’ è cercare di ricordare se stesso; comprendere quello e praticare questo.
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D. Pensavo che forse non dovremmo prendere quest’idea che non possiamo ‘fare’ troppo alla lettera?
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R. No, proprio alla lettera. Soltanto ciò si riferisce a persone che non sono collegate con alcun insegnamento. Allorché uno comincia a studiare certi insegnamenti o sistemi che danno metodi di scuola, deve cercare di fare certe cose. Nel lavoro dobbiamo ‘fare’, perché se non cerchiamo di ‘fare’, non accadrà nulla. Dobbiamo ‘fare’ proprio fin dal principio: non molto, ma cose assai precise. Se potete non identificarvi, ciò è già il principio di ‘fare’.
Se potete astenervi dal parlare quando siete inclini a parlare, ciò è già ‘fare’. ‘Fare’ comincia con l’andare contro corrente: prima in voi, nelle cose personali. Potete cercare di ricordare voi stessi, poi, quando cominciate a ricordare voi stessi potete ottenere determinati risultati ed accorgervi che potete fare più cose, ma tutte nei riguardi di voi stessi. Sarete capaci di fare qualcosa a proposito delle emozioni negative, per esempio, e a pensare in una maniera nuova. Ma fuori di voi, le cose continueranno ad accadere.
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D. Direste che una maniera di cominciare a ‘fare’ potrebbe consistere nell’alterare le cose in noi stessi in modo che esse accadano differentemente?
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R. È necessario ancora una volta dividere le persone in categorie. Gli uomini 1, 2 e 3 non possono ‘fare’ niente: nel loro caso tutto ‘accade’. Se fanno cose buone, ciò significa che non possono fare cose cattive; se fanno cose cattive, significa che non possono fare cose buone. Una cosa non è migliore dell’altra in quel senso, in quanto è tutto meccanico. Ma quando uno comincia a lavorare, quando uno entra in una scuola a qualsiasi livello, egli deve già imparare a ‘fare’. Come ho detto, uno deve cominciare con se stesso: deve conoscere se stesso, studiare se stesso, cercare di eliminare alcune cose, cercare di creare controllo su altre cose, ecc.
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D. Dobbiamo osservare come reagiamo?
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R. Osservare è sempre utile, però noi reagiamo sempre nella stessa maniera. Abbiamo solamente cinque o sei modi di reagire: soltanto alcune cose ci accadono e noi reagiamo ad esse sempre nella stessa maniera. Ma se cerchiamo di fare tutto quanto ci viene consigliato, e di non fare tutto quanto ci vien detto di astenerci dal fare, le cose cambieranno nella maniera giusta e un giorno, del tutto inaspettatamente, saremo capaci di far qualcosa che non avremmo potuto fare prima.
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D. Possiamo dirigere le cose che ci accadono?
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R. Se dirigiamo le cose in noi stessi. Se non accade nulla di inutile in noi, potremo cominciare ad essere capaci di controllare le cose che accadono dall’esterno, ma prima dobbiamo controllare le cose in noi stessi. Finché le cose vengono lasciate ‘accadere’ in noi stessi, non possiamo controllare nulla all’esterno. Come potrebbe essere altrimenti? Un ‘io’ decide di controllare le cose ma invece tutta la sua attenzione sarà presa da cose che accadono in noi e fuori di noi.
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D. Se l’uomo non può ‘fare’ nulla, ne consegue che tutto quanto può fare è controllare le proprie reazioni mentali a eventi fuori del suo controllo?
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R. Proprio così. Questo è il principio. Se egli impara a controllare le sue reazioni, allora dopo qualche tempo si accorgerà di poterne controllare sempre di più, e in seguito può accadere che sia capace di controllare, ancora una volta non tutti, perché esiste un’amplissima gradazione, ma alcuni eventi esterni. Altri determinati eventi esterni però non possono essere controllati a causa della loro diversa grandezza.
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D. Se voglio ottenere un risultato particolare e non ci riesco, e se allora faccio le cose in modo diverso, il risultato sarà lo stesso nonostante il mio sforzo? 
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R. Non dovete ingannare voi stessi. Se fate qualcosa e il risultato corrisponde alle vostre aspettative, è semplicemente fortuna, caso; questo è quanto. E in alcuni casi potete fare qualcosa di completamente diverso e tuttavia ottenere lo stesso risultato.
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D. Mi pare che uno è preso in un circolo vizioso!
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R. Certamente uno è preso, e il sistema è la strada per uscire da questo circolo vizioso, perché nelle condizioni di vita ordinaria non se ne può uscire.
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D. Potete dirci qualche altra cosa circa lo sforzo per uscire dal circolo?
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R. Se prendete tutto quanto vi è dato nella maniera giusta e lavorate con sforzo sufficiente, la scuola o il sistema, chiamatelo come volete, vi darà questa possibilità di uscirne. Non c’è via d’uscita senza scuola e senza conoscenza. Ancora una volta, se ottenete la conoscenza e non fate sforzi, sarà egualmente inutile. Quando uno è in una scuola, uno vien fatto ‘fare’, in quanto egli non può fare da sé, non può creare forza sufficiente. Ma se si mette in condizioni diverse queste produrranno determinati risultati. La scuola è necessaria perché è vettore di forza neutralizzante. Altrimenti uno può avere desiderio, può fare sforzi, ma non saprebbe come cominciare. Ciò sembra semplice, ma non è così semplice.
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D. Quali sarebbero in questo caso le forze attive e quelle passive?
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R. La vita può essere presa come forza attiva, e la forza passiva, direi, sta nell’inerzia, nelle abitudini, in tutto quanto ‘succede’.
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D. Come si può distinguere tra uno sforzo che è meccanico e uno che non lo è?
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R. Non c’è bisogno di distinguere. Fate sforzi, e i risultati appariranno.
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D. Intendete che tutto quanto ho veramente fatto nella mia vita finora sia stato cambiare da una forma di sonno a un’altra?
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R. Essa si è cambiata; voi non avete fatto nemmeno questo. Nella vita uno non ha controllo, mentre nel lavoro può acquisire controllo. Nel lavoro ci può essere un’evasione da questo stato in cui non possiamo far nulla e le cose ‘accadono’. Senza il lavoro non c’è evasione. Una certa illusione di controllo è fornita nella vita dall’educazione ordinaria, ma se le circostanze cambiano, questa scompare.
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D. Allora mi volete dire per piacere qual è la cosa principale che mi trattiene dall’evadere?
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R. La meccanicità. In voi le cose continuano ad ‘accadere’: cose sulle quali dovreste avere controllo, su cui però non avete acquisito controllo. Esistono cose in noi che sono e debbono essere meccaniche, quali i processi fisiologici e cose del genere, ed esistono altre cose sulle quali dobbiamo acquisire quanto più controllo possiamo, perché ci impediscono di destarci. Non vi rendete conto in quale misura una cosa in noi sia collegata con l’altra. Tutto è collegato. Non potete fare, o dire, o neppure pensare nulla fuori dalla linea generale delle cose che accadono.
I nostri quattro centri, intellettuale, emozionale, motorio e istintivo, sono così coordinati che un movimento in un centro produce immediatamente un movimento corrispondente in un altro centro. Alcuni movimenti o alcune posture sono collegati con alcuni pensieri; certi pensieri sono collegati con certi sentimenti, sensazioni, emozioni: tutto è collegato. Come siamo, con tutta la volontà che possiamo concentrare, possiamo acquisire qualche grado di controllo su un centro, ma soltanto su uno, e anche questo solamente per un breve periodo di tempo.
Ma altri centri andranno avanti da sé, corromperanno immediatamente il centro che vogliamo controllare, e lo porteranno di nuovo alla reazione meccanica. Supponete che io sappia tutto ciò che dovrei sapere, e supponete che decida di pensare in una maniera nuova. Comincio a pensare in una maniera nuova, ma sto seduto nella postura ordinaria, o fumo una sigaretta nella solita maniera, mi ritrovo ancora nei vecchi pensieri. 
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È la stessa cosa che con le emozioni; uno decide di sentire in una maniera nuova qualcosa. Poi pensa nella maniera vecchia e così le emozioni negative vengono di nuovo come prima, senza controllo. Quindi, al fine di cambiare, dobbiamo cambiare le cose contemporaneamente in tutti e quattro i centri, e ciò è impossibile in quanto non abbiamo volontà per controllare quattro centri. Nella scuola esistono metodi speciali per ottenere questo controllo, ma senza una scuola ciò non può esser fatto.
Complessivamente, la nostra macchina è pensata molto abilmente. Da un punto di vista ha meravigliose possibilità di sviluppo, da un altro punto di vista questo sviluppo è reso difficilissimo. Comprenderete perché è fatta così quando finalmente vi renderete conto del significato di consapevolezza e volontà, e allora capirete che né consapevolezza né volontà possono svilupparsi meccanicamente. Ogni piccola cosa deve essere sviluppata con la lotta, altrimenti non sarebbe né consapevolezza né volontà. Deve essere resa difficile.
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D. Sento che se avessi dovuto fare ogni cosa invece di contare sugli accidenti non mi sarebbe accaduto assolutamente nulla, perché la mia volontà è troppo debole.
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R. Non fare è in sé un tipo di fare. Tuttavia avete toccato qui un problema interessantissimo. Quando ottenete controllo accadranno sempre meno cose, e voi dovrete fare persino piccole cose perché esse non vi accadranno. Ma ciò probabilmente è molto lontano.
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D. Direste che il senso di responsabilità di dover fare qualcosa di utile nel mondo è immaginazione, poiché sostenete che non possiamo ‘fare’?
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R. Può essere immaginazione o imitazione, o può essere giusto. Ma in tal caso dobbiamo considerare che cosa e come; e come è più importante di che cosa. La maggior parte della gente pensa a cosa fare ma non a come fare. Spesso le cose che essa decide di fare sono impossibili, come arrestare le guerre e altre cose del genere.
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D. Se cerchiamo di essere consci e cerchiamo di vedere le cose come sono realmente, ciò cambierebbe la nostra situazione di modo che le cose non ci accadono, ma facciamo le cose come vogliamo farle?
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R. Certamente, questo è lo scopo, ma uno scopo molto lontano. Vedete, prima di tutto, qui c’è un uso sbagliato della parola ‘ci’. Dovete ricordare che quando è stato detto che le cose accadono a tutti e che la gente non può ‘far’ nulla, ciò si riferiva alle condizioni ordinarie nella vita ordinaria: quella che è chiamata vita normale. Ma nel nostro lavoro stiamo cercando di uscire da questa vita ‘normale’, perciò dobbiamo già ‘fare’. Solamente che dobbiamo prima imparare ciò che possiamo ‘fare’, perché nelle nostre presenti condizioni parecchie cose continueranno a succedere; in certe cose però possiamo già avere una scelta, possiamo mostrare la nostra preferenza, la nostra volontà, nei limiti in cui possiamo avere volontà.
Quindi ‘ci’ non può essere usato nella stessa maniera di prima. Ma dobbiamo comprendere che al principio la differenza non è tra ‘fare’ e ‘non fare’ ma tra cercare di ‘fare’ e cercare di comprendere, e attualmente tutta la nostra energia deve essere concentrata nel cercare di comprendere. Ciò che potete cercare di ‘fare’ deve essere spiegato. Noi stiamo cercando di trovare le cose che possiamo controllare in noi stessi, e se lavoriamo su esse, acquisteremo controllo. Questo è tutto il ‘fare’ possibile per il momento.
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D. Il completo renderci conto che non possiamo ‘fare’ nulla è già un gran passo sulla strada del ‘fare’?
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R. Qualche volta il passo è troppo lungo, perché ogni idea prolungata troppo lontano diviene il suo opposto. Sicché se vi persuadete troppo seriamente di non poter far nulla, vi accorgerete che realmente non potete far nulla. È una questione di relatività. Come ho detto, non essere capaci di ‘fare’ si riferisce a individui senza alcuna possibilità di lavoro di scuola.
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D. Ritengo di aver bisogno di un maestro. Mi accorgo di non poter far nulla da solo. 
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R. Un maestro non può ‘fare’ nulla per voi. Vi vengono dati alcuni compiti e voi dovete farli. Le cose stanno sempre così. Invece di cercare di ‘fare’, cercate di ‘non fare’! Imparate a ‘fare’ apprendendo prima a ‘non fare’. State cercando di fare cose che considerate desiderabili; cercate nella maniera opposta: di non fare cose che sono indesiderabili. Vedete, questa autoevoluzione non è obbligatoria, né meccanica: non c’è garanzia. Dipende dallo sforzo.
La gente chiede spesso: “Come mai ho lavorato per tanti anni e ancora non ho esperienza di centri superiori?”. E io le chiedo: “Avete realmente lavorato per tanti anni?”. Uno conta dal momento in cui ha udito queste idee, ma non cerca di calcolare per quanto tempo ha realmente lavorato: quanti giorni, quante ore, o minuti in ciascun giorno. Se egli fa questo calcolo, vedrà che non ha ragione di attendersi ancora alcun risultato, anche se ne ha sentito parlare da molto tempo.
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D. Se siamo macchine, come possiamo cambiare il nostro essere?
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R. Non possiamo attendere finché cambiamo. Esiste un principio importantissimo nel lavoro: non dovete mai lavorare secondo la vostra forza, ma sempre più della vostra forza. Questo è un principio permanente. Nel lavoro dovete sempre fare più di quanto potete; soltanto allora cambierete. Se fate soltanto quanto vi è possibile rimarrete dove siete. Bisogna fare l’impossibile. Non dovete prendere la parola ‘impossibile’ su una scala troppo grande, ma anche un po’ significa molto. Questo è diverso nella vita: nella vita fate soltanto ciò che è possibile. È necessario mettere maggiore energia nelle cose: nello studio di sé, nell’osservazione di sé, nel ricordare se stessi, ecc.
E, allo scopo di mettere maggiore energia nel vostro lavoro, è necessario scoprire come questa viene spesa. Vi svegliate ogni mattino con un certo ammontare di energia. Questa può essere spesa in parecchie maniere diverse. Una certa quantità di energia è necessaria per ricordare se stessi, per lo studio del sistema e così di seguito. Ma se spendete questa energia in altre cose, non rimane nulla per quello. Questo è realmente il punto principale. Cercate di calcolare ogni mattino quanta energia intendete impiegare nel lavoro in confronto alle altre cose.
Vedrete che persino nelle cose elementari, semplicemente in relazione al tempo, date pochissimo al lavoro, seppure date qualcosa, e tutto il resto è dato a cose completamente inutili. Ciò è bene se queste sono cose piacevoli, ma nella maggior parte dei casi non sono nemmeno piacevoli. Mancanza di calcolo, mancanza di queste statistiche elementari: ecco la ragione del nostro non comprendere perché, con tutte le nostre migliori intenzioni e migliori decisioni, alla fine non facciamo nulla.
Come possiamo fare qualcosa se non diamo alcuna energia o tempo ad esso? Se volete imparare una lingua, dovete apprendere un certo numero di parole ogni giorno e dedicare un po’ di tempo allo studio della grammatica, ecc. Se desiderate imparare il russo e cominciate con l’apprendere cinque parole al giorno, vi garantisco che non l’imparerete mai. Ma se imparate duecento parole al giorno, in pochi mesi comprenderete il russo. Tutto dipende da statistiche elementari. In ogni tipo di lavoro o studio c’è un certo standard. Se gli dedicate una certa quantità di energia e tempo, ma non abbastanza, non avrete risultati. Continuerete a girare in tondo e rimarrete all’incirca allo stesso posto.
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D. Io sono una di quelle persone che imparano soltanto cinque parole al giorno, ma ho sempre ricevuto conforto dal pensiero che alla fine questo sistema è destinato a funzionare.
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R. No, è necessario mettere maggior pressione in ciò. Osservate che persino nelle nostre conversazioni parlano soltanto poche persone: le altre desiderano soltanto ascoltare, perché è più tranquillo, più comodo. Così non traete vantaggio dai pensieri. Io ve ne do molti, ma la maggior parte di essi non li sfiorate nemmeno. Ciò è pigrizia mentale, indolenza generale. Questa pigrizia va superata. Non potete ottenere nulla con l’essere pigri, o col fare una cosa soltanto e trascurando tutto il resto.
Sta di fatto che io vi do un indirizzo: voi non l’afferrate. Vi do un altro indirizzo: non afferrate nemmeno questo. Sicché alla fine abbiamo solamente mancato degli indirizzi. Come ho detto, ogni tipo di lavoro, ogni tipo di stato, richiede un preciso minimo di sforzo e minimo di tempo dedicato ad esso, e il lavoro che stiamo cercando di fare necessita più di parecchie altre cose se vogliamo ottenere risultati appena percepibili. Cosa significa lavorare praticamente?
Significa lavorare non soltanto sull’intelletto ma anche su emozioni e volontà. Lavoro sull’intelletto significa pensare in una maniera nuova, creare nuovi punti di vista, distruggere illusioni. Lavoro sulle emozioni significa non esprimere emozioni negative, non identificarsi, non considerare e, in seguito, anche lavoro sulle emozioni stesse.
Cosa significa però lavoro sulla volontà? Significa lavoro sulle proprie azioni. Prima dovete chiedervi: cos’è volontà negli uomini n. 1, 2 e 3? È la risultante di desideri. Volontà è la linea di condotta di desideri combinati, e dato che i nostri desideri cambiano costantemente, non abbiamo linea di condotta permanente. La volontà ordinaria quindi dipende dai desideri e noi possiamo avere parecchi desideri che vanno in direzioni differenti.
La linea costruita da tutti questi angoli ne è la risultante. Questa è la nostra volontà. Può andare in una direzione un giorno, in un’altra un altro giorno, e noi la riteniamo diritta. Perciò essa è in realtà la risultante della nostra cecità. Dobbiamo chiederci su cosa potrebbe essere basata la volontà dell’uomo n. 7. Deve essere basata sulla completa consapevolezza, e ciò implica conoscenza e comprensione collegate con consapevolezza obiettiva e ‘io’ permanente. Perciò sono necessarie tre cose: conoscenza, consapevolezza e ‘io’ permanente. Soltanto gli individui in possesso di queste tre cose possono avere volontà reale; questa significa una volontà indipendente dai desideri o da qualsiasi altra cosa.
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D. Avete detto che non è possibile per noi alcuna volontà?
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R. Volontà è un termine relativo: esistono differenti volontà a livelli diversi. Un uomo meccanico che non pensa mai allo sviluppo, ha soltanto una moltitudine di piccole volontà che sono completamente meccaniche. Egli ha un certo desiderio: una parte di lui vuol fare qualcosa mentre un’altra teme di essere punita se la fa. Ne segue una lotta tra diverse tendenze e ciò che ne risulta chiamiamo ‘volontà’.
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D. Allora, allo scopo di sviluppare la volontà, bisogna opporsi ai desideri?
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R. Prima di tutto dovete divenire uno. Ognuno di voi è molti e ha centinaia di ‘io’ e centinaia di volontà. Se volete sviluppare una volontà indipendente dovete divenire uno e conscio. La volontà dipende da unità e consapevolezza.
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D. Se siamo decisi a fare qualcosa che non ci va, e riusciamo a farla, non stiamo usando la volontà?
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R. Questa può essere paura; forse avete paura di non farla, o forse vi aspettate qualche ricompensa in questa vita o nell’altra: sono possibili parecchie cose. In genere siamo o spaventati di qualcosa o ci attendiamo da essa qualche tipo di beneficio. Di norma il termine ‘volontà’ è usato in un senso relativo, ma quando noi parliamo di volontà, parliamo di un certo livello. Prima di poter parlare della possibilità di volontà dobbiamo avere almeno un punto centrale che possa controllare il resto. Volontà significa liberazione dallo stato meccanico.
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D. L’unità proficua può essere ottenuta mediante l’assorbimento in qualche lavoro di ordinaria amministrazione che impieghi la maggior parte degli ‘io’?
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R. Questa non può essere chiamata unità completa, è soltanto unità relativa: l’unità degli ‘io’ impiegati in questo lavoro. Uno può allenarsi moltissimo col lavoro di questo tipo, ma ciò può non riguardare l’intero voi. Non esiste lavoro che possa riguardarvi interamente, si tratterà soltanto di una vostra piccola parte.
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D. Come possiamo cambiare o destarci se non abbiamo libera volontà? 
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R. Se avessimo libera volontà non saremmo macchine. Come può una macchina avere libera volontà? E come possiamo cambiare? È stato già spiegato che esiste una possibilità di cambiamento, ma è una possibilità piccolissima, e sono necessarie parecchie differenti combinazioni di circostanze favorevoli per poter cominciare. In seguito, a ciascun passo, ciò diviene sempre più difficile e richiede sforzo maggiore; poi, dopo qualche tempo, diviene più facile. Ma è necessaria prima una certa combinazione di circostanze, e in seguito anche duro lavoro, in quanto è necessaria la scuola.
Senza una scuola è impossibile cambiare noi stessi. Le difficoltà sono talmente grandi e l’uomo è così debole che egli non può far nulla da solo.
Attualmente la nostra volontà appartiene agli ‘io’, o a gruppi di ‘io’, basati su una personalità fra le tante. Ma volontà reale significa una sola volontà, sicché essa può appartenere soltanto a un singolo ‘io’, o, se preferite, all’essenza. Quindi prima dobbiamo essere uno almeno in determinati momenti e poi cercare di lavorare per creare volontà.
Uno non può diventare unificato immediatamente. La volontà è costretta a venire e ad andarsene; in un momento avremo volontà, in un altro non ne avremo affatto. Occorrerà moltissimo tempo prima che possiamo parlare di una qualsiasi cosa credibile in noi, lasciando stare qualsiasi cosa permanente.
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D. Come cresce la volontà?
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R. Non può crescere senza sforzo. Dovete risparmiare energia al fine di metterne insieme abbastanza per lottare contro certe debolezze. Supponete di rendervi conto che qualche cosa è una debolezza e che dovete lottare con essa, vi accorgerete però di non avere sufficiente energia; potete cercare allora di fare una cosa più piccola, meno difficile, e in tal modo risparmierete energia.
Parlando in generale, perdiamo l’opportunità di fare piccoli sforzi. Li trascuriamo, non li consideriamo abbastanza importanti. Eppure possiamo aumentare la nostra capacità di compiere sforzi soltanto facendo questi piccoli sforzi che trascuriamo.
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D. La creazione di unità è indispensabilmente preceduta da conflitti interiori?
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R. Dalla percezione di conflitti interiori. I conflitti interiori sono costanti. Nessuno vive senza contrasti interiori, essi sono normali e stanno sempre là. Quando però cominciamo a lavorare, il conflitto aumenta. Quando non lavoriamo, fuggiamo, non lottiamo. Cosa significa ‘lavoro’? Significa lotta con cose contrastanti. Abbiamo un certo scopo, ma parecchi dei nostri ‘io’ non vogliono andare in quella direzione, quindi naturalmente il conflitto cresce. Ma creazione di unità non è risultato di conflitto: è risultato di lotta col conflitto.
Noi siamo molti e vogliamo essere uno: questa è una formulazione del nostro scopo. Ci rendiamo conto che è un inconveniente, che è scomodo e pericoloso essere parecchi. Decidiamo di essere almeno meno divisi, di divenire cinque invece di cinquecento. Sento di dover far qualcosa e non voglio farla: questo è conflitto, ed esso, ricorrendo costantemente, crea resistenza e produce unificazione.
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D. La resistenza non impedisce a molte persone di conseguire qualche cosa?
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R. La resistenza può essere di natura assai diversa, perché abbiamo parecchie abitudini, fisiche e mentali, che a volte non possiamo vincere. Le abitudini possono essere tanto forti da non lasciar posto a nulla di nuovo. Qui arriviamo ancora una volta al problema delle scuole, perché da soli, anche se sappiamo, non possiamo vincere la resistenza né interna né esterna.
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D. Se tutto sta andando per il suo verso e uno non avverte alcun conflitto ‘si’ e ‘no’, è una buona cosa cercare di produrlo?
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R. Non ce n’è bisogno. Nel momento in cui uno comincia a lavorare a cercare di ricordare se stesso, a tentare di non identificarsi, di ricordare il sistema, comincia immediatamente l’attrito. L’attrito crea energia. Se le cose sono facili, non c’è attrito. Ma se mettete bastoni tra le ruote della meccanicità, questo crea attrito, che a sua volta crea energia. 
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D. Cosa significherebbe unità? È unità tra i centri?
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R. L’unità non è tra i centri, perché i centri sono diversi, ma tra personalità o gruppi di ‘io’. Ciascun centro ha il proprio lavoro e i nostri centri sono troppo coordinati, in quanto il lavoro di un centro meccanicamente produce il lavoro di un altro centro. Ciò non è affatto desiderabile, ed è parzialmente dovuto a questo coordinamento sbagliato che le personalità non siano sufficientemente collegate: parecchie di esse sono del tutto indipendenti e contraddittorie.
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D. Il desiderio di svilupparsi può essere chiamato volontà?
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R. Chiamatelo desiderio; è più che sufficiente. Non è volontà. Volontà appartiene all’intero ed è un altro lato della consapevolezza.
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D. Nel nostro stato di consapevolezza possiamo sapere la differenza tra desiderio e volontà?
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R. Certamente. Il desiderio è quando fate quello che volete; la volontà è quando fate ciò che non volete.
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D. Come possiamo fare il giusto uso del conflitto interiore?
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R. È semplicissimo. Una parte di noi: il centro magnetico o una personalità, vuole destarsi. La parte maggiore di noi invece vuole dormire. Dovete decidere da quale parte state, e poi aiutare quella parte. Allo scopo di studiare come cominciare il lavoro sulla volontà, come trasformare la volontà, bisogna rinunciare alla propria volontà. Questa è un’espressione assai pericolosa se fraintesa. È importante comprendere esattamente cosa significhi “rinunciare alla propria volontà”. Noi non abbiamo volontà, perciò come possiamo rinunciare a ciò che non abbiamo?
Per prima cosa dovete rendervi conto che non avete mai ammesso il fatto di non avere volontà; l’avete ammesso solamente a parole. In secondo luogo, dovete comprendere che noi non abbiamo sempre volontà ma soltanto qualche volta. La volontà nel nostro stato significa un forte desiderio. Se non c’è forte desiderio, non c’è volontà e quindi non c’è nulla cui rinunciare.
In un altro momento abbiamo un forte desiderio che è contro il lavoro, e se lo arrestiamo, questo significa che rinunciamo alla volontà. Non ci accade ogni momento di rinunciare alla volontà, ma soltanto in momenti speciali. E cosa significa “contro il lavoro”? Significa contro le regole e i principi del lavoro o contro qualcosa che vi è stato personalmente detto di fare o di non fare. Esistono alcune regole e principi generali e possono esserci condizioni personali per individui diversi.
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D. Si dovrebbero chiedere ulteriori direttive personali?
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R. Sì, ma se uno chiede, deve obbedire. Non si è obbligati a fare nulla, tranne che seguire le regole e i principi generali, se non si chiede; prima di chiedere bisogna pensarci due volte.
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D. Se si è pronti ad ubbidire, voi ci darete direttive?
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R. Se se ne presenta l’opportunità. Bisogna che sia in un momento in cui avete volontà. Deve esistere un desiderio preciso di fare qualcosa che influenzi il lavoro o altra gente. Di solito abbiamo cattiva volontà; assai raramente abbiamo buona volontà. Se avete buona volontà, io non ne parlo; dico semplicemente: “Avanti, continuate, imparate”. Voi non sapete come pensare nei riguardi della volontà. In un momento vi rendete conto di essere macchine, ma nel momento successivo volete agire in base alla vostra opinione. In quel momento dovete essere capaci di fermarvi, di non fare ciò che volete.
Questo non si applica ai momenti in cui non avete intenzione di far nulla, ma dovete essere capaci di fermarvi se il vostro desiderio va contro regole o principi, o contro ciò che vi è stato detto. Spesso accade che gli individui procedano nello studio e perdano questi momenti. Essi credono di lavorare quando non accade nulla. Non possiamo sempre lavorare egualmente; in un momento è sufficiente lo studio passivo, in un altro è necessario andare contro noi stessi, fermarci. 
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D. Cosa causa questi momenti?
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R. Il desiderio. Come ho detto, la nostra volontà è una risultante di desideri. Non è un’espressione del sistema, è una vecchia definizione psicologica, ma una buona definizione. I desideri possono essere differentissimi: possono essere desideri intellettuali, come il desiderio di sapere, la curiosità, oppure emozionali, istintivi o motori. Se prevale un forte desiderio, questo dà direzione ai desideri. Parlo ora di desideri che possono avere un collegamento col lavoro.
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D. Ci vien detto di osservare le regole. Questo presuppone che ciò ci è possibile, il che sarebbe ‘fare’. Ciò mi sembra incompatibile con l’idea che non possiamo ‘fare’.
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R. Tutto è relativo. Possiamo ‘fare’ alcune azioni interiori perché abbiamo un certo controllo. Per esempio, abbiamo un certo controllo dei nostri pensieri: possiamo pensare a una cosa o a un’altra: questo è il principio della possibilità. Se continuiamo a mantenere i nostri interessi diretti su una certa linea, il nostro pensiero acquisisce un certo potere e, dopo qualche tempo, esso può creare almeno momenti di consapevolezza di sé che, quando questa viene più spesso e rimane più a lungo, può cominciare a cambiare altre cose. Esistono quindi vie di uscita da questa meccanicità assoluta.
Ma se uno è in condizioni di vita ordinaria, senza sapere che tutto accade, non può far nulla. La vera possibilità di cambiare queste condizioni comincia col controllo dei pensieri e col controllo il più vasto possibile della consapevolezza, cioè, con lavoro interiore su noi stessi. Facendo questo lavoro interiore, cercando di acquistare controllo di sé, uno impara come ‘fare’. Questo non significa che uno può ‘fare’, perché non può; ma se comincia, poi, poco a poco, impara come ‘fare’.
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D. La disciplina autoimposta è bene o deve essere disciplina di scuola?
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R. La disciplina è bene se è disciplina. Se è un’invenzione arbitraria, allora può non dare risultati. L’aspetto più importante della disciplina è non esprimere emozioni negative e non indulgere in esse. I compiti meccanici non possono dare alcun risultato, ma se vi sorprendete in un momento di emozione negativa e lo fermate, questa è disciplina. Se vogliamo stare nel lavoro, dobbiamo verificare tutti i nostri pensieri, parole e azioni dal punto di vista del lavoro. Se quindi volete lavorare, non siete più liberi: dovete perdere l’illusione della libertà.
Il problema è: Avete libertà? Avete qualcosa da perdere? Questa è la ragione per cui è necessario ricordare se stessi. Questo non è soltanto consapevolezza di sé, significa anche una certa capacità di agire in una determinata maniera, di fare ciò che si vuole. Vedete, nel nostro pensiero logico, nella conoscenza logica, dividiamo consapevolezza da volontà. Consapevolezza significa volontà. In russo, per esempio, viene usata la stessa parola per volontà e per libertà. Consapevolezza significa volontà, e volontà significa libertà.
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D. Attenzione è sinonimo di volontà?
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R. No, altrimenti non sarebbe necessario impiegare due parole. Ma il controllo dell’attenzione è il principio della volontà.
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D. Avete parlato di mettere le cose sotto controllo. Cos’è in noi che controlla?
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R. Ciò dipende da quello che volete. In ciascuna particolare linea di azione lo scopo è il fattore di controllo. Nel lavoro o studio su voi stessi avete un certo scopo. Questo scopo controllerà le vostre azioni. Ma voi non intendevate questo: avete chiesto cosa è in noi che può controllare. Per rispondere a ciò, debbo tornare di nuovo al gruppo degli ‘io’, in questo caso al centro magnetico. Presentemente, in relazione al nostro lavoro personale, il nostro scopo è di essere sotto il controllo del centro magnetico e non di ‘io’ sporadici, di cui uno sia interessato in una cosa e un altro in un’altra. Se ognuno di essi ci vuol controllare, questo significa che alla fine nessuno controlla; ma se siamo controllati dal centro magnetico ciò significa già un certo controllo. 
La determinazione e definizione di scopo è un momento importantissimo nel lavoro. Accade di solito che si definisce il proprio scopo del tutto giustamente, esattamente nella giusta direzione, soltanto che si sceglie uno scopo molto lontano. Poi, quando è in vista questo scopo, si comincia a imparare e ad accumulare materiale. La volta successiva in cui si cerca di definire lo scopo, lo si definisce in maniera un poco diversa trovando uno scopo che è un po’ più vicino; la volta dopo un altro ancor più vicino, e così di seguito, finché non si trova uno scopo vicinissimo: domani o dopodomani.
Questa è in realtà la strada giusta in relazione agli scopi, se parliamo di essi senza maggior precisione. Possiamo trovare parecchi scopi che sono stati già precisamente menzionati. “Essere uno”. Giustissimo, un ottimo scopo. “Essere libero”. Come? Soltanto quando si acquista il controllo della macchina.
Una persona può dire “voglio essere conscio”; un’altra può dire “voglio essere sveglio”, oppure “voglio aver volontà”. Questi sono tutti scopi sulla stessa linea, soltanto a distanze differenti.
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D. Sono arrivato alla conclusione che la maggior parte dei miei scopi è troppo remota e voglio lavorare di più sul lato pratico.
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R. Sì, perché prima di poter raggiungere scopi remoti, esistono parecchie cose che potete fare qui e ora, e ciò è dove questo sistema differisce da quasi tutti gli altri sistemi. Quasi tutti gli altri sistemi cominciano con scopi lontani almeno diecimila miglia, che non hanno significato pratico; mentre questo sistema comincia in questa stanza.
Ecco la differenza; essa va compresa prima di ogni altra cosa. Dobbiamo ripetutamente tornare al problema di ciò che vogliamo dal lavoro. Non servitevi della terminologia del sistema ma cercate ciò che voi stessi volete. Se dite che volete esser consci, ciò va benissimo; ma perché? Cosa volete ottenere dall’essere consci? Non potete pensare di poter rispondere immediatamente a questa domanda. È molto difficile.
Ma dovete continuare a tornarci sopra. E dovete comprendere che, prima che venga il tempo in cui sarete capaci di ottenere quello che volete, dovete sapere cos’è. Questa è una condizione assai precisa. Non potete mai ottener nulla finché non potete dire: “Voglio questo”.
Allora forse potete ottenerlo o forse non potrete; ma non potrete mai averlo a meno che non sappiate cosa sia. Potrete formularlo alla vostra maniera e dovete essere sinceri con voi stessi. Allora vi potete chiedere: “Il sistema sarà capace di aiutarmi a ottenerlo?”.
Se ricordiamo il nostro scopo, se ci pensiamo, se troviamo un numero sempre maggiore di ragioni per cui dobbiamo lavorare, la nostra volontà si muoverà in un’unica direzione e si farà più forte. Se dimentichiamo il nostro scopo, ci indeboliamo. Ho parlato del problema dello scopo perché vi consiglio di rifletterci sopra, di rivedere quanto avete già pensato sullo scopo e di pensare a come definireste ora il vostro scopo, dopo uno studio di queste idee.
Direi che quanto un uomo può ottenere, quanto gli può essere promesso a condizione che lavori, è che dopo qualche tempo di lavoro egli vedrà se stesso. Altre cose che egli può ottenere, quali consapevolezza, unità, collegamento coi centri superiori, vengono tutte dopo questa: e non sappiamo in che ordine esse vengono.
Dobbiamo però ricordare una cosa: finché non otteniamo questo – finché non vediamo noi stessi – non possiamo ottenere null’altro. Finché non cominciamo a lavorare con questo scopo in vista non possiamo dire di aver cominciato a lavorare. Perciò, dopo qualche tempo, dobbiamo essere capaci di formulare il nostro scopo immediato come quello di essere capaci di vedere noi stessi. Non dico di conoscere noi stessi (ciò verrà in seguito), ma di vedere noi stessi. L’uomo ha paura di vedere se stesso. Ma può decidere di farsi coraggio e di vedere cosa egli è. 
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D. La volontà è parte dell’essere?
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R. Sì, lo stesso che consapevolezza e comprensione. Soltanto che se lavorate troppo su comprensione e conoscenza e trascurate la volontà, allora invece di divenire più forte la vostra volontà si farà più debole, o rimarrà la stessa di quella che era. Se la volontà rimane non sviluppata, lo sviluppo della comprensione non può essere di grande aiuto. Uno può comprendere moltissimo e non essere capace di far nulla a questo riguardo.
Sicché proprio fin dal principio uno deve cominciare a fare seri sforzi per sviluppare la volontà. Come ho detto, con la nostra volontà – volontà di uomini n. 1, 2 e 3 – possiamo controllare soltanto un centro, usando tutta la concentrazione che ci è possibile. Tuttavia i centri dipendono uno dall’altro. Il controllo di più di un centro può essere ottenuto soltanto se vi mettete sotto qualche altra volontà, perché la vostra volontà è insufficiente, e questa è la ragione per cui sono necessari la disciplina di scuola e gli esercizi di scuola. Non abbiamo volontà reale; abbiamo solamente ostinazione e caparbietà.
Se si comprende ciò, si può avere il coraggio di rinunciare alla propria volontà. In una scuola vengono create speciali possibilità di rinunciare alla propria volontà, di modo che, se ci rinunziate, in seguito potrete avere la vostra propria volontà. Ma anche senza queste speciali possibilità, se gli individui si osservano e stanno attenti, possono cogliere momenti in cui è presente un forte desiderio e chiedersi cosa debbono fare alla luce del sistema. Ognuno deve scoprire quale sia la sua reale situazione.
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D. Cos’è ostinazione? E qual è la differenza tra ostinazione e caparbietà?
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R. Non c’è particolare differenza. Entrambe sono manifestazioni della stessa cosa: in genere manifestazioni di resistenza. È volontà creata e controllata da opposizione. Abbiamo questa volontà, ma essa non viene da noi, viene dall’ostacolo. Ostinazione è quando, per esempio, qualcuno vede che un uomo non sa come fare una cosa, si offre di spiegarglielo, ma quello dice: “No, lo farò da me”, “Deciderò da me”, “Non voglio ascoltar nessuno”, ecc.
Caparbietà è quasi la stessa cosa, solamente più generale: può essere una sorta di abitudine. È volontà meccanica, generalmente basata su assunti sbagliati, circa se stessi e la propria esperienza. Ostinazione è autoritarietà. Se confrontate l’ostinazione con un’azione normale c’è sempre in quella una certa opposizione: volete fare qualcosa che non dovreste. Ciò è assai caratteristico nel lavoro.
Studiando le idee, sapete che dovete evitare certe cose, eppure volete proprio quelle cose. Se cominciate con questo riflettendo sull’ostinazione, troverete esempi vostri.
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D. Come possiamo lavorare contro l’ostinazione? Ed è possibile per noi, come siamo, riconoscere i momenti in cui abbiamo vera volontà?
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R. Non vera volontà; la vera volontà è lontanissima. Come ho detto, tutto quanto abbiamo è ostinazione e caparbietà, o piccole volontà che mutano costantemente. Per quanto riguarda sapere come possiamo lavorare contro l’ostinazione: potete studiare il sistema. Ci sono certe richieste del sistema; le cose che non dovete fare e quelle che dovete. Cosa può essere opposto a ostinazione? Esistono soltanto due cose opposte l’una all’altra: lavoro e ostinazione. L’ostinazione, per esempio, vuole parlare e voi non dovete parlare di certe cose, perché se lo fate, direte soltanto bugie; esiste una regola che non potete parlare delle idee del sistema a gente estranea prima di conoscerle e comprenderle.
Ne segue una lotta, e il risultato è in relazione a chi dei due vince. In questa maniera, proprio fin dal principio, incontrate queste idee del lavoro opposte all’ostinazione. Se dimenticate il lavoro, non lavorate contro l’ostinazione. L’unico modo per combattere l’ostinazione è ricordare il lavoro. Può darsi che in un momento il lavoro non c’entri affatto, in un altro momento però c’entra, e in quel momento potete comprendere cosa significhi rinunziare all’ostinazione.
Chiedetevi: è giusto dal punto di vista del lavoro o no? Questa è lotta contro l’ostinazione. Nell’uomo ordinario la volontà segue una linea a zigzag o va in circoli, questa è la ragione per cui è necessario soggiogare la volontà. Questo soggiogamento l’addestra talmente che in seguito essa può seguire una linea precisa.
Quando diventa sufficientemente forte, non è più necessario limitarla. Perciò la volontà non può essere lasciata come è presentemente, perché ora corre in tutte le direzioni. Essa deve essere addestrata, e al fine di addestrare la volontà uno deve fare parecchie cose sgradevoli.
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D. Le opportunità per addestrare la volontà sono sempre presenti se uno può trovarle?
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R. Sì, come ho detto, dove c’è attrito. Ma ciò dipende da quello che volete: dal vostro desiderio di attrito, dalla vostra decisione, dal vostro stato e posizione. Nel lavoro, ad ogni momento, bisogna superare pigrizia, inerzia, desiderio di fermarsi. Se non si lavora non c’è nulla da superare, ma se si lavora ad una cosa qualsiasi è sempre necessario superare il desiderio di smettere di lavorare.
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D. Se io mi obbligo a fare qualcosa che non voglio fare, questo è attrito?
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R. Qualsiasi cosa è attrito, purché la facciate. Non è sufficiente soltanto pensarla. Solamente mediante l’attrito potete creare energia e sviluppare volontà.
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D. Grosse quantità di attrito interno e di scomodità sono sempre un preliminare necessario a nuovo sviluppo?
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R. Ciò dipende dalle persone. Per alcune può esserne necessaria più, per altre meno. Ancora una volta ciò dipende da quello che volete. Se volete soltanto studiare, è sufficiente vedere, ma se volete cambiare una cosa non è sufficiente guardarla. Guardare una cosa non la cambierà. Lavoro significa attrito, conflitto tra ‘sì’ e ‘no’, tra la parte che desidera lavorare e quella che non vuole. Esistono parecchie parti di noi che non desiderano lavorare, sicché nel momento in cui cominciate il lavoro ha inizio l’attrito.
Se decido di fare qualcosa e una parte di me non desidera farla, debbo insistere finché sono capace di portare a termine la mia decisione. Non appena però il lavoro si ferma, l’attrito cessa.
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D. Come si può creare attrito utile?
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R. Dovete cominciare con qualche idea concreta. Se non producete resistenza, tutto accade. Ma se avete alcune idee, potete già resistere all’identificazione e lottare contro l’immaginazione, le emozioni negative e cose del genere. Cercate di scoprire cosa realmente vi impedisce di essere attivi nel lavoro. È necessario essere attivi nel lavoro; non si può ottener nulla essendo passivi. Dimentichiamo il principio, dove e perché abbiamo cominciato, e durante la maggior parte del tempo non pensiamo mai allo scopo, ma soltanto a piccoli particolari.
Nessun particolare è di alcuna utilità senza scopo. Il ricordare se stessi non è di alcuna utilità senza ricordare gli scopi del lavoro e il vostro originale scopo fondamentale. Se questi scopi non vengono ricordati emozionalmente, possono trascorrere anni e si rimarrà sempre nello stesso stato. Non è sufficiente educare la mente; è necessario educare la volontà.
Non siamo mai gli stessi per due giorni di seguito. Un giorno possiamo avere più successo, un altro meno. Tutto ciò che possiamo fare è controllare ciò che possiamo. Non possiamo mai controllare cose più difficili se non controlliamo le cose facili. In ogni giorno e ora ci sono cose che potremmo controllare e non lo facciamo; sicché non possiamo avere cose nuove da controllare. Siamo circondati da cose neglette.
Principalmente, non controlliamo il nostro pensare; pensiamo in maniera vaga a ciò che vogliamo, ma se non formuliamo quello che vogliamo, non accadrà nulla. Questa è la prima condizione ma esistono parecchi ostacoli. Lo sforzo è la nostra moneta. Se vogliamo qualcosa, dobbiamo pagare con lo sforzo. In base alla intensità dello sforzo e al tempo dello sforzo: nel senso se è o no il tempo giusto per lo sforzo, otteniamo risultati. Lo sforzo richiede conoscenza, conoscenza dei momenti in cui lo sforzo è utile.
È necessario apprendere mediante lunga pratica come produrre e applicare lo sforzo. Gli sforzi che possiamo fare sono sforzi di osservazione di sé e di ricordo di sé. Quando la gente fa domande sullo sforzo, essa pensa a uno sforzo di ‘fare’. Questo sarebbe sforzo perso o sforzo sbagliato, mentre lo sforzo dell’osservazione di sé e del ricordo di sé è sforzo giusto perché può dare risultati giusti. Il ricordare se stessi ha in sé un elemento di volontà.
Se noi stessimo sognando semplicemente: “Io sono, io sono, io sono”, ciò non sarebbe nulla. Potete inventare parecchie maniere diverse di ricordare voi stessi, perché ciò non è una cosa intellettuale o astratta, sono momenti di volontà. Non è pensiero; è azione. Significa avere accresciuto controllo; altrimenti di quale utilità sarebbe? Potete avere soltanto controllo di voi stessi nei momenti in cui ricordate voi stessi.
Il controllo meccanico che è acquisito mediante addestramento ed educazione – allorché ci viene insegnato come comportarci in determinate circostanze – non è vero controllo.
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D. Il rinunziare alla propria volontà comporta la rinunzia al proprio giudizio?
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R. Dipende in che cosa. In genere ciò significa rinunziare all’infantilismo, all’inefficienza e alla menzogna. Abbiamo idee errate su ciò che significa rinunciare alla volontà. In primo luogo, voi pensate che sia un’azione definitiva: che rinunciate alla volontà e non avete più volontà. Questa è un’illusione, in quanto non abbiamo una tale volontà cui rinunciare. La nostra volontà dura per circa tre minuti. La volontà si misura col tempo. Se per una volta rinunciamo a tre minuti di volontà, domani cresceranno altri tre minuti di volontà. Rinunciare alla volontà non è un’azione, è un processo continuo.
Una singola azione non significa nulla. Il secondo errore è non ricordare alcuni principi per i quali rinunciare alla volontà. Esistono parecchi principi allo scopo di seguire i quali dovete rinunciare alla vostra volontà. La terza cosa sta nell’evitare il pensare per estremi; l’immaginare i casi più difficili.
Cominciate con casi semplici, comuni. Rinunciare alla volontà significa soltanto ricordare il lavoro. In tal modo imparate come creare la volontà; questo è il metodo per svilupparla.
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D. Il rinunciare alla propria volontà non significa agire senza comprensione?
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R. Vedete, questo è un altro dei vostri sbagli. Voi pensate che rinunciare alla volontà significhi fare qualcosa. Ciò accade assai di rado. Nella maggior parte dei casi vi viene detto di non fare qualcosa. C’è una gran differenza in questo. Per esempio, volete dire a qualcuno ciò che pensate di lui, ma non dovete farlo. È una questione di addestramento. La volontà può essere sviluppata se un uomo lavora su sé e fa sì che la propria volontà obbedisca ai principi del lavoro.
Le cose che non riguardano il lavoro non possono essere collegate con esso, ma più entrate nel lavoro, più le cose cominciano a riguardarlo. Comunque ciò richiede tempo. Quando arriva la loro opportunità e alle persone viene detto di fare qualcosa, o di non fare qualcosa, esse spesso sono contrarie a ciò per quella che a loro sembra la migliore delle ragioni. Così perdono la loro occasione.
Il tempo passa e in seguito esse possono accorgersi di averla perduta, ma essa non può più essere rimpiazzata da nulla. Questa è la penalizzazione dell’ostinazione.
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D. Mi pare che se uno rinunzia all’ostinazione egli ottiene in realtà ciò che desidera, perché rinunciando al proprio desiderio, ottiene il risultato desiderato.
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R. L’ostinazione non comprende ogni cosa che voi volete. Se siete affamati e volete mangiare, questa non è ostinazione. Ostinazione significa preferire di agire da sé e, nel nostro caso, non prendere in considerazione il lavoro e i principi del lavoro. Se, per esempio, l’ostinazione mi dice di imprecare, e io non lo faccio perché è contro i principi del lavoro, dov’è il risultato desiderato di cui stavate parlando?
Alcuni dei nostri desideri possono essere ben nascosti. Per esempio, un uomo può desiderare di criticare qualcuno ed egli chiama ciò sincerità. Ma il desiderio di criticare può essere talmente forte che egli deve compiere uno sforzo veramente grande per arrestarlo, e un uomo non può fare da sé sforzi veramente grandi.
Debbo ripetere: allo scopo di creare volontà, l’uomo deve coordinare ogni sua azione con le idee del lavoro; in ogni azione deve chiedersi: come apparirà dal punto di vista del lavoro? Mi è utile o dannosa, e com’è nei riguardi del lavoro? Egli non sa, può chiedere.
Se un uomo è stato lungamente nel lavoro, non esiste praticamente una sola azione che non sia collegata col lavoro; non ci sono azioni indipendenti nel senso che uno non può più agire stupidamente e senza discriminazione. Egli deve pensare prima di agire. Questo è l’unico metodo col quale può essere creata la volontà; e per questo metodo è necessaria l’organizzazione della scuola.
Come ho detto precedentemente, l’ostinazione è sempre collegata con la presunzione, un uomo ritiene sempre di sapere. Poi arriva ad una scuola e si rende conto di non saper nulla. Questo è il motivo per cui è necessaria la preparazione per la scuola. Uno di solito è pieno di presunzione e di ostinazione. Un uomo che viene ad una scuola deve essere pronto ad accettare l’insegnamento e la disciplina della scuola, altrimenti non otterrà nulla. Non può acquisire volontà a meno che non rinunzi all’ostinazione, proprio come non può acquisire conoscenza a meno che non rinunci alla presunzione.
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D. L’ostinazione dobbiamo infrangerla da noi o farla infrangere?
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R. Dobbiamo infrangerla noi, e dobbiamo già averla sufficientemente infranta per essere in una scuola. Uno deve essere sufficientemente libero da essa per accettare le cose senza lotta. Non si possono conservare tutte le vecchie visioni e opinioni e acquisirne delle nuove. Bisogna essere sufficientemente liberi per abbandonare le vecchie, perlomeno per un po’ di tempo. Occorre essere capaci di comprendere la necessità della disciplina, in quanto la volontà non può essere creata finché non si accetta una certa disciplina.
Senza scuola non si può far nulla. Si può continuare a tentare e non ne verrà fuori nulla. Quando si è già collegati con qualche tipo di scuola, la cosa principale sta nel cominciare col lavoro per la rinuncia all’ostinazione. Quando questa è sufficientemente dominata, allora è possibile parlare di diversi metodi di lavoro.
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D. Come posso imparare ad agire in maniera diversa nella vita in modo da evitare le stesse limitate e ricorrenti emozioni che ora provo?
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R. Agire in maniera differente nella vita è il nostro scopo. Questa è la ragione per cui il lavoro è organizzato, per cui dobbiamo studiare differenti teorie, ricordare regole diverse, ecc. Quello di cui voi parlate è lo scopo lontano. Prima dobbiamo lavorare nel sistema. Imparando a come agire in collegamento con il sistema e con l’organizzazione, apprendiamo a come agire nella vita; ma non possiamo imparare a come agire nella vita senza prima passare attraverso il sistema.
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D. Voglio prendere una decisione di lavoro da cui non mi posso tirare indietro.
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R. Ecco una delle nostre maggiori illusioni: quella che possiamo prendere decisioni. È necessario essere al fine di prendere decisioni perché, come siamo, un piccolo ‘io’ prende decisioni e un altro ‘io’, che non ne sa nulla, dovrebbe eseguirle. Questo è uno dei primi punti di cui dobbiamo renderci conto, che cioè, come siamo, non possiamo prendere decisioni nemmeno in piccole cose. Le cose accadono. Ma quando comprendete bene questo, quando cominciate a cercare le cause, e le trovate, sarete capaci di lavorare e forse di prendere decisioni, anche se per lungo tempo solamente in relazione al lavoro, non ad una qualsiasi altra cosa.
La prima cosa che dovete decidere è di fare il vostro lavoro e di farlo regolarmente, di ricordare voi stessi a proposito di questo, di non lasciarlo scivolar via.
Dimentichiamo le cose troppo facilmente, decidiamo di fare sforzi – alcuni tipi di sforzo e alcuni tipi di osservazione – e poi semplici cose ordinarie, ottave ordinarie, interrompono tutto ciò e noi dimentichiamo.
Di nuovo ricordiamo e di nuovo dimentichiamo, e si va avanti così. È necessario dimenticare meno e ricordare di più; è necessario conservare certe percezioni, certe cose che avete già visto e compreso, sempre in voi. Dovete cercare di non dimenticarle. La difficoltà principale sta nel cosa fare e nel come costringere voi stessi a farla.
Obbligare voi stessi a pensare regolarmente, a lavorare regolarmente: questo dovete fare. Solamente allora comincerete a vedere voi stessi, a vedere cioè ciò che è più importante e ciò che lo è meno, dove applicare la vostra attenzione e così via. Cosa succede altrimenti? Voi decidete di lavorare, di far qualcosa, di cambiare le cose: poi rimanete esattamente dove stavate.
Cercate di pensare al vostro lavoro, a ciò che cercate di fare, a perché tentate di farlo, a ciò che vi aiuta a farlo e a ciò che vi ostacola, sia dall’esterno che dall’interno. Può essere utile pensare a eventi esterni in quanto questi vi mostrano quanto dipenda dal fatto che la gente è addormentata, che è incapace di pensare giustamente, incapace di comprendere. Quando avete visto questo all’esterno, potete applicarlo a voi stessi.
Vedrete in voi la stessa confusione su ogni sorta di diversi soggetti. È difficile pensare, difficile vedere, dove cominciare a pensare: una volta che ve ne rendete conto, cominciate a pensare nella maniera giusta. Se scoprite il vostro modo di pensare giustamente su una cosa, questo vi aiuterà immediatamente a pensare giustamente su altre cose. La difficoltà sta nel fatto che la gente non pensa giustamente su alcuna cosa.
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D. La cosa che trovo più allarmante è la facilità con cui cado in uno stato in cui non è possibile alcuno sforzo.
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R. Sì, ma se vi mettete d’accordo con voi stessi di fare sforzi regolari, ciò vi aiuterà a procedere. Questa è una delle decisioni attuabili che potete fare. Nel lavoro dovete prendere soltanto decisioni possibili, e decisioni che debbono essere ricordate.
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D. Alcune volte all’anno una linea di azione mi diviene particolarmente chiara. Sono stato soggetto a questi momenti durante tutta la mia vita e sono arrivato alla conclusione che è inutile intraprendere qualsiasi linea di azione seria senza quella che comunemente sarebbe chiamata ispirazione.
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R. Esistono periodi nelle condizioni ordinarie in cui non accade nulla, ma poi arrivano gli incroci. Tutta la vita consiste in strade e incroci. Girare agli incroci può addirittura divenire più sistematico se uno ha un centro di gravità. Allora una cosa continuerà ad essere più importante ed uno girerà sempre nella stessa direzione. Ma l’ispirazione non ha nulla a che vedere con questo. È semplicemente la percezione di un momento in cui potete fare qualcosa.
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D. A volte quando sto cercando di decidere se fare o no una cosa, scopro quelle che sembrano buone ragioni, dal punto di vista del sistema, sia per fare che per non fare.
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R. È impossibile dire qualcosa su ciò in generale, questo dipende dalle circostanze. Qualche volta potete decidere dal punto di vista del sistema, e qualche volta esistono cose nella vita che potete decidere senza alcuna relazione con esso, in quanto non potete sempre trovare un uso pratico per queste idee prima di conoscerle tutte. Nel sistema esiste un’espressione: “Creare la luna in noi stessi”. Parliamo un po’ di ciò che essa può significare. È un’espressione simbolica, e i simboli sotto forma di diagrammi o di espressioni simboliche vengono usati per scopi ben precisi. Un simbolo esprime parecchie idee assieme. Se significasse solamente un’idea, la risposta sarebbe semplice; ma un simbolo viene usato per evitare lunghe descrizioni e per mettere parecchie idee in una frase.
Come decifrare un diagramma o un’espressione simbolica? Allo scopo di decifrare un simbolo è necessario conoscere l’ordine delle idee che esso racchiude. Ora, se ci chiediamo cosa possa significare il creare la luna in noi stessi, dobbiamo prima domandarci: qual è la funzione della luna in relazione alla vita organica?
La luna equilibra la vita organica: tutti i movimenti esteriori sono equilibrati dalla luna. Cosa accadrebbe se sparisse questa funzione della luna? Sarebbe ciò vantaggioso per un uomo singolo o l’opposto? Dobbiamo renderci conto che tutto ciò si riferisce all’essere.
Quali sono le caratteristiche del nostro essere? La caratteristica principale del nostro essere è che noi siamo parecchi. Se vogliamo lavorare sul nostro essere, farlo corrispondere maggiormente al nostro scopo, dobbiamo cercare di divenire uno. Ma questo è uno scopo lontanissimo.
Cosa significa divenire uno? Il primo passo, che è ancora assai lontano, sta nel creare un centro permanente di gravità. Questo è ciò che significa creare la luna in noi stessi. La luna è un centro permanente di gravità che equilibra la nostra vita fisica, ma in noi stessi non abbiamo un tale equilibrio, sicché, quando creiamo questo equilibrio o centro di gravità in noi non abbiamo bisogno della luna.
Prima però dobbiamo decidere cosa significhi l’assenza di un ‘io’ permanente. Ci sono state comunicate parecchie sue caratteristiche, ma queste devono essere stabilite definitivamente mediante l’osservazione, e al fine di arrivare più vicini all’idea di creare la luna in noi, dobbiamo distinguere ciò che è importante da ciò che non lo è.
Poi dobbiamo cominciare a lottare contro le caratteristiche che ci impediscono di divenire uno. Dobbiamo lottare contro l’immaginazione, le emozioni negative e l’ostinazione. Prima che questa lotta possa avere successo, dobbiamo renderci conto che la peggior sorta possibile di immaginazione, dal punto di vista dell’ottenere un centro di gravità, è la convinzione che uno possa fare una qualsiasi cosa da solo.
Dopo di ciò, dobbiamo scoprire le emozioni negative che ci impediscono di fare quello che ci vien consigliato in collegamento col sistema. Perciò è necessario rendersi conto che l’ostinazione può essere infranta soltanto facendo ciò che ci vien detto. Non può essere infranta da quello che uno decide da sé, perché allora sarebbe ancora ostinazione.
Consentitemi di ripetere. Il lavoro sull’essere è sempre lotta: contro ciò che vi piace fare o non vi piace fare. Mettiamo che abbiate voglia di pattinare e vi venga detto di ricordare voi stessi. Allora dovete lottare contro il vostro desiderio di andare a pattinare. Cosa c’è di più innocente del pattinare?
Eppure vi tocca lottare contro di esso. Ogni giorno, ogni ora, ci sono cose che non possiamo fare, ma ci sono anche cose che possiamo fare. Sicché dobbiamo stare attenti al giorno e vedere cosa possiamo fare ma non facciamo. Non può esistere una regola “Dovete ricordare voi stessi”. Se vi vien detto di fare o di non fare qualcosa, e voi non ci provate, ciò significa che non volete nulla, che non volete lavorare. Avete sufficiente conoscenza. Ora è necessario intensificare il lavoro sull’essere. Noi cerchiamo sempre di sottrarci dal fare ciò che ci è consigliato.
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D. Qual è lo scopo di lottare contro l’ostinazione?
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R. Ricordate come abbiamo cominciato. Lo scopo era di creare un centro di gravità, di creare la luna in noi. Non possiamo farlo tramite l’ostinazione. Creare la luna in noi è collegato con l’idea del sacrificare il soffrire. Quando cominciamo a sacrificare la sofferenza cominciamo a creare la luna in noi. Noi vogliamo sempre conservare la nostra sofferenza, eppure la luna può essere creata soltanto dalla nostra sofferenza. Soltanto dobbiamo ricordare che rinunziare alla sofferenza è un’azione e creare la luna è il risultato di una serie continua di azioni.
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D. Come è possibile trovare l’‘io’ che ci impedisce di fare le cose che ci è stato detto di fare? 
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R. La prima volta che avete scoperto di non aver fatto qualcosa che vi era stata suggerita, scopritene la causa. La seconda volta scoprite un’altra causa, e così di seguito. Poi, come ho detto, scoprite le emozioni negative che vi impediscono di udire ciò che è detto e di seguirlo. Quel giorno o non vi piaccio io, o qualcun altro, oppure il tempo; allora vi sentite giustificati nel non far nulla.
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D. L’esercitare sforzo è ciò che voi chiamate lotta. Ma come chiamate il fare qualcosa senza essere consapevoli di una lotta?
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R. Ciò significa che è accaduto. Ci accadono quattro tipi di cose: per accidente, per causa ed effetto, per fato e per volontà. La lotta deve essere mediante volontà, con intenzione. E dovete essere consci della vostra intenzione. Non potete esercitare sforzo e non esserne consci. Ciò che è importante è volontà-azione.
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D. In queste quattro categorie, la volontà non viene usata spesso, vero?
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R. La volontà va usata. Noi non siamo mai pronti per il lavoro, ma dobbiamo lavorare lo stesso. Se fossimo pronti, allora ci verrebbe dato dell’altro lavoro per il quale non siamo pronti. Nel lavoro uno deve cercare di usare la volontà: nei limiti in cui uno ne ha. Se uno ha un centimetro di volontà e lo usa, questa crescerà ed egli ne avrà due centimetri, poi tre centimetri, e così via. Nel lavoro dobbiamo imparare a fare super sforzi.
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D. Cos’è un super sforzo?
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R. Un super sforzo può avere parecchie caratteristiche, ma generalmente è fare non quello che ritenete sia il meglio, ma ciò che vi viene consigliato di fare. In base alle nostre intenzioni siamo pronti a fare parecchie cose, ma non siamo preparati a fare o a non fare quello che ci viene detto.
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D. In che modo il super sforzo differisce dallo sforzo ordinario?
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R. Differisce nei gradi, ma non soltanto nei gradi. Super sforzo è sforzo fatto consciamente, nei limiti in cui possiamo, per uno scopo preciso che non è richiesto da alcuna circostanza esterna. Noi non facciamo realmente mai sforzi seri; è tutta finzione, in quanto non sappiamo cosa significhi fare sforzi. In condizioni eccezionali, quando siamo obbligati a fare sforzi, li facciamo, ma non super sforzi. Inoltre gli sforzi ordinari che uno fa nella vita sono necessari, utili; un super sforzo può apparire inutile per il proprio scopo.
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D. Ho la sensazione di entrare in un circolo vizioso. Più sforzi faccio, più vedo di non poter ‘fare’.
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R. Allora fate più sforzi e rendetevene conto costantemente; fateli più durevoli. Vi accorgerete di non essere sempre nello stesso stato. Gli individui nella vita ordinaria non possono ‘fare’, ma per voi è diverso: tutto il tempo dovete cercare di fare. Voi siete sempre identificati e non dovete identificarvi, dovete osservare i vostri discorsi, siete costantemente negativi e dovete lottare contro le emozioni negative, dovete ricordare voi stessi. Tutto ciò è fare. Dovete osservare queste cose e cercare di cambiarle.
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D. È possibile trasferire energia dove è richiesta? Io non posso farlo.
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R. Questo è generalmente collegato col controllo. Se volete acquisire controllo dovete cominciare da dove ciò è possibile. Quindi dovete sempre studiare voi stessi e trovare punti deboli in cui potete produrre controllo. Da un altro punto di vista, questi possono essere chiamati ‘punti forti’, in quanto essi sono deboli dal punto di vista della meccanicità.
Non potete scegliere di fare una cosa prima dell’altra in base alla preferenza; una persona può cominciare in un modo, un’altra in un altro, ma tutte debbono fare sforzi nella stessa direzione e scoprire ciò che è possibile e ciò che è impossibile. Per una persona però è più utile fare sforzi in una direzione; per un’altra, in un’altra.
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D. Cosa crea stimolo per il lavoro?
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R. Il rendersi conto del proprio stato presente. Quando uno si rende conto che inganna se stesso, che è addormentato e che la propria casa è in fiamme, permanentemente in fiamme, e che è soltanto per caso che il fuoco non ha raggiunto la sua stanza proprio in quel momento, quando uno si rende conto di ciò, egli vorrà fare sforzi per svegliarsi e non si aspetterà nessuna ricompensa speciale. Poiché non ci rendiamo conto che la nostra casa è in fiamme ci aspettiamo sempre una ricompensa speciale. Cosa si può fare nel sonno? Si possono avere soltanto sogni diversi: sogni buoni, sogni cattivi, ma nello stesso letto. I sogni possono essere differenti, il letto è lo stesso. 
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CAPITOLO 11.
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In queste conferenze abbiamo parlato dell’uomo, non abbastanza, ma sufficientemente ai fini pratici; abbiamo parlato un po’ dell’universo; ma vedo che l’idea di scuola e di lavoro di scuola è ancora vaghissima e, a volte, confusa con concezioni formatorie che non portano in nessun luogo.
L’idea della scuola va presa con semplicità: una scuola, cioè, è un posto dove imparate qualcosa. Ma deve esistere sempre un certo ordine nelle cose, e voi non potete imparare senza seguire quest’ordine. Parlando di scuole collegate con qualche tipo di scuola superiore (senza questo collegamento una scuola non ha alcun significato) ho detto che in tali scuole dovete lavorare sul vostro essere e contemporaneamente sulla vostra conoscenza, perché altrimenti tutta la vostra conoscenza sarà completamente inutile e non ne ricaverete alcun profitto.
Le idee esoteriche che non sono prese in maniera pratica divengono pura filosofia: semplice ginnastica intellettuale che non può portare in nessun luogo. Vi ho dato tutte le parole necessarie per lo studio del sistema e spiegato la posizione di questo sistema in relazione ad altri sistemi. Ricorderete che ho parlato di strade diverse e da quanto ho detto su esse conseguiva più o meno che questo sistema appartiene alla Quarta Via; ha, cioè, tutte le peculiarità e caratteristiche delle scuole della Quarta Via.
Poi ho detto che una scuola dipende dal livello della gente che studia in essa e che il livello dipende dal livello dell’essere. Per lo sviluppo dell’essere è necessaria la scuola: cioè parecchie persone che lavorano nella stessa direzione in base ai principi e ai metodi della scuola. Ciò che un uomo non può fare, lo possono fare parecchie persone che lavorano assieme.
Quando mi sono imbattuto in questo sistema mi sono immediatamente convinto che esso era collegato con le scuole e in questo modo era passato attraverso storia scritta e non scritta. Durante questo tempo sono stati inventati e perfezionati metodi. Le scuole possono essere di diversi gradi, ma presentemente prendo per scuola qualsiasi tipo di scuola preparatoria che conduca in una determinata direzione; e un’organizzazione che può essere chiamata una ‘scuola’ della Quarta Via è un’organizzazione che introduce nel lavoro tre forze.
La cosa importante da comprendere è che esiste una sorta di segreto nel lavoro-scuola, non nel senso di qualcosa realmente nascosto, ma di qualcosa che deve essere spiegato. L’idea è questa. Se prendiamo il lavoro-scuola come un’ottava ascendente, sappiamo che in ciascuna ottava ci sono due intervalli o vuoti, tra mi e fa e tra si e do.
Allo scopo di passare attraverso questi intervalli senza cambiare il carattere della linea di lavoro è necessario sapere come riempirli. Sicché, se voglio garantire la direzione del lavoro in una linea retta, debbo lavorare simultaneamente su tre linee. Se lavoro solamente su una, o su due linee, la direzione cambierà. Se lavoro su tre linee, o tre ottave, una linea aiuterà l’altra a superare l’intervallo dandole lo shock necessario. È importantissimo comprendere ciò.
Il lavoro-scuola usa parecchie idee cosmiche, e tre linee di lavoro sono un dispositivo speciale per proteggere la giusta direzione del lavoro e far sì che abbia successo. La prima linea è lavoro su noi stessi: studio di sé, studio del sistema e cercare di cambiare almeno le manifestazioni più meccaniche. Questa è la linea più importante.
La seconda linea è lavoro con altri. Uno non può lavorare da solo; un certo attrito, scomodità e difficoltà di lavorare con altri, creano i necessari shock.
La terza linea è lavoro per la scuola, per l’organizzazione. Questa ultima linea assume aspetti diversi in persone diverse.
Il principio delle tre linee è che le tre ottave devono procedere simultaneamente e parallelamente una all’altra, ma non cominciano tutte al tempo stesso e quindi, quando una linea giunge a un intervallo, un’altra linea arriva per aiutare a superarlo, poiché i posti di questi intervalli non coincidono. Se un uomo è egualmente attivo in tutte e tre le linee, ciò gli evita parecchi avvenimenti accidentali.
Naturalmente, la prima linea comincia prima. Nella prima linea di lavoro voi prendete conoscenza, idee, aiuto. Questa linea concerne solamente voi stessi, è interamente egocentrica. Nella seconda linea, uno deve non soltanto prendere ma anche dare: comunicare conoscenza e idee, servire da esempio e parecchie altre cose. Essa riguarda le persone al lavoro, quindi in questa linea si lavora metà per sé e metà per altri.
Nella terza linea si deve pensare al lavoro in generale, alla scuola o all’organizzazione come un tutto. Si deve pensare a ciò che è utile, a ciò che è necessario per la scuola, a ciò di cui la scuola ha bisogno; quindi la terza linea riguarda l’intera idea della scuola e tutto il presente e il futuro del lavoro.
Se un uomo non pensa a questo e non lo comprende, allora le prime due linee non produrranno il loro effetto completo. Così è preordinato il lavoro-scuola e questo è il motivo per cui sono necessarie tre linee: uno può ottenere shock addizionali e il pieno beneficio del lavoro solamente se lavora su tre linee.
Se colleghiamo le tre linee di lavoro con l’idea di giusto e sbagliato, allora tutto quanto aiuta la prima linea, cioè il proprio lavoro personale, è giusto. Nella seconda linea però non potete avere tutto per voi; dovete pensare agli altri nel lavoro, dovete imparare non soltanto a comprendere ma a spiegare, dovete dare agli altri.
E presto vi accorgerete che potete comprendere determinate cose soltanto spiegandole agli altri. Il circolo si allarga; giusto e sbagliato si fanno più grandi. La terza linea si riferisce già al lavoro esterno, e bene e male divengono ciò che aiuta o ciò che ostacola l’esistenza e il lavoro dell’intera scuola, sicché il circolo si fa ancor più largo. Questo è il modo di pensarci.
Ho attirato la vostra attenzione in particolar modo sullo studio e la comprensione dell’idea delle tre linee. È uno dei principi fondamentali del lavoro-scuola. Se lo applicate, parecchie porte vi saranno aperte. Questo sistema è pieno di strumenti del genere. Se li usate, vi apriranno parecchie porte.
Il principio più importante del lavoro è che gli sforzi danno risultati proporzionati al comprendere. Se non comprendete, non ci saranno risultati; se comprendete, i risultati saranno in base a quanto comprendete. Quindi la prima condizione è comprendere, e ancora prima di questo bisogna sapere cosa comprendere e come ottenere la giusta comprensione. Il vero lavoro deve essere sull’essere, ma il lavoro sull’essere richiede comprensione degli scopi, condizioni e metodi del lavoro. Scopo del lavoro è fondare una scuola. A tal fine è necessario lavorare secondo i metodi della scuola e le regole della scuola, e lavorare su tre linee.
Fondare una scuola significa parecchie cose.
Esistono due condizioni nel lavoro con cui bisogna cominciare, la prima, che non bisogna credere a nulla, bisogna verificare tutto, la seconda, condizione ancor più importante, si riferisce al fare. Non bisogna far nulla finché non si comprende perché si fa e a quale scopo. Queste due condizioni vanno comprese e ricordate.
È vero che uno può rendersi conto di non saper nulla e non saper cosa fare. Ma egli può sempre chiedere consiglio; se però lo chiede, deve accettarlo e seguirlo. Finora avete lavorato sulla prima linea, avete studiato ciò che vi è stato dato e spiegato, e avete cercato di comprendere. Ora, se desiderate continuare, dovete cercare di lavorare sulla seconda linea e, se possibile, sulla terza linea. Dovete cercare di pensare come potete trovare maggior lavoro nella prima linea, come passare al lavoro sulla seconda linea e come avvicinarvi al lavoro sulla terza linea. Senza questo il vostro studio non darà risultato.
Ora fate domande finché siete sicuri di comprendere le tre linee di lavoro: ciò che ciascuna linea significa, perché esse sono necessarie, cos’è necessario per ciascuna, ecc. Il profitto che ne potete trarre è sempre proporzionato alla vostra comprensione. Più lavorate consapevolmente, più potete ottenere. Questa è la ragione per cui è tanto importante che tutto questo sia spiegato e compreso.
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D. Come mai uno ha bisogno di tre linee di lavoro?
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R. All’inizio tutto dipende dalla mente: la mente va educata, si deve svegliare. Poi dipenderà dall’emozione. Per questo occorre una scuola, bisogna conoscere altre persone che sanno più di noi e bisogna discutere le cose con loro. Certamente, se rimanete soli, dimenticherete le cose che imparate perché ci sono tanti stimoli in noi che le cose non fanno altro che sparire dalla nostra mente. Questo è perché un uomo non può lavorare da solo e solamente il lavoro congiunto di parecchie persone assieme può produrre i risultati necessari.
Esistono parecchi ostacoli, parecchi fattori che ci tengono addormentati e ci rendono impossibile il risveglio. Le cose che apprendiamo semplicemente spariranno se nulla le aiuta; e cosa le può aiutare? Solamente altre persone attorno a noi. Da principio bisogna lavorare ad acquisire conoscenza, materiale, pratica. Poi, quando se ne ha una certa quantità, si comincia a lavorare con altri in maniera tale che una persona è utile all’altra e l’aiuta.
Nella seconda linea, per effetto di una determinata organizzazione speciale, uno è nella posizione di lavorare per gli altri, non soltanto per se stesso. E in seguito può comprendere in quale maniera egli può essere utile alla scuola. È tutta una questione di comprensione. Nella terza linea lavorate soltanto per la scuola, non per voi stessi. Se lavorate su queste tre linee, dopo qualche tempo questa organizzazione diverrà per voi una scuola; mentre per altre persone, che lavorano solamente su una linea, non sarà una scuola.
Ricordate quanto ho detto a proposito della scuola, che è un’organizzazione in cui non soltanto potete acquisire conoscenza ma anche cambiare il vostro essere. Una scuola di questa natura non è sempre la stessa, ha qualità magiche e può essere un tipo di scuola per una persona e qualcosa di completamente diverso per un’altra. Dovete comprendere che tutto quanto potete ricevere, tutte le idee, tutta la possibile conoscenza, tutto l’aiuto, vengono dalla scuola. Ma la scuola non garantisce nulla.
Prendete una comune università dove vengono date solamente conoscenza e istruzione. Essa vi può garantire una certa quantità di conoscenza, ma anche questa soltanto se lavorate. Quando però interviene l’idea di cambiamento dell’essere, non è possibile alcuna garanzia, sicché le persone possono essere nella stessa scuola, nella stessa organizzazione, e trovarsi a livelli differenti.
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D. Avete parlato degli scopi e delle necessità della scuola. Potete dirci quali sono?
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R. Prima dovete prepararvi a comprenderli. Abbiamo idee di scuola, quindi dobbiamo usarle: ciò ci aiuterà a comprendere le scuole. Se noi stessi non facciamo nulla e parliamo soltanto delle scuole, ciò creerà unicamente immaginazione e niente altro. Dobbiamo trarre profitto dalle idee che abbiamo: se non ne traiamo profitto, le scuole non esisteranno per noi. Dovete avere il vostro proprio scopo e questo deve coincidere con lo scopo della scuola, deve entrare in esso.
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D. La differenza tra la prima e la terza linea significa che una scuola ha scopi indipendentemente dal progresso dei suoi membri, per esempio, il perpetuare la propria conoscenza?
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R. Non soltanto. Ci possono essere parecchie cose, perché viene presa in una differente linea di tempo. In relazione a voi stessi potete prendere soltanto il presente. In relazione alla scuola, un tempo più lungo. Forse vi può essere d’aiuto se vi ricordo come è cominciato questo lavoro. Moltissimo tempo fa sono arrivato alla conclusione che esistevano nell’uomo parecchie cose che potevano essere svegliate, ma mi accorsi che ciò non portava da nessuna parte, perché in un determinato momento esse erano deste e in un altro momento sparivano, poiché non c’era controllo. Perciò mi resi conto che era necessaria la scuola e mi misi a cercare una scuola, di nuovo in collegamento con quei poteri che chiamavo ‘miracolosi’.
In seguito trovai una scuola e trovai parecchie idee. Sono le idee che stiamo studiando adesso. Per questo studio è necessaria un’organizzazione, in primo luogo affinché le persone possano imparare queste idee e, secondariamente, affinché esse possano essere preparate per una fase ulteriore. Questa è una delle ragioni di un’organizzazione; in essa possono trovar posto soltanto quelle persone che già hanno fatto qualcosa per se stesse. Finché sono in potere della falsa personalità, esse non possono essere utili né a se stesse né al lavoro.
Quindi il primo scopo di chiunque ha interesse nel lavoro è lo studio di se stesso e scoprire ciò che deve essere cambiato. Soltanto quando certe cose sono cambiate uno è pronto per il lavoro attivo. Una cosa deve essere collegata all’altra. Bisogna comprendere che lo studio personale è collegato con l’organizzazione e con lo studio delle idee generali. Con l’aiuto di queste idee possiamo scoprire molto di più: più avete, più potete scoprire.
Il lavoro non è mai finito: la fine è lontana. Esso non può essere teorico, ciascuna di queste idee deve divenire pratica. Esistono parecchie cose in questo sistema che un uomo comune non può scoprire. Alcune cose possiamo scoprire da soli; altre possono essere comprese soltanto se ci vengono date, non altrimenti; ed esiste un terzo tipo di cose che non si possono comprendere affatto. È necessario capire queste gradazioni.
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D. Mi pare che quanto abbiamo imparato finora era teoria; ora dobbiamo farne materia di pratica personale?
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R. Proprio così. Soltanto che è errato pensare che finora tutto era teorico. Fin dalla prima conferenza vi è stato dato materiale per l’osservazione di voi stessi e per il lavoro pratico. Non dovete pensare che questo sia il principio di qualcosa di nuovo che non esisteva prima.
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D. Quale forma di lavoro potremo avere oltre alle conferenze e alle discussioni?
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R. Dovete pensare a ciò di cui avete bisogno oltre alle discussioni. Avete bisogno di istruzione, avete bisogno che vi venga mostrata la strada. Uno non può trovare la strada da sé; lo stato degli esseri umani è che la strada può esser loro indicata ma che non possono trovarla da soli. Vedete, per essere più chiaro, voi entrate nella seconda linea di lavoro in questa maniera: questi gruppi hanno proceduto per qualche tempo, e ci sono state persone e gruppi prima di voi.
Uno dei principi del lavoro-scuola è che uno può ottenere istruzione e consiglio non soltanto da me, ma anche dalle persone che hanno studiato prima che voi veniste, forse per parecchi anni. La loro esperienza è importantissima per voi, perché, anche se lo volessi, non potrei dedicarvi maggior tempo di quanto mi è possibile. Altre persone debbono completare quanto vi posso dare; voi, da parte vostra, dovete imparare la maniera di servirvene, il modo di trarre profitto dalla loro esperienza, di ottenere da loro ciò che vi possono dare.
L’esperienza mostra che al fine di ottenere quanto è possibile ottenere da queste idee è necessaria una certa organizzazione, organizzazione di gruppi di persone non soltanto per discutere le cose ma anche per lavorare assieme, per esempio nel giardino, nella casa o nella fattoria, o per fare qualche altro lavoro che può essere organizzato e intrapreso.
Quando gli individui lavorano assieme a una cosa qualsiasi nell’interesse dell’esperienza, essi cominciano a vedere in se stessi e negli altri varie cose che prima non notavano quando si limitavano a discutere.
Discussione è una cosa, lavoro è un’altra. Perciò in tutte le scuole esistono diversi tipi di lavoro organizzato, e le persone possono sempre trovare ciò che va bene per loro senza sacrifici inutili, perché non ci si attende da loro sacrifici. Ma dovete riflettere su ciò, dovete rendervi conto che finora delle persone si sono interessate di voi, vi hanno parlato, vi hanno aiutato. Ora dovete imparare a provvedere a voi stessi, e in seguito dovrete non soltanto provvedere a voi stessi ma anche ad altri.
Anche questo farà parte del vostro lavoro. Il punto principale di cui sto parlando è il comprendere. Intendo comprensione del lavoro, della necessità del lavoro, dei requisiti del lavoro, del piano generale del lavoro, e dell’interesse in tutto ciò. Ecco quanto è obbligatorio. Uno non può comprendere i metodi del lavoro finché non comprende la sua direzione generale. E quando comprende la direzione, gli sarà d’aiuto comprendere parecchie altre cose che vuol comprendere.
Vedete, uno non può evitare di dare il proprio contributo in questa parte del lavoro. Se per una ragione o per l’altra egli lo evita, non ne può acquisire di più. Alcuni non comprendono nemmeno il principio del lavoro: essi non pensano al lavoro come lavoro; lo prendono nella maniera ordinaria. Una cosa è necessaria, obbligatoria, dopo qualche tempo, e questa è la valutazione, in quanto non si può lavorare senza di essa.
Da una parte la gente vuol lavorare, ma dall’altra vuol prendere le cose nella solita maniera. Ma se vuol lavorare, ogni cosa che ha riferimento col lavoro deve essere guardata in maniera diversa, ogni cosa: e la gente crede di poter prendere le cose nella stessa maniera. Ciò che trovo mancante è il lavoro, la comprensione del lavoro e la valutazione del lavoro.
Principalmente manca la valutazione. Tutto viene preso per scontato, e tuttavia viene preso da un punto di vista ordinario. Il risultato è che nulla cambia. Molto dipende dall’atteggiamento personale e dal lavoro personale. Una scuola per una persona non è una scuola per un’altra.
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D. Come si fa ad avere il giusto atteggiamento e valutazione?
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R. Innanzi tutto, prima di cominciare a studiare, uno deve decidere ciò che egli vuol veramente conoscere. È possibilissimo che quanto studiamo qui non interessi un individuo; questi può trovare di non averne affatto bisogno. Perciò egli deve cercare di scoprire più o meno ciò che vuole, altrimenti può soltanto perdere il proprio tempo. Questa è la prima cosa.
Secondariamente bisogna comprendere alcuni principi fondamentali, altrimenti non si riusciranno a comprendere parecchie altre cose; qualcosa ostacolerà sempre la nostra comprensione. Un principio importantissimo è che una persona non può studiare il sistema da sé ed è necessario comprenderne il perché. Esistono parecchie ragioni. La prima ragione è semplicissima e ovvia: uno non può avere un maestro tutto per sé.
Se uno trova qualcuno che può insegnare questo sistema, questi non impiegherà il proprio tempo soltanto per una sola persona. E senza qualcuno che possa spiegare le cose e lavorare con noi, non possiamo far nulla. In secondo luogo, se uno lavora solo, o cerca di farlo, egli non può mettere qualche altro al proprio posto, e in determinati momenti ciò diviene necessarissimo al fine di passare al grado successivo di conoscenza ed essere.
Ricordate quanto vi ho detto circa la scalinata nella prima conferenza in collegamento con la spiegazione della crescita del centro magnetico e del lavoro che ne deriva? Ho detto che un uomo può salire sullo scalino successivo della scala soltanto mettendo un altro al proprio posto. Ciò significa che uno sale questa scala che rappresenta la differenza di livello tra vita ordinaria e quella che è chiamata la Via.
La Via non comincia allo stesso livello della vita ordinaria, bisogna andare più in alto per raggiungerla. Questo significa che il livello del nostro comprendere, la nostra mente ordinaria, persino i nostri sentimenti ordinari, debbono essere cambiati. Soltanto che, nel pensare di mettere altri al proprio posto, è importantissimo evitare un errore pericoloso.
Alcuni sono propensi a credere che questo debba essere il loro lavoro individuale. Non riescono a comprendere che questa espressione è una formulazione di un principio generale. È puerile ritenere che ciò possa esser fatto da una persona che trasmette queste idee a un’altra. Prima di tutto è necessario comprendere che la gente non lo può fare e secondariamente che non le può essere richiesto, in quanto il lavoro individuale può riferirsi soltanto a noi stessi.
Mettere qualcuno al proprio posto è lavoro-scuola, cioè gli sforzi congiunti di tutte le persone appartenenti alla scuola. Tutto il lavoro-scuola è organizzato con questo scopo in vista; le differenti branche del lavoro perseguono tutte lo stesso fine: mettere nuovi individui nel posto occupato da altri che si trovano attualmente là e in tal modo aiutarli a salire altri gradini.
Ma nessuno ha pensato a ciò nella maniera giusta. Per esempio, pochissime persone pensano a queste conferenze e alla casa in campagna: a chi le ha organizzate e a come sono organizzate e condotte. Questa è la risposta alla domanda sul mettere qualcuno al proprio posto, perché altri pensano a voi e organizzano le cose per voi.
Essi hanno studiato le idee del sistema prima di voi e sono arrivati a un certo punto nel loro studio; ora vogliono procedere. Per far ciò devono aiutare altri a sapere ciò che essi sanno. Non possono farlo da sé, perciò contribuiscono a organizzare conferenze ed altre cose per nuove persone. Questo fa parte del piano generale di lavoro-scuola.
Il principio del lavoro è che ognuno deve fare ciò che può, poi, quando vengono altri, spetta a loro fare ciò che altri hanno fatto prima. È necessario un certo periodo di sforzo e ognuno deve contribuire ad esso.
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D. Perché un uomo può fare di più in un gruppo che da solo?
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R. Per parecchie ragioni. La prima, come ho spiegato, è perché egli non può avere un maestro tutto per sé. La seconda è perché nelle scuole alcuni angoli acuti possono essere smussati. Le persone devono adattarsi una all’altra e ciò è generalmente utilissimo. La terza è che uno è circondato da specchi; egli può vedersi in ogni persona.
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D. Ma c’è un legame tra me e le altre persone che stanno qui?
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R. Ci deve essere un legame, ma il legame è prodotto dal lavoro. Chiunque lavora crea questo legame. Non dobbiamo attenderci che altri pensino a noi. Essi lo faranno nei limiti del possibile, ma non possiamo prenderlo per scontato.
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D. Ci potreste parlare ancora di ciò? Esiste un qualche obbligo tra noi e le persone che stanno in questa stanza?
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R. Ciò dipende da voi, da come lo intendete, da come lo sentite, da come pensate di poter fare a proposito di ciò. Non ci sono obblighi imposti. Gli obblighi vengono dal lavoro. Più uno fa, più obblighi ha. Se uno non fa nulla, non gli viene chiesto nulla. Il signor Gurdjieff lo spiegò al principio; egli disse che era pericoloso far qualcosa nel lavoro se non si voleva che vi venissero richieste cose difficili.
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D. Avete detto che la seconda linea è lavoro con la gente. A me riesce più facile lavorare da solo.
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R. Ognuno lo trova. Certamente sarebbe molto meglio se voi poteste starvene seduto qua da solo a parlare con me, senza altra gente, e particolarmente ‘questa’ gente, perché questa gente è specialmente sgradevole. Tutti pensiamo così. Io l’ho pensato quando ho cominciato a studiare. È una delle cose più meccaniche al mondo. L’intero lavoro, l’intero sistema è combinato in maniera tale che non potete ottener nulla dalla prima linea se non lavorate sulla seconda e terza linea.
Nella prima linea potete ottenere alcune idee, alcune informazioni, ma, dopo un po’, arrivate a uno stop se non lavorate sulle altre due linee.
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D. Mentre cerco di lavorare sulla prima linea, come posso ottenere un’idea della terza linea?
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R. Tanto per cominciare lavorando sulla prima linea, e poi ottenendo un quadro completo di tutte le idee del sistema e dei principi del lavoro-scuola. Se lavorate in quella che chiamiamo la prima linea – studio di sé e studio del sistema – ogni possibilità nel lavoro entra in essa. Quindi più tempo ed energia dedicate allo studio del sistema, più comprenderete ciò che è compreso in esso. In questa maniera, poco a poco, arriverà la comprensione. Nella prima linea dovete essere molto pratici e pensare a ciò che potete guadagnare. Se sentite di non essere liberi, di essere addormentati, forse vorrete essere liberi, svegliarvi, e quindi lavorerete per guadagnare ciò.
Nella terza linea pensate al lavoro, all’intera organizzazione. Prima di tutto, l’organizzazione deve essere il soggetto del vostro studio, come il Raggio di Creazione: l’idea dell’organizzazione, i bisogni dell’organizzazione, le forme dell’organizzazione. Poi vi accorgerete che l’organizzazione è cosa che vi riguarda, non è cosa che riguarda altri. Ognuno deve prendere parte ad essa, quando può.
A nessuno viene chiesto di fare ciò che non può, ma ognuno deve pensarci e comprenderla. Quello che è importante nella terza linea non è tanto il vero fare ma il pensare ad essa. Non potete lasciare che altri pensino ad essa per voi. Non ci può essere lavoro-scuola su una sola linea.
Lavoro-scuola significa lavoro su tre linee. Va preso da un punto di vista personale e va compreso che soltanto con questi tre tipi di aiuto uno può spostarsi dal punto morto passivo. Troppe cose vi tengono là, avete sempre gli stessi sentimenti, gli stessi sogni, gli stessi pensieri.
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D. La terza linea è responsabile del progresso del sistema?
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R. Ogni cosa lo è. Una linea non può esistere senza l’altra. Una o due linee non sono lavoro. Ma prima di tutto è necessario comprendere. Potete studiare – ve ne viene dato il tempo – ma non potete decidere di fare una cosa e trascurare un’altra.
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D. Avete detto che prima dobbiamo comprendere la terza linea. Ma certamente questo non è ancora lavoro?
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R. Dipende. In un senso, comprendere è già lavoro. Se abbastanza gente non pensa al lavoro come un tutto e lo comprende, è impossibile continuare. Un certo numero di persone deve comprendere ed essere capace di fare quanto è necessario. Non vi siete mai resi conto quanto sia difficile per il lavoro esistere persino nella forma in cui è adesso. Eppure gli è possibile esistere e svilupparsi se in esso viene posta maggior comprensione ed energia. Poi, con la giusta comprensione, esso sarà giusto sviluppo. Non potete però attendervi che qualcun altro continui a metterci comprensione ed energia per voi.
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D. Ma l’iniziativa non sta in me?
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R. Certamente sta in voi. Soltanto nella seconda linea non sta in voi. Essa deve essere organizzata. Dovete arrivare alla comprensione della terza linea da soli, soltanto allora sarà terza linea. Essa dipende dal vostro atteggiamento e dalle vostre possibilità, e queste possibilità non possono essere create artificialmente. Se sentite che è necessario far qualcosa per il lavoro della scuola, e se siete capaci di farlo, ciò sarà la terza linea di lavoro. Prima dovete comprendere ciò che occorre, e soltanto in seguito potete pensare a quanto voi stessi potete fare per l’organizzazione.
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D. Mi pare che quanto voi volete da noi sia che noi dovremmo sentire di essere l’organizzazione, o parte di essa, che essa non è qualcosa di separato da noi?
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R. Proprio così, e anche più di questo. Dovete comprendere cosa significhi una scuola della Quarta Via. Sta nella vita ordinaria e di conseguenza abbisogna specialmente di organizzazione. Le scuole dei monaci e degli yogi sono organizzate, ma la vita ordinaria non offre opportunità per studiare i diversi lati che vanno studiati. Per far ciò occorre un’organizzazione speciale.
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D. Recentemente voi parlate parecchio di comprendere.
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R. Sì, è necessario comprendere ed è necessario un atteggiamento personale. La gente non si fa dell’esistenza della scuola una preoccupazione personale, e questa non può essere impersonale. In parecchi casi le parole ostacolano il comprendere. La gente parla di prima linea, seconda linea, terza linea, semplicemente ripetendo parole: e cessa di comprendere qualsiasi cosa. Essa usa troppo facilmente parole. È necessario che abbiate un vostro quadro personale di queste linee: prima di voi stessi che acquistate conoscenza, nuove idee, che abbattete vecchi pregiudizi, mettete da parte vecchie idee che avete formulato nel passato e che si contraddicono a vicenda, che studiate voi stessi, che studiate il sistema, che cercate di ricordare voi stessi e parecchie altre cose.
Dovete pensare a ciò che volete ottenere, a ciò che volete conoscere, a cosa volete essere, a come cambiare vecchie abitudini di pensare, vecchie abitudini di sentire. Tutto questo è prima linea. Poi, quando siete preparati sufficientemente e avete fatto sforzi sufficienti per qualche tempo, vi potete mettere nelle condizioni di lavoro organizzato in cui potete studiare in maniera pratica.
Nella seconda linea la principale difficoltà iniziale sta nel lavorare non di vostra propria iniziativa; perché ciò non dipende da voi stessi, ma da arrangiamenti fatti nel lavoro. Parecchie cose entrano in ciò: vi viene detto di far questo o quello, voi volete essere liberi, non volete farlo, non vi piace farlo, o non vi piace la gente con cui dovete lavorare.
Persino ora, senza sapere ciò che dovete fare, vi potete visualizzare in condizioni di lavoro organizzato in cui entrate senza saper nulla a proposito di esso, o pochissimo. Queste sono le difficoltà della seconda linea, e il vostro sforzo in relazione a ciò comincia con l’accettare le cose: in quanto esse possono non piacervi; potete ritenere di poter fare qualsiasi cosa dovete fare meglio a modo vostro; vi possono non piacere le condizioni, e così di seguito.
Se pensate prima alle vostre difficoltà personali in rapporto alla seconda linea, la potete comprendere meglio. In ogni caso questa è disposta secondo un piano che non conoscete e scopi che non conoscete. Esistono parecchie altre difficoltà che vengono in seguito, ma così è come comincia.
Nella terza linea appare ancora una volta la vostra propria iniziativa, se avete la possibilità di far qualcosa non per voi stessi ma per il lavoro. E anche se non potete far nulla, è utile vi rendiate conto che non potete far nulla. Ma allora dovete comprendere che, se ognuno arrivasse alla conclusione di non poter far nulla, non ci sarebbe alcun lavoro. Ecco cosa intendo per farsi un quadro personale, non il semplice uso di parole: prima linea, seconda linea, terza linea.
Le parole non significano nulla, particolarmente in questo caso. Quando avete un quadro personale, non avrete bisogno di queste parole. Parlerete in un linguaggio diverso, in maniera diversa. Ciascuna linea nel lavoro, come qualsiasi altra cosa nel mondo, procede mediante ottave, aumentando, diminuendo, superando intervalli e così di seguito. Se lavorate su tutte e tre le linee, allorché arrivate a un intervallo nel vostro lavoro personale, un’altra linea di lavoro può andar bene e vi aiuterà a superare l’intervallo nel vostro lavoro individuale. Oppure può andar bene il vostro lavoro individuale e in tal modo aiutarvi a superare l’intervallo in qualche altra linea.
Questo è quanto intendevo quando parlavo degli intervalli in collegamento con differenti linee. La sola cosa da comprendere nel lavoro è che non si può essere liberi. Certamente la libertà è un’illusione, perché in ogni modo non siamo liberi; dipendiamo dalla gente, dalle cose, da tutto. Siamo però abituati a pensare di essere liberi e ci piace pensare a noi stessi come liberi. Eppure a un certo momento dobbiamo abbandonare questa libertà immaginaria. Se ci teniamo questa ‘libertà’, non possiamo avere alcuna possibilità di imparare nulla.
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D. Circa il pensare personalmente, trovo che quando cerco di farlo lo riduco a una scala piccola.
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R. Voi confondete le cose; la parola ‘personale’ vi ha messo fuori strada. ‘Personale’ non significa soltanto la vostra vita e le vostre condizioni. Dovete sentire che è il vostro proprio lavoro. Una scuola può esistere solamente quando la gente non sente fuori di essa ma dentro di essa, quando la pensa come la propria casa. Allora soltanto essa trarrà beneficio da questa e saprà ciò che può aiutare il lavoro, quello che può essere utile.
Vi darò un esempio di un atteggiamento personale: ricorderete la breve parabola del Nuovo Testamento riguardante un uomo che scorge una perla e vende tutto per andarsela a comprare. Ci sono anche altre brevi parabole lì che sono tutti quadri di un atteggiamento personale. Immaginate un uomo che le prenda impersonalmente: sarebbe completamente diverso. Il Nuovo Testamento mostra sempre la necessità di un atteggiamento personale, di un profitto personale.
Parecchie cose divengono possibili se le pensiamo nella maniera giusta. Ogni problema connesso col lavoro, se compreso giustamente, vi dà qualcosa; non c’è nulla da cui non possiate ottenere maggior profitto di quanto ne abbiate ora. La prima cosa da imparare in questo sistema è come ottenere le cose; qualsiasi cosa facciate deve essere fatta per uno scopo, il vostro proprio scopo. Traete beneficio da tutte e tre le linee, ma da ciascuna in una maniera diversa.
In relazione alla terza linea è importantissimo comprendere l’idea generale del perché questo lavoro esiste e come aiutarlo. Come ho detto, l’idea sta nel fondare una scuola, cioè nel lavorare in base alle regole e ai principi della scuola, prima studiando queste regole e principi e poi applicandoli nella pratica. Per far ciò sono necessarie parecchie condizioni. Una di queste condizioni è che la gente è necessaria.
Ci sono individui che sono preparati, che sono capaci di sviluppare queste idee, ma non le conoscono. È quindi necessario per loro scoprirle, scoprire il giusto tipo di persone e dargli queste idee. Ma per far ciò uno deve prima comprendere egli stesso queste idee. Qualche volta mi viene chiesto perché dovrebbe essere necessaria la diffusione per un sistema che è destinato soltanto a pochi.
Non è difficile rispondere a questa domanda. È verissimo che questo sistema non può appartenere a tutti; non può nemmeno appartenere a troppi. Ma noi dobbiamo fare ogni sforzo per darlo a quante più persone è possibile. La diffusione delle idee del sistema sarà limitata dalla natura delle idee stesse, e dall’inerzia della gente, nonché dalla loro incapacità di comprendere queste idee.
Non deve però essere limitata dalla nostra propria inerzia. Il sistema può arrivare alla gente giusta, cioè alla gente che può non soltanto prendere, ma anche dare, unicamente se viene dato a una grande quantità di persone. Se è limitato ad un piccolo gruppo, non arriverà mai alla gente giusta.
Piccoli gruppi, se ritengono di poter tenere le idee per sé, le traviseranno e sciuperanno. Il travisamento può essere evitato solamente se il lavoro cresce e se parecchie persone lo conoscono. Piccoli gruppi, limitati e immutevoli, aggiungeranno sempre qualcosa di personale ad esso.
Un’altra ragione per cui le scuole non possono esistere su scala troppo piccola è che soltanto un certo numero di persone offre una sufficiente varietà di tipi. Per un lavoro di gruppo destinato ad avere successo è necessaria varietà di tipi, altrimenti non c’è attrito, né opposizione. Gli individui riterrebbero di comprendersi a vicenda.
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D. Qual è il modo migliore per cominciare a formare una scuola della Quarta Via?
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R. Non possiamo cominciare. Una scuola comincia da un’altra scuola. Se delle persone si riuniscono e dicono “iniziamo una scuola”, non sarà una scuola della Quarta Via. Ma se una scuola è iniziata, come continuare, come sviluppare: ecco quello su cui dobbiamo riflettere. E per far ciò dovete prima comprendere cosa significhi lavoro su tre linee e poi lavorare su tre linee.
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D. Ad alcuni il sistema sembra egoistico.
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R. Il sistema deve essere egoistico in un certo senso. La prima linea di lavoro è egoistica, perché lì sperate di guadagnare qualcosa per voi stessi. La seconda linea è mista: dovete prendere in considerazione altre persone, sicché essa è meno egoistica; e la terza linea non è affatto egoistica, in quanto è qualcosa che voi fate per la scuola, non con l’idea di guadagnare qualcosa dalla scuola. L’idea di guadagno appartiene alla prima linea. Perciò il sistema include in sé sia ciò che è egoistico come ciò che non lo è.
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D. Come si può comprendere la terza linea praticamente?
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R. Quando cominciate a comprendere, questo segna un momento preciso nel lavoro. Supponete di essere in contatto con una certa scuola: non ci interessa di quale livello, se buona o cattiva. In questa scuola ottenete una certa conoscenza. Ma cosa date in cambio? In che modo aiutate la scuola? Questa è la terza linea. Mi viene spesso chiesto cosa significhi terza linea, come comprenderla e come cominciare a lavorare sulla terza linea.
Questa domanda non mi ha mai presentato alcuna difficoltà personalmente. Dal momento in cui ho trovato il sistema, ho sentito che era più grande e più importante di qualsiasi cosa avessi mai saputo, e tuttavia che esso era conosciuto solamente da un piccolo gruppo di persone. Dietro di esso non c’erano organizzazioni, né aiuto: nulla.
La scienza, l’arte, il teatro, la letteratura avevano le loro università, musei, libri, un largo seguito di gente, l’aiuto dei governi, l’aiuto della società, e tuttavia tutto il loro contenuto messo assieme era assai piccolo in confronto al sistema. Nella migliore delle ipotesi, esse erano solamente preparazione per il sistema e nonostante ciò avevano tutto e il sistema nulla.
Queste erano le mie idee quando trovai questo sistema. Decisi di lavorare su questa linea, e questa era la terza linea di lavoro. È assai chiaro che il lavoro richiede un’organizzazione e un posto per tutte le persone che desiderano venire, di conseguenza occorre trovare gente che comprenda questa necessità e che voglia, e sia capace, di sostenere il lavoro in qualsiasi maniera le è possibile.
Prendete come esempio una scuola ordinaria. Essa richiede un certo piano e organizzazione, un certo numero di persone che la conducano, e bisogna sapere chi farà una cosa e chi farà l’altra. Perciò chiunque intenda procedere deve rendersi conto che questo lavoro, la sua esistenza e la sua prosperità, sono una faccenda che lo riguarda personalmente, egli deve pensarci, deve cercare di comprendere i suoi requisiti, deve considerare come un suo interesse personale che il lavoro prosegua e non lasciare tutto questo agli altri.
La cosa più importante è farne un affare proprio, pensarlo come se fosse il lavoro proprio. Esiste un proverbio russo: se vi piace slittare in discesa vi deve piacere anche trascinare la slitta in salita. Se uno dice: “Sono interessato nella prima linea, ma non nella terza”, è lo stesso che dire: “Mi piace slittare in discesa ma non amo trascinare la slitta in salita”.
Cercate di pensare che io posso andarmene e che il lavoro, come è adesso, può sparire. Guardatelo da questo punto di vista, non prendetelo come un’istituzione permanente.
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D. Cerco di prendere quanto posso dal lavoro. Ma come apprendere a restituire?
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R. A volte uno si può trovare nella situazione di fare la domanda in questa forma, ma altre è sufficiente comprendere ciò che può esser dato, non ciò che voi potete dare; sapere ciò che è utile e necessario per il lavoro senza riferimento a voi stessi. Soltanto allora potete comprendere ciò che può essere utile in un dato momento e vedere se potete fare qualcosa in quel momento o no.
Quindi, prima che possiate mettere l’‘io’ in esso, dovete comprendere ciò che può essere fatto in generale, quello di cui ha bisogno il lavoro. Solamente in seguito potete metterci l’‘io’. Io non considero tanto quello che questa o quella persona fa in realtà, ma considero moltissimo ciò che essa pensa. Questo è importantissimo. Se essa pensa e sente giustamente, può presentarsi l’opportunità. 
Può darsi che essa non abbia l’opportunità di far nulla oggi, ma le circostanze possono cambiare e si può presentare l’occasione. Ma se essa non s’interessa a questo lato delle cose, se non lo comprende e non riflette giustamente su esso, si priva della possibilità di guadagnare quello che vuol guadagnare.
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D. Se le circostanze arrestano questo lavoro come è ora, c’è una possibilità di svilupparsi usando ciò che si è sentito qui?
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R. Non posso rispondere a ciò. Posso dire soltanto che, se la gente non lavora in queste condizioni, come può lavorare senza queste condizioni? L’esperienza mostra che con tutto l’aiuto possibile è necessario molto tempo per ottenere qualche risultato, perciò se uno è solo ci sono minori possibilità. È impossibile dire cosa accadrà in un caso e nell’altro. Uno ha la tendenza a dimenticare le cose più elementari che ha imparato. Anche quello che egli ritiene di aver compreso, è dimenticato in un paio di settimane.
Inoltre, sia pur con le migliori intenzioni, gli individui travisano le idee. Supponendo che non appartengano ad alcun gruppo, essi debbono continuare a pensare, ad avere problemi, a farsi domande e a dover rispondere ad esse. Per esempio, una delle solite forme di travisamento da parte delle persone che lavorano da sole o in gruppi separati è che esse invariabilmente prendono qualche tipo di spiegazione come un principio.
Ma se l’uomo ha appreso a ricordare se stesso, allora è un’altra faccenda; è uno stato diverso, sono condizioni diverse. Nel lavoro la prima condizione è comprendere ciò che si vuol guadagnare e quanto si è preparati a pagare per questo, perché bisogna pagare per ogni cosa. A volte si vogliono cose senza rendersi conto di ciò che queste comportano e di quanto c’è da pagare.
Cercate di riflettere su ciò, forse vedrete cosa intendo. Questo significa che tutto quanto uno può acquisire richiede un certo sforzo, e allo scopo di fare questo sforzo, particolarmente di farlo consciamente, bisogna sapere perché lo si sta facendo e ciò che si può ottenere da questo sforzo. Ed è anche importantissimo comprendere in quali condizioni si può lavorare e senza quali condizioni è inutile cercare di lavorare.
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D. Avete detto che uno deve sapere quanto è preparato a pagare. Come si può pagare?
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R. Il pagamento è un principio. Il pagamento è necessario non alla scuola ma alle persone stesse, perché senza pagare non ottengono nulla. L’idea del pagamento è importantissima e deve essere compreso che il pagamento è assolutamente necessario. Si può pagare in una maniera o in un’altra e ognuno deve scoprirla da solo. Ma nessuno può ottenere nulla per cui egli non paghi.
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Le cose non possono essere date, possono essere solamente comprate. Ciò è magico, non semplice. Se si ha conoscenza, non si può darla a un’altra persona, perché soltanto se la paga, l’altra persona può averla. Questa è una legge cosmica. L’idea del pagamento è fortemente sottolineata nel Nuovo Testamento, Matteo 13 , nelle varie, bellissime parabole di cui ho parlato. L’uomo deve essere un buon mercante, deve sapere cosa comprare e quanto pagare. Le cose non possono cadere dal cielo, non possono essere trovate, debbono essere comprate. Ciò che uno può ottenere è proporzionale a quanto egli è preparato a pagare. E uno deve pagare in anticipo: non si fa credito.
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D. Non c’è controllo sul prezzo? Non potete scoprire se esso è troppo alto?
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R. Alcuni individui ritengono che sia troppo alto, si rifiutano di pagare, e non ottengono nulla.
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D. Non comprendo la faccenda del pagare in anticipo. Come vien fatto?
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R. L’unico modo è pagare in anticipo, ma come farlo è un’altra cosa: tutto quello che studiamo qui è come pagare in anticipo. Come principio generale, pagare in anticipo significa che se state facendo un determinato lavoro e volete avere qualcosa collegato con esso, allora se lo rendete utile alla scuola, acquistate il diritto di averlo. 
Il pagamento è un importantissimo principio nel lavoro e va compreso. Senza pagamento non potete ottenere nulla. Ma di regola noi vogliamo avere qualcosa per nulla, e questo è il perché non abbiamo nulla. Se realmente decidessimo di avere questo tipo di conoscenza – o persino una cosa piccolissima – e lo facessimo senza curarci di tutto il resto, la otterremmo.
Questo è un punto importantissimo. Diciamo di voler conoscenza, ma in realtà non la vogliamo. Siamo pronti a pagare per qualsiasi altra cosa, ma per questa non siamo pronti a pagare niente, e così, come risultato, non otteniamo nulla.
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D. Il pagamento comporta qualche perdita per noi stessi?
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R. Perdita o sforzo. Potete guadagnare in quel modo, ma potete considerarlo come una perdita. Il pagamento ha parecchi aspetti. Il primo pagamento, è chiaro, sta nel darsi la pena di studiare e di comprendere le cose che si ascoltano. Non è ancora pagamento in sé, ma crea la possibilità del pagamento. Il pagamento, nel senso vero della parola, deve essere utile non soltanto a voi ma anche a qualche altro: alla scuola. Se però non siete utili a voi stessi non potete nemmeno essere utili alla scuola.
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D. Quindi, allo scopo di progredire, bisogna fare piccoli pagamenti?
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R. Oppure grandi.
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D. Che cosa sono?
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R. Questo è quello di cui stiamo parlando: dovete scoprirlo da voi. Ciò significa sempre un certo sforzo, un certo ‘fare’, diverso da quello che fareste naturalmente, e deve essere necessario o utile al lavoro.
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D. Non comprendo la differenza tra sforzi e pagamento.
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R. Gli sforzi possono essere pagamento, ma debbono essere utili, e non soltanto a voi. È necessario comprendere il lavoro in generale e le necessità del lavoro. Quando uno comprende tutto ciò, egli troverà modi per fare qualcosa di utile. L’atteggiamento dipende da voi e dalla vostra comprensione; l’opportunità dipende dalle circostanze.
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D. C’è collegamento tra lavoro su sé e pagamento?
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R. Se non lavorate su voi stessi, non sarete capaci di pagare. Questo è il collegamento. Chi pagherà? La falsa personalità non può pagare. Quindi al principio pagamento significa sforzo, studio, tempo, parecchie cose. Ma questo è soltanto l’inizio. Come ho detto, l’idea è che sulla strada per raggiungere qualcosa nel lavoro, uno ottiene soltanto tanto quanto egli paga. È una legge fisica, la legge dell’equilibrio.
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D. Il pagamento è sacrificio?
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R. Sì, però dovete sacrificare soltanto cose inesistenti, cose immaginarie. Tutti i nostri valori sono immaginari. Nel lavoro uno acquisisce nuovi valori e perde valori immaginari.
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D. Uno deve distruggere ogni pensiero che ha?
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R. Non potete generalizzare. Alcuni pensieri possono essere utili. Se tutte queste cose potessero essere spiegate in breve, sarebbe facile. È necessario studiare parecchie cose allo scopo di sapere cosa pagare e come pagare. Nella vita ottenete credito, qui non c’è credito. Col pagamento potete ottenere qualcosa, ma non sapete cosa otterrete.
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D. Uno deve essere desideroso di pagare?
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R. Sì, però ciò può essere difficile, non facile. In genere, il pagare deve essere difficile per voi e utile al lavoro. Ma questa è una spiegazione troppo generale. Spesso non possiamo definire le cose finché non veniamo ai fatti. 
Non possiamo avere cose vecchie e cose nuove, non c’è posto per queste, quindi dobbiamo creargli il posto. Ciò è così persino nei riguardi delle cose ordinarie. Se uno vuol molto, deve dare molto. Se uno vuole poco, darà poco. Giudicate questo, allora comprenderete.
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D. Credo che forse uno illude se stesso circa il voler cambiare?
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R. Molto spesso. Questa è un’ottima osservazione, perché spesso uno si persuade di voler cambiare, mentre vuol conservare ogni piccola cosa: dov’è allora il cambiamento? Il cambiamento è impossibile se egli vuol conservare tutto. Per pensare a cambiare uno deve pensare a cosa è disposto ad abbandonare.
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D. C’è qualcosa in noi che ci impedisce di volere quanto basta per cambiare? Se lo desiderassimo sufficientemente, otterremmo aiuto?
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R. Sì, certamente, ma non imposterei la cosa così. Avete tutto l’aiuto possibile, ora tocca a voi lavorare, è il vostro turno di far qualcosa. Certamente, in condizioni differenti, con preparazione differente, e anche in circostanze differenti, le cose potrebbero essere combinate meglio. Ma il problema è non quanto vien dato, ma quanto è preso, perché, generalmente, viene presa soltanto una parte di ciò che è dato.
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D. Ciò significa che è importante per noi pianificare le nostre faccende in modo da avere maggior tempo da dedicare al lavoro?
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R. Credo che quasi tutti, con l’eccezione di casi estremi, possono dedicare tempo sufficiente ad una certa partecipazione nel lavoro senza in realtà cambiare la propria vita e le proprie occupazioni.
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D. Per la maggior parte di noi non è possibile rinunziare alla nostra vita.
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R. No. Ho detto che la gente deve pensare a questo lato del lavoro, ed essa deve guardare al lato pratico: a ciò che è possibile e a ciò che è impossibile. Sono perfettamente sicuro che nella maggior parte dei casi le persone possono continuare a fare ciò che debbono fare e a vivere come sono abituate a vivere. Non c’è nulla nella vita che non possa diventare lavoro se uno cerca di ricordare se stesso, cerca di non identificarsi, di comprendere che ogni cosa accade e così via. Non è necessario cambiare le circostanze; al contrario, cambiare le circostanze è ancor peggio, specialmente all’inizio. In seguito può essere utile, ma non all’inizio.
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D. Cosa intendevate dicendo che ogni cosa nella vita può essere una possibilità di lavoro?
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R. Intendevo che ogni comune occupazione nella vita può divenire lavoro. Se uno cerca di applicare le idee del lavoro, allora, a poco a poco, ogni cosa che fa diviene lavoro.
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D. Qual è una pratica applicazione di questo sistema?
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R. Per esempio, la possibilità, mediante il ricordare se stessi, di accrescere la nostra consapevolezza. Ciò diviene immediatamente pratico. Ed esistono parecchie altre cose.
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D. Comincio a comprendere che la maggior parte del lavoro che si cerca di fare per gli altri nella vita è inutile. Sarebbe esatto dire che la scuola insegna a discriminare circa quale lavoro si è realmente capaci di fare?
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R. Sì, certamente, questa è una delle cose più importanti. La scuola però non vi insegna a lavorare per la gente, vi insegna a lavorare per la scuola, in questo modo imparate ciò che potete fare e come potete farlo. Dovrete prima imparare a lavorare per voi stessi, senza questo non potete far nulla; dovete apprendere ad essere utili a voi stessi, a cambiare voi stessi. Secondariamente dovete imparare ad essere utili alle persone nella scuola, dovete aiutarle; poi dovete imparare ad aiutare la scuola come un tutto. Come ho detto, solamente quando uno lavora su tutte e tre le linee egli può ricavare intero beneficio dalla scuola; e in tal modo impara cosa può fare fuori della scuola. Inoltre, nella scuola uno impara le leggi cosmiche e comincia a comprendere perché determinate cose sono impossibili.
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D. Se siamo tutti meccanici, non riesco a comprendere perché cerchiamo di fare qualsiasi cosa. Se abbiamo una scuola, qual è lo scopo di averla?
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R. Se non esistessero possibilità di cambiamento, non ci sarebbe alcuno scopo di averla, ma esiste una possibilità, e ciò fa tutta la differenza. In questo sistema sappiamo che è impossibile ‘fare’, che tutto accade, ma sappiamo anche che esistono possibilità di sviluppare questo potere di ‘fare’.
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D. Il lavoro su noi stessi acquista impulso dopo un certo tempo o rimane egualmente difficile, come spingere un carro in salita?
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R. Credo che diviene più difficile, perché arriva a un numero sempre maggiore di ramificazioni. Cominciate su una linea, poi dopo qualche tempo lavorate su tre linee, ciascuna di esse continua a dividersi, e richiede costantemente attenzione e sforzo. Là non c’è impulso. D’altra parte, uno acquista più energia, diviene più consapevole, e ciò in un certo senso rende le cose più facili. Però, da solo, il lavoro non può divenire più facile.
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D. È necessario lavorare per la scuola prima di poter fare un qualsiasi progresso?
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R. Il problema non può essere impostato così. Se lavorate per voi stessi e fate progressi, allora può venire l’opportunità di lavorare per la scuola, ma non potete fare supposizioni teoriche. La cosa più importante è la vostra iniziativa, sia nella prima che nella terza linea. Vi vien dato il materiale, ma l’iniziativa rimane in voi.
Però nella seconda linea non avete iniziativa, o pochissima. Consentitemi di ripetere ciò che ho detto prima: voi avete ricevuto queste idee e siete venuti qui perché alcune persone hanno lavorato prima di voi e hanno dedicato a ciò la loro energia e il loro tempo. Ora dovete imparare a condividere la responsabilità. Non potete continuare a ricevere le idee senza condividere la responsabilità; ciò è del tutto naturale. Sicché, anche se non oggi, domani uno deve ‘fare’. Fare cosa? Uno deve comprendere cosa chiedere a se stesso. Studiamo metodi di scuola, e questo è l’unico modo per studiarli.
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D. Potete darci un esempio di come condividere la responsabilità?
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R. No. Come ho detto, è questione di comprendere ciò che è utile, ciò che è necessario. Poi è questione di vedere ciò che si può fare, se non ora, forse in seguito. Non può essere dato sotto forma di prescrizione.
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D. Non è vero che a proprio vantaggio si dovrebbe fare un pagamento che è difficile?
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R. Sì, però dovete scoprirlo. Il pagamento non è semplicemente rendere le cose difficili per voi senza alcun vantaggio per nessun altro.
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D. Dovremmo evitare di considerare il lavoro solamente dal punto di vista delle nostre speciali capacità?
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R. Naturalmente ognuno deve considerare prima dal punto di vista di ciò che può fare. Supponendo però che le sue capacità non siano utili, egli deve allora trovare nuove capacità che possano essere utili. La gente chiede spesso: come imparare a ‘fare’? Lavorando, facendo tutto quanto è possibile in collegamento con le tre linee di lavoro. Spesso non possiamo ‘fare’ perché non conosciamo le nostre stesse possibilità.
Inoltre non abbiamo l’abitudine ad una certa disciplina che è necessaria nel lavoro. Tutto può essere appreso, ma richiede iniziativa e comprensione, e comprensione significa sforzo, lavoro.
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D. Mi sembra che ottengo più dal lavoro di quanto ho dato. Ma non ho nulla da dare.
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R. Non ne farei una complicazione. Abbiamo sempre qualcosa da dare, ed abbiamo sempre qualcosa da imparare. Finché siete interessati e continuate a prender cose, avete una possibilità di pagare. Perdete la possibilità di pagare quando non prendete nulla.
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D. Sento che è parte del nostro interesse per la terza linea di lavoro che dobbiamo cercare di divenire uomini n. 4
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R. Questa non è la terza linea di lavoro. Lo fate per voi, altrimenti non potete farlo. Tutte e tre le linee sono collegate, ma la terza linea è ciò che fate direttamente per la scuola, così come siete, senza attendere di divenire n. 4.
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D. Però mi sembra che, finché non raggiungiamo un più alto livello di essere, la comprensione di cui avete parlato non sarebbe per noi?
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R. No, vi sbagliate. Se per un diverso livello di essere intendete avere un centro di gravità, allora avete ragione, ma se intendete un diverso stato di consapevolezza, avete torto, perché se attendete fino a che avete un diverso stato di consapevolezza, non otterrete nulla. Quindi la risposta alla vostra domanda dipende da ciò che intendete per cambiamento di essere. È anche necessaria la lotta contro la falsa personalità; a causa della falsa personalità non possiamo trovare nulla. Ciò significa che è necessario un certo cambiamento, ma non un grosso cambiamento.
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D. Vi dispiace ripetere ancora una volta le caratteristiche di un centro di gravità?
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R. Il centro permanente di gravità arriva ad un certo momento in rapporto al lavoro, allorché uno è già sicuro di ciò che sta facendo, e sicuro del sistema, e allorché questo diviene più importante di qualsiasi altra cosa, quando occupa il posto principale nella nostra vita. Questo è il momento in cui si stabilisce il centro permanente di gravità. Ma quando uno è interessato nelle idee del sistema, e tuttavia ad ogni momento qualche altra cosa può divenire per lui più importante, ciò significa che non ha centro di gravità.
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D. È possibile considerare le tre linee di lavoro come tre diverse forze che formano una triade?
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R. Sì, in un certo senso, però esse cambiano sempre. Una è attiva oggi, ma era passiva ieri, e domani può essere neutralizzante. Esse sono diverse persino negli obblighi. Vedete, come parecchie altre cose, queste tre linee di lavoro non possono essere definite a parole. L’idea tuttavia è chiarissima. Nel momento in cui la comprendete, vi chiederete: “Perché volevo definizioni? È assolutamente chiaro senza parole!”. Dovete cercare di ricordare tutto quanto è stato detto su ciò, perché su questo soggetto sono già state dette parecchie cose.
Ricordate, per esempio, quanto è stato detto circa la prigione. Ricordo una conversazione di parecchi anni fa col signor Gurdjieff. Egli lo espresse in una forma semplicissima. Disse: “Uno può essere utile a se stesso; uno può essere utile agli altri; uno può essere utile a me”. Egli simboleggiava la scuola. Ciò descrive le tre linee di lavoro. Ed aggiunse: “Se uno è utile soltanto a se stesso e non può essere utile a me o agli altri, ciò non durerà a lungo”.
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D. Ma essendo utile a se stesso uno diviene automaticamente utile agli altri?
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R. No, ciò è diverso. Solo il dimenticare accade automaticamente; nulla di buono avviene automaticamente. È giustissimo prendere le cose per sé, ma se pensate soltanto a ciò, vi autolimitate. Bisogna studiare se stessi; bisogna lavorare su se stessi; così si ha tempo per studiare altre linee. Ma dopo qualche tempo, se uno non accetta quest’idea e si attiene soltanto a una linea, egli comincia a perdere terreno.
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D. La terza linea non è piuttosto fuori della nostra portata per il momento?
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R. No, è solamente necessario comprendere. Di nuovo, una persona può essere in una posizione, un’altra in un’altra: quindi non esistono leggi generali su ciò. Per esempio, io ho cominciato con la terza linea; potevo fare di più sulla terza linea, prima di poter fare qualcosa sulla prima o sulla seconda.
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D. Non c’è una sorta di organizzazione per aiutare gli individui a lavorare sulla terza linea?
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R. Sì, c’è. Ma un’organizzazione non può aiutare da sola, perché ciascuna linea deve essere basata su qualche tipo di atteggiamento. Un’organizzazione non può sostituire un atteggiamento, mentre è necessaria un’organizzazione per comprendere alcune cose. Per esempio, una delle cose più importanti nel lavoro è comprendere la disciplina. Se uno comprende questa idea di disciplina, scopre la possibilità di lavorare contro l’ostinazione.
Se non la comprende, riterrà di lavorare, ma in realtà non lavorerà, perché sarà soltanto ostinazione. Lo studio della disciplina è collegato con la seconda linea di lavoro. Senza comprensione della disciplina di scuola non si può avere disciplina interiore. Esistono persone che potrebbero fare un buon lavoro e che non ci riescono perché mancano di disciplina. Eppure il cambiamento di essere è possibile solamente col lavoro-scuola e con la disciplina di scuola.
Per un certo periodo di tempo uno deve averla, in seguito, uno può lavorare da sé. La disciplina è collegata alle regole. Le regole sono le condizioni in cui gli individui vengono accettati e gli vien data la conoscenza nella scuola. Rispettare queste regole o condizioni è il primo pagamento, è la prima prova. Una delle cose più importanti in ogni tipo di scuola è l’idea delle regole. Se non ci sono regole, non c’è scuola. Nemmeno una scuola-imitazione può esistere senza regole.
Se essa è una scuola- imitazione, ci saranno regole-imitazione, ma ci deve essere un qualche tipo di regole. Una definizione di scuola è “un certo numero di persone che accettano e seguono determinate regole”. Le regole non sono per la convenienza, non sono per la comodità: sono per ciò che non conviene, per la scomodità; in tal modo aiutano a ricordare se stessi. Dovete comprendere che tutte le regole sono per ricordare se stessi, anche se hanno uno scopo in sé.
Se non esistono regole, e non è compresa l’importanza delle regole, non c’è lavoro. La cosa importante di cui rendersi conto a proposito delle regole è che esiste in realtà solamente una regola, o per dire meglio soltanto un principio: non si deve far nulla di inutile. Cercate ora di comprender questo. Perché non possiamo ‘fare’ nel senso giusto? Perché facciamo tante cose inutili.
In ogni momento della nostra vita, facciamo centinaia di cose inutili e, a causa di ciò, non possiamo ‘fare’ e dobbiamo prima imparare a non fare qualunque cosa sia inutile. Prima dobbiamo apprendere a non fare cose inutili in rapporto al lavoro, poi in relazione alla nostra vita stessa. Ciò può richiedere molto tempo, ma questa è la strada per imparare. Dovete far questo, non dovete far quello; queste sono tutte specificazioni, ma esiste una sola regola. Finché non comprendete questa regola fondamentale, dovrete seguire altre regole che vi vengono date.
Le regole sono particolarmente importanti in relazione all’organizzazione dei gruppi, perché, dato che le persone vengono senza conoscersi reciprocamente e senza sapere cosa sia tutto questo, debbono essere imposte alcune regole. Per esempio, una delle regole che viene imposta ai nuovi è che non debbono parlare con estranei di quanto apprendono alle conferenze. Essi cominciano a rendersi conto dell’importanza di questa regola solamente quando questa forma di discorso si rivolge contro di loro, quando i loro amici insistono affinché parlino ed essi non vogliono più parlare.
Questa regola ha lo scopo di aiutare le persone a non mentire perché quando parlano di cose che non conoscono, esse naturalmente cominciano a mentire. Se quindi, dopo aver ascoltato una o due conferenze, la gente comincia a parlare di ciò che ha ascoltato e ad esprimere la sua opinione, comincia a mentire. La maggior parte delle persone è troppo impaziente. Non si concede tempo sufficiente, arriva troppo presto alle conclusioni e non può evitare di mentire.
Ma la ragione principale di questa regola è che un principio del lavoro-scuola è non dare idee, non cederle agli altri, dandogliele solamente a determinate condizioni che gli impediscano di essere falsate. Altrimenti saranno falsate il giorno dopo. Abbiamo avuto abbastanza esperienza di ciò. È importantissimo impedire che queste idee si deteriorino, perché si può dire che una scuola è qualcosa in cui persone e idee non muoiono.
Nella vita, sia persone che idee muoiono, non immediatamente, ma lentamente muoiono. 
Un’altra ragione di questa regola è che essa è una prova, un esercizio di volontà, un esercizio di memoria e comprensione. Voi venite qui a determinate condizioni; la prima condizione è che non dovete parlare, e questo dovete ricordarlo. Ciò aiuta enormemente a ricordare se stessi, perché va contro tutte le abitudini ordinarie. La vostra abitudine ordinaria è di parlare senza discriminazione, ma in relazione a quest’idea dovete discriminare.
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D. Sembra che in una scuola nulla venga fatto senza ragione. È una ragione della necessità di questa regola che il parlare introdurrebbe un nuovo fattore, il cui risultato non potrebbe essere previsto?
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R. Certamente. Se la gente sapesse cosa fare senza regole, le regole non sarebbero necessarie. Tuttavia è anche un tipo di educazione, perché obbedendo alle regole la gente crea qualcosa in sé. Se non ci fossero regole, non ci sarebbe sufficiente attrito.
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D. Ho ben compreso che lo scopo principale delle regole è quello di infrangere la meccanicità?
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R. Ciascuna regola ha parecchi scopi, ma non potete attendervi nulla dalle sole regole. Esse fanno parte del lavoro generale, sono un aiuto.
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D. Trovo quasi impossibile che uno non utilizzi la conoscenza acquisita finora per aiutare i propri amici.
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R. Essa non può essere ancora utilizzata, in quanto se cercate di far qualcosa con l’ammontare di conoscenza che avete, la falserete. È necessario averne di più, perché soltanto allora sarete capaci di giudicare se potete fare qualcosa con essa in un determinato caso o no, se potete dare qualcosa a questa o quella persona o no. Ora non potete saperlo. Inoltre, ogni cosa in questo sistema o deve essere spiegata completamente, o nemmeno sfiorata, e al fine di spiegare una cosa ne dovete spiegare un’altra. Questa è la difficoltà. Vedete ciò che intendo?
Per noi parecchie cose sono fatti, o almeno dovrebbero esser fatti. Se li dite a persone che non sono passate lentamente attraverso questo studio, per loro sarà qualcosa come la fede. Esse crederanno o non crederanno, e dato che queste cose nella maggior parte vanno contro le idee ordinarie, per loro sarà molto più facile non credere. Perché quindi dovremmo creare più increduli? È impossibile dare queste idee con sufficiente chiarezza a gente che non le studia.
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D. È difficile discutere qualcosa con qualcuno senza che questa sia alterata da ciò che abbiamo ascoltato qui.
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R. Finché ciò non diviene facile, non potete cominciare a far nulla; tutto sarà trasformato in chiacchiere e rimarrà chiacchiere. Soltanto quando siete capaci di rimanere in silenzio, di tenere qualcosa per voi, solamente allora potete accumulare maggior conoscenza o materiale. Se fate un buco in un pallone, il contenuto del pallone verrà fuori. Se fate un buco in voi stessi, anche in questo caso qualcosa verrà fuori.
Le regole sono difficili da osservare perché, ricordando le regole e obbedendo alle regole, voi accumulate energia conscia. Questo è il motivo principale per cui vengono fatte le regole. Uno non può descrivere le regole o farne un elenco; le regole però possono essere comprese. Inoltre, lo sviluppo emozionale richiede disciplina. Nulla sviluppa il centro emozionale più del rinunziare all’ostinazione. Le regole sono collegate con l’idea di condotta.
Quando diveniamo uomini n. 5, la nostra condotta sarà perfetta in confronto a ciò che è ora. Ma non siamo uomini n. 5, quindi dobbiamo avere regole. Se ricordiamo le regole, le comprendiamo e seguiamo, la nostra condotta sarà coerente e condurrà in una direzione precisa. Non sarà più la condotta erratica degli uomini n. 1, 2 e 3. Tutte le strade richiedono disciplina. Ciò spiega perché uno non può lavorare da solo. Uno non può creare disciplina da solo. Se si comprende questo lavoro, allora la disciplina assume la forma che uno non decide da sé, ma lavora in base alle istruzioni.
Occorre molto tempo per acquisire volontà, perché prima va vinta l’ostinazione. Frattanto è necessaria un’altra volontà, la volontà della scuola, dell’organizzazione.
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D. Non comprendo perché le regole appartengono alla seconda linea e non alla terza.
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R. Cercate di pensare. Non possono esserci regole nella prima e terza linea; lì dovete fare ciò che potete, ci deve essere iniziativa, il lavoro deve essere libero. Nella seconda linea ci deve essere disciplina.
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D. Cos’è più importante nella seconda linea, vantaggio per sé o vantaggio per gli altri?
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R. È impossibile metterla in questo modo. Nella seconda linea dovete essere capaci di dimenticare i vostri interessi, le vostre simpatie e antipatie.
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D. Le domande che le persone fanno durante le conferenze, e che sono utili ad altri, sono la seconda linea di lavoro?
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R. No, vedete, il lavoro è un’altra cosa. È necessario comprendere cosa significhi la parola ‘lavoro’ nel senso del sistema. Non significa ‘accadere’ come nel caso in cui la domanda di qualcuno accada che dia un risultato utile. Lavoro significa sempre una linea di sforzi conducente a uno scopo preciso. Non un solo sforzo. Un solo sforzo non significa lavoro; ma una linea collegata di sforzi, una linea ininterrotta di sforzi, soltanto ciò diviene lavoro.
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D. Se due persone si aiutano reciprocamente, questa sarà la seconda linea?
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R. No, come ho spiegato, nella seconda linea non c’è iniziativa. Ma ci deve essere una certa preparazione per essa: uno deve comprendere la necessità di lavorare con la gente. Quando cominciate a comprendere che è fisicamente impossibile lavorare da soli, questa sarà comprensione, ma non sarà ancora la seconda linea. Dovete comprendere che le persone che incontrate qui sono per voi altrettanto necessarie dello stesso sistema. Questo sarà un principio.
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D. Esiste una qualsiasi linea particolare che aiuterà a sottrarci dal fare cose inutili?
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R. Non una linea particolare, ma tutte le linee che vengono spiegate. Dovete essere capaci di scorgere cosa è possibile. Vi vengono dati parecchi suggerimenti; un giorno potete fare un lavoro migliore su una linea, un altro giorno su un’altra; non c’è linea speciale per tutti i giorni, per tutto il tempo. E c’è il ricordare se stessi, tutto quanto è stato detto circa l’identificarsi, il considerare, le emozioni negative, lo studio del sistema, parecchie cose. Non saprete mai quale può essere più utile in un determinato momento; in un momento aiuta l’uno, in un altro, l’altro.
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D. Questo sistema comporta la rinunzia?
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R. Non nel senso usuale. Nella Quarta Via è necessario soltanto un tipo speciale di rinunzia, in certi tipi di lavoro, in alcune situazioni speciali. Per esempio, come ho detto, uno deve rinunziare alle proprie decisioni in questioni collegate col lavoro nella scuola. Questo è un esempio di disciplina possibile. E uno deve ricordare perché lo sta facendo e cosa sta facendo. Per esempio, nel ricordare le regole, uno deve rinunziare a una notevole parte del proprio giudizio e limitarsi a ricordarle.
Perché? Perché uno deve rendersi conto di non comprendere abbastanza. Allorché si comprende, non ci sarà bisogno di ricordare le regole. Perciò, vedete, rinunzia non significa sacrificio cieco, ed è necessaria solamente in rapporto al lavoro-scuola, non fuori del lavoro-scuola. Ripeto: la maniera per acquisire volontà sta nell’assoggettarsi a una certa disciplina e nel non cercare di evadere. La gente usa nel lavoro gli stessi metodi che usa nella vita: si adatta. Cerca di rendere il lavoro il più comodo, o perlomeno il meno scomodo che sia possibile, e in tal modo perde ciò che il lavoro può dare.
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D. Non vedo perché l’adattarsi non dovrebbe essere ammesso nel lavoro.
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R. Non potete adattarvi al lavoro; dovete lavorare nella realtà dei fatti. L’adattarsi può essere giusto in determinati casi nella vita, nel lavoro è sempre sbagliato. L’adattamento non è un metodo sicuro. 
Vi adattate ad uno stato o a una serie di circostanze, poi queste cambiano e il vostro adattamento va a vuoto. Dovete trovare un metodo migliore, perché non sapete mai cosa accadrà nel momento successivo. Per esempio, ve ne state nella vostra stanza e decidete di non irritarvi, poi inaspettatamente accade qualcosa e vi irritate prima di accorgervene.
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D. Come possiamo rendere il lavoro più reale? Mi rendo conto che esso non è quello che potrebbe essere.
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R. È quello che è, perché voi non siete quelli che potreste essere. Esiste un certo principio nel lavoro: il tempo è contato. Ad ogni persona vengono fatte determinate richieste. Se siete soltanto da un mese nel lavoro, le richieste sono piccole; nel mese successivo, crescono; dopo sei mesi sono più grandi, dopo un anno ancor più grandi. Se una persona non soddisfa queste richieste, il conto si fa pesantissimo alla fine.
Se qualcuno giudica di aver diritto di essere allo stesso livello del primo mese dopo essere stato nel lavoro per alcuni anni, egli non può pagare il conto. Pagamento significa prima di tutto essere capaci di soddisfare le richieste. Le richieste crescono sempre, e se siete in ritardo, le cose vi appariranno sotto il giusto livello, ovunque esse siano in realtà, in quanto voi siete sotto il livello. Ma se lavorate, se crescete sarete al livello delle richieste. Vi sto mostrando il lato dal quale è possibile affrontare questo problema. In una organizzazione sono necessarie parecchie cose, prima di tutto comprendere e sforzo.
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D. Suppongo che soddisfare le richieste comporti la rinunzia ad alcune cose ma sono perplesso su quali sono queste cose.
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R. Non preoccupatevi, quando è necessario rinunziare a qualcosa ciò diviene chiarissimo. Se non vedete ciò a cui dovete rinunziare significa che ancora non è venuto il momento di pensarci. Il pensare intellettualmente a ciò è del tutto inutile, perché quando dobbiamo rinunziare a qualcosa questo non viene mai sotto forma di enigma. Forse un giorno vedrete qualche tipo particolare di emozione negativa e vi renderete conto che se volete conservarla non potete lavorare. Oppure può essere qualche tipo di immaginazione, o qualcos’altro del genere. Comincia sempre in questa maniera.
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D. Sembra paradossale che stiamo cercando di liberarci da leggi e ci mettiamo sotto più leggi.
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R. Allo scopo di divenire liberi è necessario sottomettersi a parecchie più leggi per un certo tempo, perché uno può imparare ad essere libero soltanto obbedendo a più leggi. Esistono parecchie ragioni per ciò. Una ragione è che siamo troppo indulgenti con noi stessi; se ci stabiliamo un compito, dopo un po’ di tempo cominciamo a trovare scuse. E allora inganniamo troppo noi stessi. Quindi, come ho detto, se la gente vuol continuare a studiare, deve accettare determinate condizioni. Ciò significa che deve rendere lo studio pratico. Se la gente non prende il lavoro con sufficiente serietà, esso è una perdita di tempo.
Voi avete il diritto di andarvene ed io quello di cessare le conferenze, quindi non ci sono obblighi da nessuna delle due parti. Ho altro lavoro da fare, ma è necessario che dedichi il mio tempo a questo, perché è l’unica maniera per fondare una scuola. Se posso dire: “Se muoio domani, il lavoro continuerà”, questo significherà che è stata fondata una scuola. Se essa dipende interamente da me, significherà che la scuola non ha forza sufficiente.
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D. In una scuola è meglio studiare soltanto se stessi e non gli altri?
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R. No, è necessario studiare anche altre persone, ma non soltanto altre persone.
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D. Indubbiamente è più facile essere obiettivi sugli altri che su se stessi?
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R. No, è più difficile. Se divenite obiettivi su voi stessi, potete vedere gli altri obiettivamente, ma non prima, perché prima tutto sarà influenzato dai vostri stessi punti di vista, atteggiamenti, gusti, da ciò 
che vi piace e che non vi piace. Per essere obiettivi dovete essere liberi da tutto questo. Potete divenire obiettivi su voi stessi: questa è la prima esperienza del venire a contatto con l’oggetto reale.
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D. Uno impara mai a somministrare shock a se stesso allo scopo di lavorare come dovrebbe?
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R. Se lavorate su tre linee, una linea darà shock all’altra. Quando comprendete, non teoricamente ma dall’osservazione, come una linea aiuta l’altra, lo scoprirete.
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D. Quello che intendevo era: quando uno ha bisogno rapidamente di energia per uno scopo speciale, come può ottenerla? Avviene mediante uno shock?
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R. Un buono shock produce rapidamente energia. Ma gli shock possono essere di tre tipi: qualche altro lo può dare a voi, o ve lo potete dare da voi, o può capitare accidentalmente. Nessun’altra cosa può creare rapidamente energia. Un buono shock vi può far ricordare voi stessi e farvi ricordare lo shock. Può essere talmente buono che sarete incapaci di dimenticarlo per qualche tempo; ciò vi renderà più emozionali e il centro emozionale produrrà energia.
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D. Avete detto che gli shock possono essere accidentali?
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R. Gli shock accidentali non contano. Le cose accadono; la gente trova danaro per la strada, ma non può contare su questo. Quando parliamo di ‘dare shock’ parliamo di shock consci. Dobbiamo comprendere come accadono le cose. Cominciamo a fare qualcosa, poi arriviamo a un intervallo senza nemmeno renderci conto dell’esistenza degli intervalli e conoscere le loro possibilità. Questa è la nostra situazione. Prima di arrivare alla possibilità di avere uno scopo e di conseguirlo, dobbiamo comprendere che questo è assai lontano da noi e dobbiamo studiare gli intervalli negli esempi che ci sono stati dati, come quello del diagramma del cibo.
Mediante lo studio di questi intervalli e dei due shock consci che sono stati spiegati, con l’imparare a produrli, possiamo arrivare alla possibilità di un tipo completamente diverso di shock, ma non prima di ciò. In realtà, se potessimo produrre sufficienti shock necessari che siano abbastanza forti, non ci sarebbe praticamente nulla che non potremmo raggiungere. L’unica cosa di cui abbiamo bisogno sono gli shock, ma non possiamo produrli. Anche se ci pensiamo, non siamo sufficientemente fiduciosi, non crediamo in noi stessi, non sappiamo con sicurezza che questo shock produrrà l’effetto desiderato.
Questo è perché il lavoro organizzato include in sé parecchi shock, perciò esso non è lasciato a noi stessi. Siamo così profondamente addormentati che nessuno shock ci desta: non li notiamo.
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D. La percezione della meccanicità offre una scelta nelle proprie azioni o bisogna attendere la volontà?
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R. Direi che offre una scelta. Tuttavia è sbagliato pensare che quando arriva la percezione essa porta già la possibilità e il potere. Uno può sapere e non essere capace di far nulla. È una situazione estremamente difficile e spiacevole se uno comincia a vedere le cose e non è capace di far nulla. Questo è il motivo per cui in alcuni casi è meglio non cominciare a lavorare a meno che uno non sia pronto ad andare fino alla fine.
Altrimenti si può far la fine dell’asino di Buridano che morì di fame incapace di scegliere tra due balle di fieno. L’idea di scelta è un’idea contraddittoria.
Da un punto di vista non esiste scelta, da un secondo punto di vista c’è scelta, da un terzo di nuovo non c’è scelta, e tutti sono veri. È un’idea complicatissima. Per esempio, nel lavoro esiste scelta, ma il lavoro è collegato con la vita esterna. Le cose si possono mettere talmente male che non c’è scelta, poi forse c’è un momento di scelta, ma, se ci sfugge, la perdiamo.
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D. Esiste una qualche maniera per riconoscere questi momenti di scelta?
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R. Soltanto cercando di scoprire questi momenti nel lavoro, perché questo sistema è un metodo per acquisire nuova conoscenza e potere e, tuttavia, un mezzo per esercitare tale conoscenza e potere. Qui abbiamo maggiori possibilità di scegliere. Se le esercitiamo, allora forse in seguito saremo capaci di applicarle ad altre cose. Questa idea è collegata con gli incroci.
Gli incroci sono momenti in cui uno può ‘fare’. Arriva un momento in cui uno può o non può aiutare in questo lavoro. Se giunge un’opportunità e uno la manca, forse un’altra può non venire per un anno, o anche di più, se uno non fa in modo di usare il lavoro organizzato che può produrre opportunità permanenti.
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D. A proposito della seconda linea, è necessario cercare un’opportunità?
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R. A ognuno viene data l’opportunità, solamente una persona singola non può organizzare per sé il lavoro sulla seconda linea; questo deve essere predisposto. In relazione a ciò si è scoperto con l’esperienza che il lavoro fisico è utilissimo nella scuola. In alcune scuole esistono speciali esercizi fisici, ma, in assenza di questi, il lavoro fisico prende il loro posto. Tutto ciò si riferisce alla seconda linea: questa deve essere lavoro organizzato.
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L’idea è questa: quando un certo numero di persone lavora assieme, nella casa, nel giardino, con gli animali, ecc., ciò non è facile. Individualmente esse possono lavorare, ma lavorare assieme è difficile. Esse si criticano a vicenda, si intralciano a vicenda, si prendono le cose a vicenda. Questo è un ottimo aiuto per ricordare se stessi.
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Se una persona è interessata nell’idea, la può provare, ma solamente se sente di averne bisogno. Non dovete pensare che sia una sorta di aiuto magico. Lavoro significa azione. Teoricamente, il lavoro con gli altri è seconda linea, ma non dovete pensare che essere nella stessa stanza con altra gente o fare lo stesso lavoro sia già seconda linea. Voi non sapete ancora cosa sia la seconda linea di lavoro.
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D. Una volta avete detto che il lavoro fisico è il modo di far sì che i centri funzionino correttamente. Cosa intendevate dire con ciò?
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R. Il lavoro fisico – non lo sport, ma il lavoro duro, di un tipo per una persona, di un altro tipo per un’altra – mette a posto i centri. I centri sono collegati in un determinato modo e le energie sono distribuite in un determinato modo. Quando la gente è oziosa, i centri cercano di fare uno il lavoro dell’altro, proprio perciò il lavoro fisico è un metodo sicurissimo per farli lavorare meglio.
Questo metodo è largamente usato nelle scuole. Nella vita moderna, specialmente in alcune persone, il lavoro sbagliato dei centri sciupa tutta l’energia. Ma, è chiaro, anche nel lavoro organizzato se uno lavora con identificazione questo non significa nulla.
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D. Qual è la differenza tra lavoro fisico nella vita ordinaria e lavoro fisico organizzato in una scuola?
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R. Lavorare in qualsiasi altro posto è molto più facile: date a voi stessi maggior libertà circa la scelta del modo di farlo. Supponete di lavorare nel vostro giardino, farete le cose che vi piace fare e le farete a modo vostro. Sceglierete i vostri attrezzi, il vostro tempo, il vostro clima, ogni cosa. Quindi introducete moltissima ostinazione in esso. Nel lavoro organizzato non avete soltanto risultati fisici, ma lottate anche contro la vostra ostinazione.
Il lavoro non cessa di essere pericoloso per il fatto di essere specialmente organizzato, comunque stiano le cose, perché nel lavoro ordinario la volontà rimane sempre ostinazione, mentre nel lavoro-scuola, l’ostinazione rovina tutto, e non solo per noi stessi ma anche per gli altri.
L’ostinazione sa sempre meglio, e vuole sempre fare le cose alla sua maniera. Tutto il lavoro organizzato è una possibilità di lavorare contro l’ostinazione. Inoltre, il lavoro fisico organizzato richiede sforzo emozionale. Questo è il motivo per cui il lavoro fisico non può realmente essere chiamato fisico, perché è anche emozionale. Se fosse solamente fisico non sarebbe proficuo. Se non c’è sforzo emozionale nel lavoro fisico che state facendo, dovete o aumentare la vostra velocità, o aumentare il tempo o lo sforzo al fine di renderlo emozionale. Cercate di fare qualche lavoro fisico più duramente e più a lungo di quanto possiate farlo con comodo e vedrete che richiede uno sforzo emozionale. Questo il motivo per cui il lavoro fisico è importante.
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D. Quale tipo di sforzo emozionale? 
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R. Vedrete. Stiamo parlando ora di lavoro fisico collegato al sistema; esso sta sotto leggi completamente diverse; lo fate per scopi diversi, e dovete ricordare perché lo fate.
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D. Alcune persone hanno bisogno della scuola e altre no?
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R. La scuola è per coloro che sono preparati per la scuola. L’inizio del lavoro-scuola significa già una certa preparazione. Nella scuola deve cominciare una nuova ottava. Qual è il dovere di quella personalità che era centro magnetico? Cosa può esserle richiesto ora? Valutazione del lavoro, valutazione del sistema e di ogni cosa collegata col sistema. Se c’è valutazione, questa personalità crescerà, se non c’è, non crescerà.
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D. Uno può essere identificato con una scuola?
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R. Ciò significa perdere la scuola. Uno può essere identificato con la scuola in parecchie maniere: amandola troppo, o criticandola troppo, o credendo troppo in essa.
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D. La scuola interferisce con la maniera in cui ci comportiamo fuori della scuola?
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R. In rapporto alla scuola le vostre azioni sono controllate da regole. Fuori della scuola, vi accorgerete che è necessario anche lì applicare alcuni principi che usate nella scuola. Se non cercate di applicarli ogni volta che potete, è inutile conoscerli. Poi – questa non è una regola o un principio – troverete che, anche fuori della scuola, se volete fare qualcosa non ne dovete fare qualche altra; in altre parole, dovete pagare per ogni cosa, non nel senso di sborsare danaro e di effettuare un pagamento, ma mediante qualche tipo di ‘sacrificio’ (non mi piace l’uso di questa parola, ma non ne esiste altra). In tal modo ciò coinvolgerà tutta la vostra vita.
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D. Il numero delle persone in una scuola dipende dall’ammontare di conoscenza prodotta?
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R. No, dipende dal numero di persone che hanno un certo essere e che possono provvedere ad altre persone, insegnar loro, istruirle, ecc. Voi ritenete che le scuole siano come funghi in un bosco, ma sono molto diverse dai funghi. Una scuola è il risultato di lungo lavoro. Anche se prendete questa stanza e noi che stiamo seduti qui a parlare, ciò è il risultato di trent’anni di lavoro di parecchie persone, e forse di parecchie altre prima di loro. Ciò va tenuto in considerazione.
Inoltre, conoscenza nel nostro senso significa conoscenza collegata con la possibilità di sviluppo dell’essere. Questa conoscenza deve provenire da un’altra scuola e deve essere valida. Supponete che vi faccia imparare a memoria le date di nascita di tutti i presidenti francesi, a cosa servirà? Eppure spesso questa è chiamata conoscenza.
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D. La ragione per cui questa conoscenza non può essere data senza pagamento è perché le persone che la prendono senza pagamento la traviseranno?
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R. Semplicemente perché la perderanno, la getteranno via, perché valutazione dipende da pagamento. Non potete avere una valutazione giusta di una cosa che non pagate. Se viene troppo facilmente, non la stimate. Questo è un aspetto; l’altro aspetto del problema è che se stimate una cosa non la cederete ad altri. Cosa significa valutazione? Se vi rendete conto dello sforzo che mettete in essa, di quante persone hanno lavorato e per quanto tempo per darvi questa conoscenza, non lo cederete per nulla al mondo, perché, prima di tutto, non sarà utile a quelli cui la date, e in secondo luogo, perché mai esse dovrebbero averla gratuitamente? Sarebbe la più grande ingiustizia. Ma ciò non può accadere, perché in ogni caso essi non possono prenderla.
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D. Che relazione ha l’idea di scuola con l’ordine cosmico?
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R. Questa scuola – una scuola in cui potete stare – è piccolissima cosa. Vi può essere di aiuto, ma è grandissima presunzione da parte nostra pensare che possa avere un significato cosmico. È facilissimo comprendere l’idea di scuola se la pensate con semplicità. Volete avere una certa conoscenza, e non potete averla finché non trovate una scuola, intendo dire una scuola che ha ottenuto questa conoscenza da un’altra scuola, non conoscenza inventata da uomini comuni. Questa è l’unica idea da cui potete partire.
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D. Qualche tempo fa avete parlato di uomini di mente superiore da cui proviene questa conoscenza. Esistono veramente, e possiamo riconoscerli?
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R. Non possiamo riconoscerli se essi non desiderano essere riconosciuti. Ma se lo desiderano, essi possono mostrare di trovarsi a un livello diverso. Se incontriamo persone di livello superiore, non riconosceremo il loro essere, ma possiamo riconoscere la loro conoscenza; sappiamo i limiti della nostra conoscenza, perciò possiamo accorgerci quando qualcuno sa più di noi. Ciò è quanto ci è possibile nel nostro stato presente.
Però non possiamo vedere se un’altra persona è conscia o no, o più conscia di noi. Essa avrà lo stesso aspetto, o persino, e ciò è particolarmente interessante, accade spesso che persone le quali sono più sviluppate possono apparire meno consce e possiamo prenderle per più meccaniche di noi.
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D. Le scuole esistono per avere un effetto generale su altre persone non nelle scuole, o è interamente per ragioni loro proprie?
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R. Direi entrambe le cose, solamente che non c’è contraddizione tra le due, perché come possono le scuole avere un’influenza su persone non nelle scuole? Solamente preparandole per la scuola, in nessun’altra maniera. Vedete, la principale difficoltà nel comprendere i sistemi di scuola è che questi non possono essere troppo diluiti. Se si fanno diluiti divengono il loro stesso opposto, cessano di significare una qualunque cosa, di avere un qualsiasi scopo.
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D. Nel passato le scuole non hanno influenzato l’umanità?
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R. Quando le scuole influenzavano l’umanità, questa era piccolissima e le scuole grandissime. Ora l’umanità è grandissima e le scuole piccolissime. Per esempio, le scuole sotto il nome di diversi Misteri influenzarono alcuni periodi della vita greca, ma la Grecia era un paese piccolissimo. Anche l’Egitto era relativamente piccolo, quindi poté essere influenzato. Ma come potrebbe oggi questa piccola scuola influenzare l’umanità? Domandate senza riflettere.
Ricordo che il signor Gurdjieff ha detto che duecento persone consce potrebbero influenzare l’umanità. Una volta calcolammo ciò che questo avrebbe significato. Supponete che esista nel mondo un uomo n. 7; egli deve avere almeno un centinaio di alunni, in quanto da solo non può essere in contatto con i gradi inferiori.
Perciò, se c’è un uomo n. 7, egli deve avere perlomeno un centinaio di uomini n. 6. Ciascuno di questi uomini n. 6 deve avere almeno un centinaio di uomini n. 5, il che fa 10.000 uomini n. 5. Ciascuno di questi 10.000 uomini n. 5 deve avere almeno un centinaio di uomini n. 4, attraverso i quali può avere contatto con altra gente, sicché deve esserci un milione di uomini n. 4.
Ciascuno di questi uomini n. 4 deve aver perlomeno un centinaio di uomini 1, 2 e 3, che egli conosce e con cui può lavorare; quindi ciò farà cento milioni di uomini 1, 2 e 3. Questo significa che, anche se supponiamo che un migliaio fa una scuola, ci sarebbero centomila scuole.
Bene, sappiamo definitivamente che non esiste un tal numero di scuole, perciò è impossibile aspettarci un uomo n. 7, perché l’esistenza di un uomo n. 7 significherebbe che le scuole controllerebbero la vita. Persino un uomo n. 6 significherebbe che le scuole controllano il mondo. Ciò implica che uomini n. 7 e 6 starebbero nel mondo soltanto in condizioni speciali, e ciò sarebbe visto e noto, perché significherebbe che la vita sarebbe controllata dalle scuole. E poiché sappiamo che, se esistono scuole oggi, esse sono assai nascoste, non può essere così nella nostra epoca.
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D. Intendete che l’uomo n. 7 non può esistere su questo pianeta o che egli non esiste nelle presenti condizioni?
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R. Non ho detto che non può esistere. Ho detto che abbiamo motivi di pensare che non esista, perché la sua esistenza apparirebbe. Ma ciò non esclude la possibilità che per qualche ragione uomini n. 7 possano esistere e non mostrarsi; soltanto che questo è meno probabile.
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CAPITOLO 12.
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È giunto per voi il momento di pensare a tutto quanto avete ascoltato dal punto di vista di ciò che è più importante, vale a dire di cercare il centro di gravità in tutte le differenti idee che avete studiato e di cercare di trovare i punti principali, perché, come in qualsiasi cosa, esistono punti più importanti e meno importanti.
Ci sono cose ausiliarie che vi aiutano a comprendere i punti principali, ed esistono punti principali che determinano il tutto. È giunto ora il momento di fare distinzione fra loro. Domande giuste, problemi giusti sono quelli che si riferiscono all’essere, al cambiamento dell’essere, a come trovare lati deboli del nostro essere e a come combatterli. Dobbiamo comprendere che, prima di acquisire nuova conoscenza, ci dobbiamo render conto dei nostri limiti e del fatto che questi sono in realtà limiti del nostro essere.
La nostra conoscenza rimane allo stesso livello. Cresce in una determinata direzione, ma questa crescita è assai limitata. Dobbiamo vedere quanto sia ristretto il campo in cui viviamo, ingannando sempre noi stessi, immaginando sempre che le cose siano diverse da come sono.
Riteniamo sia facilissimo cambiare qualcosa, ma soltanto quando sinceramente cerchiamo di farlo ci rendiamo conto di quanto sia difficile, quasi impossibile. L’idea di cambiamento dell’essere è la più importante di tutte. Teorie, sistemi, diagrammi sono semplicemente un ausilio; essi aiutano la concentrazione e il giusto pensare, ma ci può essere soltanto uno scopo reale, e questo è cambiare il nostro essere, perché se vogliamo cambiare qualcosa nella nostra comprensione del mondo, dobbiamo cambiare qualcosa in noi stessi.
La cosa interessante in relazione a ciò, di cui desidererei parlarvi, è la divisione degli uomini dal punto di vista della possibilità di cambiare essere. Esiste una tale divisione. Essa è in special modo collegata con l’idea di Sentiero o Strada. Come ricorderete, è stato detto che dal momento in cui uno è collegato con l’influenza C, comincia una scala e soltanto quando un uomo arriva in cima ad essa viene raggiunto il Sentiero o Via.
È stata fatta la domanda su chi è capace di arrivare a questa scala, di salirla e di arrivare alla Via. Il signor Gurdjieff ha risposto usando una parola russa che può essere tradotta con ‘padre di famiglia’. Nella letteratura indiana e buddista c’è un tipo ben definito di uomo e un tipo di vita che può portare al cambio dell’essere. ‘Snataka’ o ‘Padre di famiglia’ significa semplicemente un uomo che conduce una vita comune.
Un uomo del genere può aver dubbi circa il valore delle cose ordinarie; può aver sogni sulle possibilità di sviluppo; può venire a una scuola, dopo una lunga vita o all’inizio della vita, e può lavorare in una scuola.
Soltanto da tali uomini possono venire individui capaci di salire la scala e di arrivare al Sentiero. Le altre persone, egli ha diviso in due categorie: prima, ‘vagabondi’; seconda, ‘lunatici’.
Vagabondi non significa necessariamente poveracci; essi possono essere ricchi, eppure ‘vagabondi’ nel loro atteggiamento verso la vita. E ‘lunatico’ non significa uomo privo della mente ordinaria; può essere un uomo di stato o un professore. Queste due categorie non sono idonee per una scuola e non saranno interessate in essa; i vagabondi perché in realtà non sono interessati in nessuna cosa; i lunatici perché hanno falsi valori.
Sicché, se essi tentano di salire la scala, non faranno altro che cadere e rompersi il collo. È necessario prima comprendere queste tre categorie dal punto di vista della possibilità di cambiare essere, della possibilità di lavoro-scuola. Questa divisione significa solamente una cosa: che la gente non si trova esattamente nella stessa posizione in relazione alle possibilità di lavoro.
Ci sono individui per i quali esiste la possibilità di cambiare il loro essere; ci sono moltissimi individui per i quali ciò è praticamente impossibile, perché essi hanno portato il loro essere a un tale stato da non esistere in loro punto di partenza; ed esistono individui appartenenti a una quarta categoria che, con mezzi diversi, hanno già distrutto ogni possibilità di cambiare il loro essere.
Questa divisione non è parallela ad alcun’altra divisione. L’appartenere a una delle tre prime categorie non è permanente e può essere cambiato, ma si può venire al lavoro solamente dalla prima categoria, non dalla seconda o terza; la quarta categoria esclude ogni possibilità. Quindi, anche se la gente può essere nata con gli stessi diritti, per così dire, perde i propri diritti assai facilmente.
Quando comprendete queste categorie e le trovate nella vostra esperienza, tra le vostre conoscenze, nella vita, nella letteratura, comprenderete questa quarta categoria di individui. In condizioni ordinarie, in tempi ordinari, essi sono semplicemente criminali o veri lunatici: niente di più.
Ma in determinati periodi della storia tali individui spessissimo recitano una parte principale; essi possono acquistare potere e diventare importantissimi. Ma per il momento dobbiamo lasciarli e concentrarci sulle prime tre categorie.
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D. Questa possibilità di crescita dell’essere è connessa con la volontà di obbedire a certe leggi e principi?

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R. Non necessariamente. Esistono parecchie strade. Per esempio, nella strada del monaco dovete cominciare con l’obbedire. Esistono altre strade in cui non si comincia con l’obbedire ma con lo studiare e il comprendere. Non potete disobbedire alle leggi generali in quanto sono esse a farvi obbedire. Potete sottrarvi ad alcune di esse solamente mediante la crescita dell’essere; non esiste altra maniera.
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D. Ne consegue, allora, che individui aventi collegamento con una scuola, sia pure lieve, fanno parte di quelli che possono cambiare il loro essere? 
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R. Certamente, se hanno interesse nella scuola e sono sinceri nel loro atteggiamento verso la scuola, ciò mostra che essi fanno parte di quelli che possono cambiarlo. Ma vedete, in ciascuno di noi esistono caratteristiche di vagabondo e di lunatico. Ciò non significa che se siamo collegati con una scuola siamo già liberi da queste caratteristiche.
Esse hanno una certa parte in noi e, studiando l’essere, le dobbiamo scoprire; dobbiamo sapere in che maniera impediscono il nostro lavoro e dobbiamo lottare contro di esse. Ciò è impossibile senza una scuola. Come ho detto prima, i vagabondi possono non soltanto essere ricchi, ma possono anche essere ben sistemati nella vita pur essendo vagabondi. I lunatici possono essere individui molto colti e avere una posizione importante nella vita pur essendo lunatici
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D. Una delle caratteristiche del lunatico è che egli vuole determinate cose sproporzionate rispetto alle altre cose, in maniera tale che ciò sarà male per lui nel complesso?
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R. ‘Lunatico’ significa un uomo che corre sempre dietro falsi valori, che non ha giusta discriminazione. Egli è sempre formatorio. Il pensare formatorio è sempre difettoso e i lunatici sono particolarmente affezionati al pensare formatorio: questo è il loro principale affetto in una maniera o nell’altra. Esistono parecchie maniere diverse di essere formatorio.
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D. Il lato vagabondo in noi stessi è una sorta di irresponsabilità che è pronta a buttare tutto a mare?
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R. Proprio così. A volte ciò può prendere forme molto poetiche: “Non esistono valori nel mondo” – “Nulla vale niente” – “Tutto è relativo”. Queste sono le frasi favorite. Ma in realtà il vagabondo non è tanto pericoloso. Il lunatico è più pericoloso in quanto egli significa falsi valori e pensare formatorio.
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D. Cos’è che determina a quale categoria un uomo appartiene?
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R. Un certo atteggiamento verso la vita, verso la gente, e certe possibilità che uno ha. È lo stesso per tutte e tre le categorie. La quarta categoria è a parte. A proposito della quarta categoria, vi darò appena qualche definizione. Nel sistema questa categoria ha un nome speciale formato da due parole turche: ‘hasnamuss’.
Una delle prime cose a proposito di hasnamuss è che egli non esita mai a sacrificare la gente o a creare un’enorme quantità di sofferenza, unicamente per le proprie ambizioni personali. Come un hasnamuss sia prodotto è un’altra faccenda. Egli comincia col pensiero formatorio, con l’essere un vagabondo e un lunatico contemporaneamente.
Un’altra definizione di hasnamuss è che questo è cristallizzato negli idrogeni sbagliati. Questa categoria non può interessarvi praticamente, perché non avete nulla a che vedere con tali individui; vi imbattete però nei risultati della loro esistenza.
Come ho detto, per noi è importante comprendere la seconda e la terza categoria, perché possiamo trovare in noi stessi caratteristiche di entrambe, specialmente della terza. Al fine di lottare contro la seconda, cioè quella dei vagabondi, occorre disciplina di scuola e una generale disciplina interiore, perché non esiste disciplina in un vagabondo.
In un lunatico ci può essere una gran quantità di disciplina, soltanto che è del genere sbagliato: tutta formatoria. Quindi lotta contro il pensare formatorio è lotta contro il lunatico in noi stessi, e la creazione di disciplina e autodisciplina è lotta contro il vagabondo in noi. Per quanto riguarda le caratteristiche di un uomo della prima categoria, vale a dire il padre di famiglia, tanto per cominciare questi è un uomo pratico; non è formatorio; deve avere una certa quantità di disciplina, altrimenti non sarebbe quello che è.
Quindi pensare pratico e autodisciplina sono caratteristiche della prima categoria. Un tale uomo ne ha a sufficienza per la vita ordinaria, ma non abbastanza per il lavoro, quindi nel lavoro queste due caratteristiche debbono aumentare e crescere. Un padre di famiglia è un uomo normale, e un uomo normale, in circostanze favorevoli, ha possibilità di sviluppo.
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D. Esiste la possibilità del padre di famiglia in ognuno?
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R. Non in tutti. Ho già detto che ci sono individui che hanno perso la capacità del pensare pratico o la capacità di sviluppo. In tal caso essi sono completamente lunatici o vagabondi, a seconda di quello che hanno perduto.
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D. Intendete dalla nascita?
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R. Questo non lo sappiamo. Non possiamo parlarne: possiamo parlare soltanto dei risultati. Sappiamo che nel lavoro uno deve avere la capacità del pensare pratico e dell’atteggiamento pratico, e uno deve avere sufficiente autodisciplina per accettare la disciplina di scuola. 
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D. Cosa intendete per pensare pratico?
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R. Esattamente ciò che è chiamato pensare pratico nel linguaggio comune, precisamente la capacità di calcolare le cose in circostanze diverse. Questa stessa capacità può essere applicata alle idee del lavoro, ai principi della scuola, alle regole, a tutto.
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D. Sembra che gli individui nella categoria dei lunatici o in quella dei vagabondi sono più lontani del padre di famiglia da qualsiasi riconoscimento della verità.
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R. Non c’è garanzia di ciò. Come vanno le cose, essi possono trovarsi esattamente allo stesso livello in relazione a quello, ma la loro potenzialità è diversa. Come parecchie altre cose, le persone non differiscono per quanto riguarda le manifestazioni; esse non sono diverse una dall’altra in mezzo a persone meccaniche. Ma le possibilità sono diverse. Uno può divenire diverso, un altro non può; uno può cambiare soltanto se accade un miracolo, un altro può cambiare con i propri sforzi e con un certo aiuto.
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D. Avete detto che tutti abbiamo parti di vagabondo, lunatico e padre di famiglia?
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R. Cercate di non pensare a ciò in questi termini. Cercate parole vostre: cosa si intende per ‘padre di famiglia’, cosa si intende per ‘vagabondo’, cosa si intende per ‘lunatico’. Queste parole non sono una descrizione, ma soltanto un accenno a determinate possibilità.
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D. Se uno non ama l’autodisciplina, questa è una descrizione?
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R. Non una descrizione; solamente una caratteristica. Prima di tutto il vagabondo non ha valori; per lui tutto è lo stesso; per lui non esiste bene e male; e per effetto di ciò, o in connessione con ciò, egli non ha disciplina. Il lunatico stima ciò che non ha valore e non stima ciò che ha valore. Queste sono le caratteristiche principali, non una descrizione. Il padre di famiglia possiede almeno certi valori da cui può cominciare e certi atteggiamenti pratici nei riguardi delle cose. Sa che se vuole mangiare deve lavorare.
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D. A proposito della quarta categoria di uomo, che ha annullato ogni possibilità di sviluppo, la situazione sorge in lui per effetto di qualche forma di straordinario egoismo?
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R. Sì, nella maggioranza dei casi. È utile conoscere questa categoria solamente perché a volte questi individui hanno una parte importante nella vita. Ma essi sono già là: non possiamo né aiutarli né annientarli. Dobbiamo pensare a noi stessi, al nostro atteggiamento e principalmente al nostro comprendere. In quanto se comprendiamo, va già meglio; accettiamo tali individui più facilmente e conosciamo i loro modi.
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D. Le distinzioni tra uomini 1, 2, 3 e 4 sono nette o, analogamente ai vagabondi, ai lunatici, ai padri di famiglia, siamo un po’ di ciascuno?
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R. Sapete, voi assolutamente rovinate le idee per voi stessi quando le prendete in questa maniera e le confondete. Queste idee sono importantissime. Prima ne dovete prendere una, completamente separata, e cercare di comprenderla. Poi ne prendete un’altra e cercate di comprenderla. La divisione degli uomini n. 1, 2 e 3, ecc., è una cosa e non è stata messa in parallelo con nessun’altra. Dovete studiarla così com’è: ciò che s’intende per uomo n. 1, per uomo n. 2, per uomo n. 3, quali sono le loro varie combinazioni, come sono mescolate, ecc.
Prendete poi questa seconda idea. Al fine di comprendere ciò che è inteso per padre di famiglia, vagabondo, lunatico e ulteriori degradazioni, per così dire, ciascuno va preso separatamente. Non potete prenderli tutti assieme e parlarne in un sol fiato. Questa divisione è stata menzionata in relazione alla possibilità di sviluppo. Dovete rendervi conto dell’enorme numero di persone che, per lo stato del loro essere, sono incapaci di apprezzare qualsiasi idea reale.
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D. Un vagabondo potrebbe avere obiettivamente successo? 
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R. Questa parola viene usata per descrivere individui che nella strada ordinaria sono spesso supposti trovarsi molto vicini alla possibilità di sviluppo, sebbene in realtà essi ne siano molto lontani; più lontani della gente assolutamente comune; le persone possono conoscere stupende parole, parlare con grande facilità e tuttavia essere assai lontane dalla possibilità di sviluppo.
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D. Qual è il significato dell’idea rappresentata da queste tre categorie?
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R. La cosa importante è che in ciascuno di noi, anche se riteniamo di avere qualche attitudine pratica e qualche valore, una parte importante di noi non ha valori o ha falsi valori, come il vagabondo e il lunatico.
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D. Cosa ci può aiutare a ottenere maggior discriminazione?
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R. Separate in voi stessi il meccanico dal conscio, osservate quanto ci sia poco di conscio, come questo lavori raramente, e quanto sia forte il meccanico: atteggiamenti meccanici, intenzioni meccaniche, pensieri meccanici, desideri meccanici.
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D. Qual è il modo migliore per lavorare sulla conoscenza di sé?
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R. Ricordate che al principio vi ho detto che esistono due linee mediante le quali il nostro sviluppo può e deve procedere. La prima è la linea della conoscenza. Questo è comprensibile; dobbiamo accrescere la nostra conoscenza, perché non sappiamo abbastanza né di noi stessi né dell’universo. La seconda è la linea dell’essere, perché il nostro essere non è quello che dovrebbe, non solamente nel senso che siamo esseri sviluppati a metà, sicché il nostro livello può essere elevato, ma anche nel senso che determinate cose in noi sono sottosviluppate persino nel nostro stato presente.
Ho detto che le caratteristiche principali del nostro essere sono, per esempio, che non siamo uno, che siamo parecchi che non siamo consci. Questo è inevitabile, il fatto però che non ce ne rendiamo conto può essere cambiato: noi possiamo saperlo. Per esempio, possiamo sapere che ad ogni momento non una sola azione, non un solo pensiero viene dall’intero, ma soltanto da una piccola parte di noi. Possiamo divenir consapevoli di ciò. Il cambiamento di essere nella maggior parte dei casi comincia col nostro divenire consapevoli di qualcosa di cui non eravamo consci prima.
Ma l’essere stesso può crescere e svilupparsi; il nostro livello di essere può cambiare e, parallelamente ad esso, cresce la nostra conoscenza. Lavoro reale è lavoro sull’essere, la conoscenza però aiuta. Tuttavia è importante anche il lavoro sulla conoscenza, e allora l’essere aiuta, perché nello stato in cui siamo non possiamo acquisire nemmeno molta conoscenza: essa verrà disciolta e suddivisa tra i differenti ‘io’.
A volte la gente lavora per vari anni, acquisisce informazioni, ma non lavora sul suo essere. Essa se ne va, ma non può dimenticare la conoscenza che ha acquisito e che lavora in lei; ma il suo essere non corrisponde a questa, quindi la sua conoscenza diviene falsata.
Per quanto riguarda la conoscenza, dovete comprendere anche che in ognuno esistono tre uomini: uomo n. 1, uomo n. 2 e uomo n. 3. Uno di questi può predominare, ma ognuno li ha tutti e tre. Sicché persino in noi abbiamo tre categorie di conoscenza. Parte della nostra conoscenza è conoscenza dell’uomo n. 1, parte è conoscenza dell’uomo n. 2 e parte conoscenza dell’uomo n. 3. Allorché separiamo ciò che ciascuno di essi conosce, vedremo come un uomo con un forte predominio può essere dominato da questo.
Alcune scuole cominciano nella maniera sbagliata fin dal principio e sviluppano qualità immaginarie, quali visioni e cose del genere, perché il lavoro sull’essere richiede costante supervisione e conoscenza, altrimenti parecchie cose possono andar male: uno può prendere l’immaginazione per la cosa reale, e se egli non lavora sull’essere nel modo giusto, il suo lavoro può prendere una piega sbagliata. Ciò è importantissimo da comprendere: ci devono essere sempre due linee, di cui una aiuta l’altra.
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D. Avete detto che una delle caratteristiche del nostro essere è che non siamo mai uno. Certamente nel caso dell’identificazione siamo uno, non siamo parecchi; ma forse in una maniera sbagliata?
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R. Sì, ma è soltanto uno dei numerosi gruppi di ‘io’; non è l’intero. E l’identificazione esclude praticamente tutti gli altri ‘io’. Persino nei momenti ordinari, se siete relativamente non identificati, un ‘io’ può star facendo qualcosa e altri ‘io’ possono osservare e guardare nella stessa direzione, perlomeno un certo numero di essi. Ma in uno stato di identificazione essi sono completamente tagliati fuori: un piccolo ‘io’ occupa l’intero campo.
Cioè una caratteristica del nostro essere, perché un piccolo ‘io’ chiama se stesso ‘io’, intendendo l’intero. Questo è perché dico che mentiamo sempre a noi stessi e ad ogni altro quando diciamo ‘io’, perché esso non è ‘io’, ma solamente una piccola cosa che pretende di essere il tutto.
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D. Cosa in noi fa gli sforzi?
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R. Di nuovo uno degli ‘io’ o un piccolo gruppo di essi. Il nostro scopo è essere capaci di fare giusti sforzi di studio di sé e di sviluppo di sé con un numero più grande di ‘io’, di modo che questo piccolo gruppo di ‘io’ che comincia lo studio di sé possa crescere e dopo qualche tempo divenire sufficientemente grande e forte da controllare l’intero e mantenere la direzione.
Ma da principio esso va educato in tutto quello che chiamiamo lavoro-scuola mediante un certo tipo di studio. Se questo piccolo gruppo di ‘io’ con cui cominciamo non cresce, non avrete forza sufficiente per procedere. Parecchi individui cominciano questo lavoro e poi l’abbandonano.
Non si può far nulla a riguardo, e non lo si può prevedere. Dopo qualche tempo vi accorgerete da voi se avete sufficiente energia e interesse, in quanto il lavoro richiede energia e sforzo. Non potete ottenere né conoscenza né essere essendo passivi. Dovete essere attivi in relazione al lavoro. La cosa importante da ricordare e su cui riflettere in relazione al cambiamento di essere è il sonno e la possibilità di risveglio. Dovete trovare in voi stessi determinate idee, determinati pensieri che vi desteranno.
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D. Esistono alcune idee che ci risveglieranno sempre, perché mi accorgo che alcune idee sono di grande aiuto un giorno e non un altro?
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R. Sì, certamente, ma dovete trovare cose che aiutano più spesso, certe percezioni. C’è differenza tra percezione e parole. Una volta che avete percepito qualcosa, sapete che è vera. Allora non dovete dimenticarla. Il problema principale deve essere quello di svegliarsi. Vi rendete conto che l’unico modo per uscirne è svegliarsi. È necessario concentrarsi su un solo fatto: sonno e possibilità di risveglio. Se ci riflettete e lo sentite, allora appare la possibilità. Finché non arrivate a questa percezione, non c’è veramente possibilità. Potete parlare di questo sistema, di mondi, idrogeni, cosmi e ogni altra cosa nella stessa maniera con cui parlate di altre cose, e nulla accadrà.
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D. Se uno ha la percezione di essere addormentato...
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R. ‘Se’ è già un sogno. Tutti i sogni cominciano con ‘se’. Cercate di riflettere su ciò. Sì, questa percezione è l’unica cosa. È necessario trovare modi per svegliarsi, e prima di ciò dovete rendervi conto di cos’è sonno.
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D. Come fa uno ad aumentare il proprio atteggiamento emozionale nei riguardi delle idee del sistema?
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R. Confrontate sonno e risveglio. Tutte le idee di lavoro cominciano con le idee di sonno e la possibilità di risveglio. Tutte le altre idee, le idee-vita possono essere astute, elaborate, ma sono idee di gente addormentata. Siamo talmente abituati a queste idee immaginarie che, dopo un po’ di tempo, prendiamo le idee del sistema allo stesso livello di queste altre idee che non portano da nessuna parte. È utile pensare che ogni giorno in cui vi incontrate qui può essere l’ultimo. Non sappiamo cosa ci può portare il domani, ma di solito lo dimentichiamo. Se ve ne rendete conto, il vostro atteggiamento emozionale crescerà da sé e sarete capaci di pensare a ciò che è veramente importante.
Cercate di riflettere sull’importanza relativa delle cose. È necessarissimo comprendere come affrontare questo problema. Come potete pensare all’importanza di qualcosa se non avete materiale per il confronto? Dovete avere parecchie cose diverse da paragonare. Cercate di confrontare le idee e i principi del lavoro con altre cose della vita.
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D. Sembra che le due siano completamente diverse.
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R. Non vi sarà di aiuto se dite che sono diverse. Abbiamo bisogno di scoprire per noi e non per scopi accademici ciò che è più importante e ciò che è meno importante, questa è la maniera per cominciare. Non otterrete mai la giusta proporzione, il giusto materiale per il confronto, se cominciate in questa maniera. Riflettete e vedrete. 
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D. La mia difficoltà è che accetto intellettualmente che qualche cosa è importante e proficua e che qualche altra cosa non è importante e non è proficua, ma non sento niente riguardo a ciò.
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R. La percezione vi porterà sentimento emozionale. Occorre rendersi conto di ciò più spesso, occorre collegarlo con più cose. Cercate semplicemente di far scorrere, più o meno, le idee che avete ascoltato nella vostra testa, scoprite quale di esse vi attrae di più. Alcune rimangono soltanto parole per voi, mentre su altre avete osservazioni pratiche o esperienze. Ciò aiuterà.
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D. È stato detto che dobbiamo escludere ogni cosa inutile al fine di progredire. Lo trovo difficilissimo.
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R. Credo che questo sia lo scopo in ogni cosa. Se state facendo qualcosa per un determinato scopo preciso, allora certamente meno cose inutili fate, più siete vicini al vostro scopo. Per esempio, se vi affrettate per prendere un treno mentre volete indugiare sul vostro giornale, perderete il treno e non leggerete il giornale. Sarà meglio che prendiate il giornale e lo leggiate in treno. Ma è impossibile escludere tutto, e le cose impossibili non vengono richieste. Comunque, rimane il principio che abbiamo tante cose inutili che consideriamo obbligatorie da poterle ridurre un po’.
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D. È normale che uno divenga meno interessato nella vita facendosi più conscio?
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R. Dipende da ciò che uno intende per vita, perché quest’espressione può avere parecchie interpretazioni differenti. Uno può essere interessato in un aspetto della vita che è assolutamente incompatibile con altri interessi, oppure può essere interessato in un aspetto della vita che può divenire collegato con questi altri interessi.
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D. Il desiderio sembra essere essenziale per divenire consci, tuttavia il desiderio non può divenire un ostacolo alla consapevolezza?
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R. Il desiderio è una cosa complicata: è in realtà una combinazione di un’intera serie di pensieri, sentimenti, persino paure. Il desiderio di essere consci viene quando siete impauriti dalla meccanicità. Prima dovete rendervi conto che siete una macchina e poi spaventarvene. Allora apparirà il desiderio.
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D. Ultimamente ho avuto la sensazione piuttosto deprimente che, nonostante il lavoro, appaio ancora spaventosamente accademico.
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R. Noi siamo indubbiamente meccanici e non possiamo farci nulla attualmente, finché non ci conosciamo meglio, non soltanto in generale, ma personalmente, individualmente, perché esistono parecchie cose generali comuni a tutti, ed esistono parecchie caratteristiche individuali. Prima studiamo le cose generali, poi le individuali; e quando ci conosciamo, sapremo dove cominciare. Ora stiamo semplicemente cercando di fare cose elementari, più per studio di noi stessi che per veri risultati.
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D. Come si possono curare periodi di svogliatezza allorché le idee del sistema non hanno forza?
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R. Ogni cosa procede come le onde: su e giù. È necessario acquisire sufficiente memoria e sufficiente elevazione, per così dire, al fine di non perdere il filo nei momenti di depressione, di non dimenticare ciò che è stato.
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D. Ma cosa mettere al posto del senso di depressione che viene quando scompaiono le illusioni?
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R. La depressione può essere dovuta ad altre illusioni che prendono il posto di quelle svanite. Le prime illusioni erano piene di speranza e le altre illusioni possono essere piene di disperazione, questo è tutto.
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D. Come possiamo rafforzare e fissare momenti in cui l’emozione è sentita, vogliamo lavorare, ed usare questi momenti allorché non vogliamo lavorare?
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R. Cercando di collegare questi momenti. Quando siete nello stato di voler lavorare, ricordate altri momenti quando vi trovavate nello stesso stato e stabilite un nesso mentale tra loro.
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D. Ma questo porterà con sé l’incentivo a lavorare?
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R. In questo sistema l’incentivo deve provenire dal rendervi conto della vostra situazione presente e della possibilità di cambiamento. O ciò può essere addirittura più semplice. L’incentivo al lavoro può essere portato dal rendervi conto che è possibile sapere più di quanto sapete ora. La seconda percezione si riferisce alla conoscenza, la prima all’essere.
In realtà dobbiamo averle entrambe, e tutto ciò va verificato. Immediatamente dopo aver cominciato a lavorare, vi rendete conto che cominciate ad acquisire una certa conoscenza che apre nuove possibilità di comprensione. Nessuno può sottrarsi a ciò se realmente cerca di lavorare. E dopo qualche tempo egli noterà cambiamenti in se stesso, che non può descrivere, ma che producono atteggiamenti diversi. Questo è inevitabile, perciò ci dà una precisa valutazione e una precisa comprensione che stiamo ottenendo qualcosa e ci stiamo muovendo in qualche direzione, invece di rimaner fermi.
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D. Come si possono rafforzare le decisioni?
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R. Dipende dalla decisione. La prima cosa è sapere ciò che è più importante e ciò che lo è meno. Se imparate a fare questa distinzione, la decisione non sarà difficile. Dovete apprendere a discriminare tra meccanicità e consapevolezza al nostro livello. Le cose che sono collegate col lavoro possono essere consce. Le cose collegate con la convenienza, il guadagno, il piacere, il profitto, sono meccaniche. Poi c’è un altro lato. Se il risultato della decisione è veramente importante ed è collegato col vostro lavoro, avete diritto di chiedere consiglio. In tal caso dovete cercare in maniera particolare di non decidere da soli.
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D. Sento che il mio atteggiamento verso il lavoro necessita una revisione completa. Il sistema è importante soltanto per un ‘io’: gli altri non vogliono imparare o cambiare. C’è una qualche maniera con cui posso essere aiutato a voler lavorare?
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R. Ma chi lo farà, se soltanto un ‘io’ è interessato e gli altri non lo sono? Parlate come se foste in qualche modo diverso da questi ‘io’. Un ‘io’ può decidere, ma ne può sopraggiungere un altro e non saperlo. Questa è la situazione e dovete cercare di fare tutto ciò che potete. Non sognate a cose che non potete fare e non cercate di fare più di quanto potete. Nessuno vi può aiutare a voler lavorare, dovete volerlo voi stesso, ma se non volete fare ciò che potete, perderete e lavorerete sempre meno.
Se cercate di ricordare voi stesso o di arrestare i pensieri tre o quattro volte al giorno, ciò vi darà subito energia, soltanto che dovete essere regolari. Come possiamo accrescere il nostro potere di lavorare? Solamente lavorando, non c’è altro sistema. Se imparate a compiere piccoli sforzi, otterrete piccoli risultati, se però fate grossi sforzi otterrete risultati più grandi.
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D. Come si fa ad essere sicuri che esiste un vantaggio concreto nel divenire più consci e meno meccanici? 
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R. Dovete decidere da voi; trovare ragioni per ciò. Prima cercate di comprendere cosa significherebbe essere più consci e meno meccanici; poi decidete. Soltanto allora ciò avrà un peso reale.
Se rispondo io, sarà un’opinione mia. Esistono cose che uno deve decidere da sé, solamente allora possono avere un significato reale e mostrare reale comprensione. Non sappiamo cosa significhi divenire consci. Ma non conosciamo nemmeno il nostro stato presente in quanto viviamo nelle illusioni. Se foste liberi delle illusioni, diverrebbe possibile un forte impulso per uscire da questo stato e cambiare.
Non è possibile descrivere completamente cosa significhi questo cambiamento, ed è meglio non provarci, perché l’immaginazione è sempre pronta a lavorare in noi e a ingannarci. Meglio studiare lo stato presente. Se lo fate, non perdete nulla, perché non abbiamo nulla da perdere.
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D. Sento a volte di non avere il senso delle proporzioni. Come posso cercare di porvi rimedio?
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R. Ma questo è tutto il problema! Questo è lo scopo di tutto il lavoro. Tutto ciò che facciamo ha per scopo avere il senso delle proporzioni. Però non potete averlo prima di lavorare, quindi è necessario lavorare e poi, come risultato del lavoro, avrete un miglior senso delle proporzioni.
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D. Ritengo che la più grande difficoltà stia nel trovare il ponte tra la nostra vita ordinaria e il lavoro serio del sistema. Cos’è il ponte?
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R. Non c’è bisogno di cercare un ponte, perché questo sistema offre la possibilità di cominciare immediatamente il lavoro, proprio come siete. Nondimeno, quando cominciate a pensare a possibili risultati del lavoro e a ciò che accade senza lavoro, vedrete che essi sono completamente diversi. In un caso tutto accade e in un altro caso dovete essere consapevoli allo scopo di agire in accordo con ciò che sapete. Non c’è ponte tra questi; quale ponte può esserci tra follia e sanità mentale?
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D. Il cambiamento di essere ci libera dagli eventi esterni?
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R. Questo dovete scoprirlo con la vostra esperienza. Più uno diviene unito in se stesso e più conscio, meno dipenderà dalle circostanze. Le comprenderete meglio, troverete meglio la vostra strada, e così diverrete più liberi. Per quanto riguarda ciò che accade in seguito, questo deve essere sperimentato in fasi successive. È inutile parlarne teoricamente. Ora potete giudicare, da tutto ciò che dico, che sto cercando di portarvi alle cose pratiche.
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D. Il ricordare se stessi è molto più difficile in alcune circostanze della vita. Dovremmo evitarle?
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R. È un errore pensare che le circostanze della vita, ovverosia le circostanze esterne, possono cambiare o influenzare una cosa qualsiasi. Questa è un’illusione. Per quanto riguarda se evitarle o no, cercate di evitarle, o cercate di accettarle come una parte che dovete recitare. Comunque, se riuscite ad evitarle, vi accorgerete che nulla è cambiato; ci possono essere eccezioni, ma l’equilibrio generale di solito rimane lo stesso.
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D. Se siamo tutta debolezza e niente forza, da quale fonte traiamo quella forza che ci occorre persino per cominciare a lavorare su noi stessi?
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R. Abbiamo una certa forza. Se fossimo soltanto debolezza, non potremmo far nulla; se non avessimo assolutamente forza, non saremmo interessati nel lavoro. Se ci rendiamo conto della nostra situazione, abbiamo già una certa forza, e nuova conoscenza accresce questa forza. Perciò ne abbiamo più che a sufficienza per cominciare. In seguito, la forza viene da nuova conoscenza, da nuovi sforzi.
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D. Trovo difficilissimo lavorare nella maniera giusta, perché non vedo quale tipo di sforzo è giusto ad un certo momento e non è giusto in un altro.
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R. Cercare di ricordare voi stessi è sempre giusto, se potete indurre voi stessi a tentare di farlo. Qualsiasi cosa stiate facendo, cercate semplicemente di rendervi conto che la state facendo, o che non state facendo qualcosa che dovete fare. Se lo tentate con costanza, darà risultati. Lo sforzo di ricordare voi stessi è la prima cosa, perché senza di esso nessun’altra cosa ha il minimo valore. Esso deve essere la base di tutto. Solamente in questo modo potete passare dallo stato meccanico a uno stato più conscio.
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D. Ancora non posso vedere in quale maniera il ricordare se stessi è distinto dal pensare se stessi.
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R. Pensare voi stessi è un’altra cosa. Se volete ricordare voi stessi, la cosa migliore da fare è non pensare a voi stessi. Finché pensate a voi stessi, non ricorderete voi stessi. È difficile spiegare questa differenza a parole. È come se voi pensaste voi stessi su una base e cercaste di ricordare voi stessi su un’altra base.
Vi rendete conto di non ricordare voi stessi, di non esser consci, e obbligandovi a ricordare quest’assenza di consapevolezza cominciate a ricordare voi stessi.
Non posso spiegarlo in maniera migliore. Voi non ottenete il metodo giusto immediatamente, ma se tentate per qualche tempo, scoprirete qualche particolare linea di pensiero che vi aiuterà. Poi scoprite che, se pensate a qualche cosa particolare in una determinata maniera, ciò vi farà ricordare voi stessi. E questo è il primo passo verso la consapevolezza.
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D. Non so se ricordo me stesso o no in certi momenti.
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R. È sufficiente sapere che non lo ricordate. Cogliete un momento in cui siete particolarmente lontani da ricordare voi stessi: in questo momento ricorderete voi stessi.
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D. Se dico a me stesso: “Ricorderò me stesso...”?
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R. Non verrà nulla; non potete cominciare in questa maniera. O pensate a qualcosa che lo porterà, o rendetevi conto che non ricordate voi stessi.
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D. Mi accorgo ora, in questo momento, di non ricordare me stesso, ma ciò non va più in là.
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R. Va più in fondo. Non è necessario niente di più. Rendetevi conto sempre di più, sempre più profondamente, che né voi né gli altri ricordano, che nessuno ricorda se stesso. Ciò vi porterà ad esso meglio di qualsiasi altra cosa. La nostra difficoltà nel ricordare noi stessi dipende principalmente dalla mancanza di percezione che non ricordiamo noi stessi. In seguito parecchie altre cose possono entrare in ciò, ma se cercate di averle tutte immediatamente, non avrete nulla.
Cercate di osservare come trascorre il vostro tempo. Mettiamo che state al teatro, o che state qui, o che andate a trovare degli amici; dopo, quando tornate a casa, chiedetevi se eravate consci di voi stessi, e vi accorgerete che non lo eravate. Oppure se vi trovate in un autobus, domandatevi quando scendete cosa è accaduto nel tragitto. Vi accorgerete che non ricordate mai voi stessi naturalmente; dovete costringervi a farlo.
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D. Allora come vengono i barlumi accidentali di ricordo di sé?
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R. Può essere un intenso lavoro dei centri, particolarmente quando una funzione ne osserva un’altra. Quando un centro sta osservando un altro centro, le impressioni possono essere sufficientemente forti o sufficientemente contrastanti, o sufficientemente di aiuto, da apportare ricordo di sé. Parecchie cose di quel tipo potete crearle intenzionalmente, in quanto non potete contare sull’essere fatti consci di voi stessi dal caso.
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D. Sento che non è sufficiente essere rassicurati che conosceremo lo stato di ricordo di sé mediante il suo gusto particolare, e vorrei sapere come possiamo riconoscerlo intellettualmente, senza rischi di interferenza da parte dell’emozione o del pensiero soggettivo.
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R. Emozione non significa interferenza. La funzione intellettuale vi può portare fino ad una certa fase; più in là dovete viaggiare sull’emozione. A proposito della consapevolezza di sé, che è uno stato superiore di consapevolezza, nessuno può dire che sia un’esperienza decisamente possibile o facile, perché significa cambio di essere; è quindi difficile dire a un uomo meccanico come egli sentirà o vedrà le cose quando diviene più conscio. Egli è addormentato. Come si può dire ciò che sentirà o farà quando si sveglia?
Non possiamo fare il primo passo verso stati superiori perché esistono parecchie cose cui non vogliamo rinunziare. Ognuno di noi sa perfettamente bene a cosa deve rinunciare, ma non vuol farlo. In relazione però al ricordare se stessi, ciò è molto più semplice; se uno prova realmente tutti i mezzi possibili, egli noterà una differenza tra il proprio stato e lo stato di un uomo che non cerca di ricordare se stesso.
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D. Quando cerco di ricordare me stesso, a volte cambia la mia idea di tempo. È un’illusione?
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R. È possibilissimo, ma in rapporto al ricordo di sé non dobbiamo pensare a risultati addizionali, a risultati collaterali. Dobbiamo pensare soltanto al fatto preciso che non ricordiamo noi stessi, il che significa che siamo addormentati, e che vogliamo ricordare noi stessi, il che significa essere desti. Può darsi che il senso soggettivo di tempo e parecchie altre cose cambieranno, ma ciò non è importante. Il fatto importante è che siamo addormentati; ed è importante lo sforzo per destarci.
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D. Come posso costruire una direzione reale, uno scopo più forte?
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R. Di nuovo facendo la stessa cosa: costruendo voi stessi; potete essere più forti di voi stessi.
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D. Noi però siamo la somma totale di ‘io’ diversi. Come si fa a sapere di quale ‘io’ fidarsi?
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R. Non lo si può sapere: questo è il nostro stato. Abbiamo a che fare con ciò che siamo finché non cambiamo, ma lavoriamo con l’idea di possibile cambiamento, e più ci rendiamo conto dello stato disperato in cui ci troviamo, maggiore energia dovremmo avere per compiere gli sforzi per cambiare.
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D. Mentre trovo che è persino troppo facile comprendere quanto sono meccanico in parecchie maniere. Mi riesce difficile conciliare la mia incongruenza con questa idea. Questo è il risultato di un’imperfetta comprensione della similitudine?
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R. No. Vedete, è facile comprendere la meccanicità con la mente. Ma ricordarla sempre, vederla nei fatti, nelle cose, vedere come tutto accade è sempre difficilissimo. Richiede tempo.
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D. Come mai potete vedere alcuni errori ricorrenti, ma non potete impedirli finché qualcuno non ve li indica?
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R. Nemmeno ciò sarà di aiuto. Potete continuare a farli ogni giorno finché non trovate la causa. Forse questa dipende da qualche altra cosa e questa a sua volta ancora da un’altra e così di seguito. Per ogni cosa che volete cambiare dovete trovare il principio. Ma ora non parliamo di cambiamenti, parliamo soltanto di studio. Il cambiamento va oltre. Naturalmente, se trovate qualcosa di molto ovvio, dovete cercare di cambiarlo, ma questo è principalmente per osservazione di sé, perché se qualcosa accade sempre in maniera meccanica, non potete nemmeno osservarla.
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D. L’idea più fondamentale del sistema è cambiare se stessi, non è così?
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R. Prima è necessario sapere cosa cambiare. La cosa più fondamentale è conoscere se stessi, sebbene, come avete sentito proprio fin dal principio, se certe cose non cambiano non potete conoscere voi stessi, in quanto nel nostro stato ordinario abbiamo un fortissimo antagonismo contro ogni cambiamento e ogni tipo di lavoro. Gli individui che vogliono soltanto sapere e non sono d’accordo sul cambiamento non imparano mai a conoscere se stessi, proprio come quelli che vogliono studiare il sistema soltanto intellettualmente non ottengono nulla e nella maggior parte dei casi rinunziano prestissimo. Conoscere se stessi è invece un lungo processo. Prima dobbiamo studiare.
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D. Non ci dobbiamo aspettare alcun risultato dal nostro lavoro?
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R. Qual è l’utilità di lavorare senza risultati? Non potete però aspettarveli troppo presto, non potete aspettarvi risultati immediati. Mettete un virgulto nella terra e non potete aspettarvi un grande albero l’anno dopo. La crescita è un processo.
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D. Qualche tempo fa avete detto che prima che uno possa conoscere se stesso egli deve vedere se stesso. Vedere se stesso significa una combinazione di osservazione di sé e ricordo di sé? 
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R. No, semplicemente avere un’immagine esatta di sé. Prima che l’abbiate non potete cominciare nessun lavoro serio, potete soltanto studiare, e anche questo sarà scarso.
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D. È difficilissimo essere certi che stiamo dicendo la verità a noi stessi.
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R. Sì, questo è perché ho detto di vedere se stesso prima, non di conoscerlo. Abbiamo parecchie immagini di noi stessi; dobbiamo vederle, una dopo l’altra, e poi confrontarle. Ma non possiamo dire al primo sguardo quale è esatta. Ciò può essere verificato soltanto mediante ripetute esperienze. Questo è quello che, nel primo gruppo a Pietroburgo, era chiamato prendere istantanee mentali di se stessi come preparazione per vedere se stessi.
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D. La ripetuta esperienza non può anch’essa essere sbagliata?
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R. Sì, possiamo ingannarci anche in questo. Ma quando interviene l’elemento emozionale – la coscienza – ciò sarà verifica.
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D. Come si fa a prendere queste istantanee mentali?
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R. Senza una macchina fotografica. Osservate come sembrate, come la gente vi vede in una o nell’altra serie di circostanze. Dovete farlo da soli, sebbene a volte possa essere utile chiedere ad altri le loro impressioni su di voi, perché ognuno ha un’immagine sbagliata di sé. Ognuno sta davanti a uno specchio e, invece di sé, vede qualche altro. Se farete questo avrete un’idea dei vostri ruoli. I ruoli sono divisi dai respingenti, sicché non possiamo guardare da un ruolo a un altro.
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D. Vedere se stessi significa vedere sia i vostri difetti sia ciò che si può fare riguardo ad essi?
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R. Qualche volta può essere così. Ma voi state cercando di nuovo di avere una definizione e una spiegazione, mentre io parlo di pratica reale, non di definire o tradurre in parole. Intendo realmente vedere. Supponete di parlare di una certa immagine che non avete mai visto e di cui avete soltanto sentito parlare. Potete sapere tutto quanto è possibile sapere su quell’immagine, ma se non l’avete vista, dovete prima vederla voi stessi e verificare tutto ciò che avete sentito.
Vedere se stessi non significa vedere sempre. Potete vedervi per un certo tempo; poi cessate di vedervi. Non si può parlare seriamente a una persona finché essa non comincia a vedere se stessa, o perlomeno a rendersi conto che non vede se stessa e che è necessario farlo.
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D. Una volta avete detto che è necessario esser seri in rapporto al lavoro. Cosa significa esser seri?
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R. Prima è necessario separare due cose: esser seri e prendere le cose sul serio. Pensando a ciò, la gente di solito pensa a come prendere le cose seriamente, e quali cose, ma non pensa mai a cosa significa esser seri. Vi dirò cosa significa. Esser seri significa non prendere nulla sul serio: tranne quelle cose che sapete con sicurezza essere importanti in relazione a ciò che volete. Ciò sembra troppo piccolo, ma quando lo applicate nella pratica, vedrete che è l’unica soluzione e la cosa più necessaria. Vedete, le persone che non sono non possono essere prese sul serio sotto questo punto di vista. In un momento sono serie, in un altro dimenticano tutto, in un terzo momento cercano di nuovo di trovare qualcosa, in quello successivo sono pienamente soddisfatte di quello che hanno. Ciò significa che esse non sono: non esistono. Prima debbono esistere.
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D. Avete detto che certe emozioni negative rendono impossibile il lavoro serio. Ciò significa che esse debbono essere assolutamente annientate prima di cominciare, e cosa intendete per lavoro serio?
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R. Per lavoro serio intendo non solamente lo studio ma il cambiamento. Prima dovete studiare certe cose, poi lavorare per cambiarle. Ma, dato che persino lo studio non può proseguire senza un determinato cambiamento, in quanto questi due processi di studio e cambiamento non sono mai completamente separati, uno studio più serio di quello dell’inizio può già essere chiamato lavoro serio.
Con certe emozioni negative il lavoro serio è praticamente impossibile, perché esse sciuperanno tutti i risultati: una parte di voi lavorerà e un’altra sciuperà il lavoro. Sicché se cominciate questo lavoro senza vincere certe emozioni negative, dopo qualche tempo vi potrete trovare in uno stato peggiore di prima. È accaduto varie volte che la gente ha reso impossibile per sé la continuazione del lavoro perché desiderava conservare le proprie emozioni negative. C’erano momenti in cui si rendeva conto di ciò, ma non faceva gli sforzi sufficienti in tempo, e in seguito le emozioni negative divenivano più forti.
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D. Cosa causa che la gente faccia sforzi?
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R. Due cose causano che la gente faccia sforzi: se essa vuole ottenere qualcosa o se si vuole liberare di qualcosa. Solamente che, nelle condizioni ordinarie, senza conoscenza, la gente non sa di cosa si può liberare e cosa può guadagnare.
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D. Occorre avere lungo addestramento?
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R. Ogni cosa ha la propria durata di vita, e se uno attende troppo a lungo, essa diviene inutile e possono venire solamente cattivi risultati. Di tempo in tempo capitano scorciatoie, ma se non le prendiamo, dopo un po’ di tempo non capitano più. È necessario ricordare tutto quanto è stato detto in tempi diversi sullo sforzo, in quanto lo sforzo è la base del lavoro. Tutto quanto possiamo guadagnare è proporzionato allo sforzo; più sforzo facciamo, più ci possiamo aspettare.
Vogliamo cose grandissime. Al principio gli sforzi sono piccoli solamente perché nella vita ordinaria non facciamo sforzi; tutto nella vita è fatto per evitare lavoro, perciò è difficile rendersi conto ed accettare la necessità dello sforzo. Tutti i nostri modi di pensare e fare hanno la tendenza di evitarlo a tutti i costi.
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D. A proposito del cambiamento di essere: questo sembra possibile solamente con lo sforzo di fare qualcosa di diverso. Di conseguenza questo è un circolo vizioso, poiché non potete far nulla di diverso, in quanto il vostro essere non è cambiato.
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R. No, questo è nella vita, non nella scuola. Ciò è diverso in ogni sistema e in ogni tipo di scuola. Nella vita ordinaria non si può cambiar nulla: muoviamo un passo a destra e un passo a sinistra, la situazione però rimane la stessa. Ma se uno lavora in condizioni di scuola, non è la stessa. Se uno lavora rapidamente, il cambiamento sarà rapido; se uno lavora pochissimo, il cambiamento sarà in proporzione. Non potete comprare una grande casa per pochi soldi: dovete pagare quello che costa.
Pensateci in questa maniera: quanto pagate e quanto cambiamento vi aspettate? Abbiamo parlato abbastanza e possiamo comprendere abbastanza. Dobbiamo vedere quanto paghiamo e poi vedremo quanto possiamo ottenere. Non ci possiamo aspettare di più. È chiaro? Quanti sforzi reali facciamo?
Se inganniamo noi stessi non possiamo sapere, ma se non inganniamo noi stessi possiamo vedere quanto possiamo aspettarci. Lo sforzo da solo non è di aiuto perché non sapete in quale direzione esercitare lo sforzo. Questo è il motivo per cui è necessaria la scuola. L’uomo com’è può imparare parecchie cose se queste cose gli vengono mostrate e spiegate, ma da solo, se ottiene queste cose, le otterrà sbagliate e farà sbagli, oppure semplicemente non le avrà. Se non fosse così, la scuola non sarebbe necessaria: perlomeno alcune persone potrebbero ottenere queste cose da sé: ma non possono; nessuno può.
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D. Allora non si può ottenere molto dai libri?
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R. Si possono ottenere alcune idee, ma una persona otterrà una cosa e gliene sfuggiranno altre dieci. In realtà, esistono libri in cui sono scritti profondissimi segreti, però la gente può leggerli e non ottenere mai questi segreti. È più che certo. Ciò è ancora una volta connesso con l’idea fondamentale che il comprendere dipende non soltanto dalla conoscenza ma anche dall’essere. Questo è perché occorre una scuola.
Nella scuola non potete ingannare voi stessi, e nella scuola vi può essere spiegato perché non potete comprendere. Ciò significa che c’è qualcosa in voi che dovete conquistare allo scopo di comprendere di più. Non vediamo noi stessi, ma con l’aiuto, con lo studio, possiamo vedere molto di più. Esistono differenti gradi di vedere.
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D. Certamente, se uno prende una risoluzione...?
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R. Questa è soltanto una parola. Se foste più forti, sareste capaci di prendere risoluzioni. Come siete, potete prendere tante risoluzioni quante vi pare e continuerete a parlare di risoluzioni. La cosa principale è la nostra debolezza in ogni cosa. Possiamo avere dei progetti magnifici; possiamo dire di sapere ciò che vogliamo; possiamo addirittura avere uno scopo, ma non possiamo ‘fare’ nulla. Questa è la ragione per cui dobbiamo imparare. Dobbiamo imparare prima come fare le piccole cose, passo passo.
Dobbiamo cominciare con piccoli sforzi. Se non facciamo piccoli sforzi, rimarremo gli stessi: un momento là, un altro momento non là. Ma se facciamo piccoli sforzi e li ricordiamo, ciò ci darà una linea, una direzione.
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D. Qual è il modo migliore di compiere sforzi nei momenti in cui si sente il desiderio di cambiare?
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R. È necessario sapere in qual senso intendete cambiare. Anche lo sforzo non può essere descritto. Quando uno comprende la propria situazione, allora le contraddizioni interiori e parecchie altre cose gli danno un impulso sufficiente a compiere sforzi. Quindi è la percezione del sonno, delle divisioni interne, dei respingenti, della negatività e sgradevolezza di tali cose, che vi darà l’impulso.
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D. Se ritengo di essere cambiato un po’ da quando assisto a queste conferenze, questa sarebbe immaginazione?
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R. No. Certamente avete cambiato, perché cominciate a comprendere certe cose che non avreste potuto comprendere prima. Ma ciò può non essere sufficiente. Ogni piccola cosa che imparate cambia qualcosa, ma forse è necessario maggior cambiamento. Vedete, è sempre un grosso cambiamento paragonato a come sarebbero state le cose senza di esso; ma il cambiamento può non essere abbastanza grande dal punto di vista di acquisire maggior cambiamento, o di ottenere qualche altra cosa, perché il cambiamento non viene da sé. Viene come risultato di uno sforzo preciso in una direzione precisa. Il bisogno di sforzo rimane sempre. Lo studio è impossibile senza una certa lotta, perché esistono parecchie cose meccaniche che accadono in noi le quali non possono venire usate nel processo di acquisire controllo.
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D. Dov’è il bollo che indica se abbiamo cambiato o no?
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R. A proposito di ciò possono esser dette parecchie cose. È difficile a fare, ma se poteste immaginare cosa vi accadrebbe se non foste collegati con alcun tipo di lavoro, ciò risponderebbe alla vostra domanda; se poteste paragonare voi stessi con voi stessi come vorreste essere.
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D. Non sviluppereste sempre più ‘io’ mentre lottate per cambiare?
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R. Avete ancora parecchi ‘io’, essi non spariranno ma sarete capaci di controllarli e sistemarli in una determinata maniera.
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D. Ci è stato detto che è utile lottare contro le abitudini meccaniche, ci è stato però anche suggerito che non è saggio cercare di alterare le cose. Si può avere qualche altra spiegazione su ciò?
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R. Quanto ho detto circa il non cercare di alterare le cose si riferiva a persone nelle ordinarie condizioni di vita, senza scuola, senza disciplina, senza metodi di lavoro. Allora ho detto che nella vita ordinaria le persone non possono cambiar nulla in se stesse, perché cambiando una cosa inconsapevolmente ne cambiano un’altra. Senza sapere come farlo, ciò è completamente inutile. Ma nel lavoro, specialmente dopo qualche tempo, questo pericolo non esiste più, perché facendo tutto quanto è consigliato uno evita questa possibilità del cambiamento sbagliato, in quanto il cambiamento sbagliato avviene sempre in una delle funzioni inutili.
Se uno cambia qualcosa nella vita ordinaria, egli o comincia a mentire di più, o ad identificarsi di più, o a esprimere più emozioni negative, perché queste sono le cose che vengono più facilmente influenzate.
Ma nel lavoro abbiamo parecchie protezioni, soprattutto il ricordare noi stessi, che impedirà ad un’altra cosa meccanica di prendere il posto della cosa meccanica che distruggete. Dovete comprendere inoltre che allo scopo di cambiar qualcosa è necessario sapere come le cose sono collegate, e come farlo, e uno non può farlo a meno che gli venga spiegato come cominciare.
Esistono punti precisi in cui uno può cominciare e allo scopo di cambiare qualcosa uno deve seguire la strada che gli viene indicata. Per esempio, è necessario cambiare il nostro modo di pensare sbagliato, rendere il nostro pensare meno formatorio. Ma prima dobbiamo trovare esempi di pensare formatorio. Poi possiamo lottare con l’espressione di emozioni negative, col considerare, con l’immaginazione: tutti questi sono modi di combattere le abitudini.
Tuttavia potete anche combattere con altre abitudini, ma la vostra lotta gioverà soltanto all’osservazione di voi stessi, in quanto non potete cambiarle. Potete cambiarle solamente tramite i canali che sono indicati. Per lottare contro le abitudini direttamente e ottenere buoni risultati è necessaria maggior conoscenza: ancora non sapete abbastanza. Ma ciò non sarà dannoso perché questo sforzo verrà equilibrato dal ricordare se stessi.
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D. Perché nessuno ha scoperto per se stesso i punti da cui cominciare?
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R. Perché un ‘io’ scopre qualcosa, ma contemporaneamente un altro ‘io’ diviene interessato in qualcosa d’altro e si prende tutta l’energia; poi, mentre il secondo ‘io’ lavora, arriva un terzo ‘io’, e così di seguito. L’uomo sta sempre correndo in varie direzioni. Non ci rendiamo conto di quanto ciò sia importante. 
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D. Non vedo come uno possa arrivare da qualche parte a meno che non cerchi di opporsi alle abitudini e di cambiare la propria vita quotidiana.
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R. Certo, bisogna far qualcosa a questo proposito. Il problema è cosa bisogna cambiare. La gente cerca sempre di cambiare le cose che non sono importanti mentre ciò che è importante viene trascurato e rimandato al domani.
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D. Esiste qualche buona abitudine?
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R. Le abitudini dei centri motorio e istintivo possono essere buone abitudini. Le abitudini nei centri intellettuale ed emozionale non possono mai essere utili.
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D. Tutte le abitudini sono forme di identificazione?
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R. Alcune abitudini sono completamente ordinarie e innocue, se però cominciate a mettere degli ostacoli sul loro cammino ciò vi fornirà buon materiale per l’osservazione di voi stessi e sarete capaci di distinguere l’identificazione quando interviene. Questa lotta introduce attrito, e senza attrito non notereste voi stessi, vivreste come in una fitta nebbia, senza accorgervene. Ma il secondo passo dipende dalla vostra decisione: potete essere semplicemente irritati da questo attrito, e potete usarlo.
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D. Nel nostro presente stato di consapevolezza non dovremmo fare il meno possibile?
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R. Dobbiamo studiare noi stessi. Non possiamo far nulla finché non sappiamo: prima dobbiamo sapere cosa siamo e cosa fare. In queste conferenze però vi ho già dato parecchie cose che potete fare. Uno può studiare se stesso com’è. È importantissimo studiare questo. E, lo ripeto ancora una volta, proprio fin dai primi passi uno deve cercare di cambiare certe cose, perché nel nostro stato di caos non possiamo nemmeno studiare noi stessi. Dobbiamo mettere un certo ordine.
Vogliamo fare un inventario della nostra casa e perciò cominciamo con lo stabilire ciò che c’è dentro; ma supponete che, mentre lo state facendo, altre persone nella casa continuino a spostare i mobili, o che i mobili si muovano da soli. Ciò è quanto accade in realtà: i mobili si muovono da soli, perciò dovete fissarli in qualche posto preciso. La conoscenza di scuola è conoscenza acquisita tramite centri superiori. Perciò è un metodo completamente diverso. Ci vengono dati certi principi e certe divisioni che non sono ordinariamente 
noti e, se cominciamo a studiare noi stessi da questo punto di vista, scopriremo parecchie altre cose.
Allorché siete completamente certi di queste divisioni e di questi principi, allora, osservando voi stessi su questa base, scoprirete cose che non potete scoprire senza conoscerle. Con la mente ordinaria vediamo le cose soltanto vagamente ed esse divengono confuse: non possiamo distinguerle una dall’altra, quindi confondiamo le cose. Ma se ci viene detto come farlo, le possiamo dividere persino nella nostra mente ordinaria.
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D. Quindi l’osservazione dell’uomo 1, 2 e 3 è più indiretta ma non necessariamente sbagliata?
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R. L’osservazione può essere perfettamente giusta, ma se egli non sa come dividere le proprie osservazioni, non può arrivare a buoni risultati. Moltissimo è basato sulle giuste divisioni.
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D. È bene cominciare col fare osservazioni prima su una divisione?
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R. No, non potete farlo, perché non potete sapere cosa potete fare di meglio in un dato momento. Fate perciò quello che ritenete di poter far meglio. Per esempio, potete decidere di osservare la funzione intellettuale e, invece, vi potete trovare in uno stato emozionale. Non potete fare una cosa, poi un’altra, e poi una terza, finché non avete controllo. E il controllo arriva per ultimo.
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D. Si può trarre gran quantità di vantaggio osservando altre persone come noi stessi?
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R. Sì, ma ci sono momenti pericolosi. Se uno è capace di applicare a se stesso ciò che scopre in altri, allora questo può esser giusto, ma di regola uno ritiene che gli altri siano una cosa e se stesso una cosa diversa. In tal caso uno può vedere le cose negli altri e non applicarle mai a se stesso.
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D. Sembra che l’osservazione di sé e il ricordo di sé divengano più difficili in condizioni di stanchezza fisica o quando non ci si sente bene. Come può essere superata questa dipendenza?
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R. Le condizioni del nostro corpo sono le condizioni in cui viviamo, quindi dobbiamo osservare e ricordare, o non ricordare, noi stessi in queste condizioni se intendiamo farlo. Non possiamo cominciare con il cambiare le condizioni.
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D. Certamente l’osservazione è come l’introspezione: rivolge tutto verso l’interno?
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R. No, l’introspezione è la stessa cosa dell’immaginazione, è incontrollata. È inutile e non porta nulla. Ma nell’osservare sapete quello che state facendo e perché lo state facendo, ciò che volete conseguire, ciò che volete sapere. Non è introspezione, è studio di una macchina complicatissima. In realtà è meccanica, non psicologica. La psicologia viene dopo.
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D. Come mai uno può osservare se stesso e tuttavia continuare a fare le stesse sciocche stravaganze?
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R. Perché non c’è una sola persona ma parecchie. Una persona osserva, e l’altra continua le stravaganze. Se potete vedere le diverse persone in voi in un caso, è buona cosa. Se potete vederle in vari casi, le cose cominciano a farsi scomode. Se potete vederle sempre, questo è il principio del lavoro.
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D. Ho osservato di essere molto innaturale. Essere un po’ più svegli significa che allora si è più naturali?
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R. Non necessariamente, perché le persone come sono nella vita ordinaria, si trovano in un pessimo stato, quindi, per divenire in seguito più naturali, debbono prima divenire innaturali. Non potete aspettarvi di divenire naturali immediatamente. Ciò sarebbe possibile se cominciassimo al livello giusto, ma invece noi cominciamo sotto il livello.
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D. Come mai accade che se uno perde contatto col sistema tutti gli ostacoli si presentano nella loro forma peggiore? Uno è più negativo, fa più discorsi inutili e così di seguito?
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R. Per effetto del lavoro uno ottiene una sorta di nuovo controllo e contemporaneamente perde il controllo meccanico. Quindi se si perde il contatto col lavoro, si perde questo piccolissimo controllo conscio e si è già perduto il controllo meccanico. Come risultato di ciò, si sta peggio. 
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D. Perché c’è in me maggior resistenza al lavoro nel senso del sistema che in qualsiasi altro tipo di lavoro?
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R. Perché altri tipi di lavoro sono meccanici e la resistenza meccanica è inferiore in confronto all’azione meccanica. Ma se prendete un’azione originariamente conscia questa può far fronte a qualsiasi possibile resistenza.
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D. Qualche profondo shock che si verifica nella vita può essere favorevole al proprio lavoro?
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R. Sì, ma tali shock non possono rimpiazzare il lavoro. Tutto quanto può essere acquisito nella linea di sviluppo della consapevolezza può essere acquisito solamente mediante sforzo. Uno shock non può rimpiazzare lo sforzo; esso può agire sui centri ma non sulla consapevolezza. La consapevolezza non si sviluppa né cresce da sé. Uno shock può per breve tempo aprire centri superiori e collegare una persona con essi per un momento.
Può concentrare per un certo tempo tutta l’energia nel nostro corpo che è dispersa ovunque, e riunirla attraendola. Allora vi potete destare per un momento, ma normalmente in seguito cadete in un sonno ancor più profondo. Potete addirittura perdere la consapevolezza o trovarvi dopo in uno stato bassissimo.
Quindi nessuno shock può aumentare la quantità di consapevolezza; questa è cosa importantissima da comprendere. La gente di solito confonde l’idea di consapevolezza e di funzioni. Entrambe debbono svilupparsi, ma lo sviluppo di una non produce lo sviluppo dell’altra.
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D. Cosa intendete per sviluppo delle funzioni?
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R. Se i centri sono sviluppati e acquistano velocità sufficiente, essi si collegano coi centri superiori. Questo è il modo più facile per comprender ciò, ma possono esserci altre descrizioni. In questo stato di consapevolezza possiamo essere soltanto consapevoli del lavoro dei centri inferiori; nella consapevolezza di noi stessi possiamo essere più consapevoli. Ma prima dobbiamo cominciare la pulizia.
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D. Comprendo che nessuno sforzo per essere conscio è mai sciupato, eppure, essendo negativi, perdiamo l’energia che produciamo. Come possono entrambe le cose essere vere?
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R. Questo è un grosso errore, perché è completamente contro i principi del lavoro dire che nessuno sforzo può essere mai sciupato. La gente può fare sforzi durante tutta la sua vita e questi possono essere sciupati se vengono fatti in una maniera sbagliata. Prendete qualsiasi scuola sbagliata con qualche tipo di idea falsata. Le persone appartenenti a tale scuola possono compiere un’enorme quantità di sforzi e tutti questi possono andar perduti.
Persino nella maniera giusta uno può fare sforzi per qualche tempo e poi, se si ferma, tutti questi sforzi possono essere perduti. Quindi gli sforzi possono essere sciupati se non sono seguiti dall’atteggiamento giusto e da altri sforzi.
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D. Cosa spiega il senso di urgenza creato in noi stessi in uno stato migliore?
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R. Al principio esso è il centro magnetico, perché ha una percezione confusa della irrealtà di concetti, intenzioni, possibilità ordinarie. Poi, quando uno comincia a studiare, in un certo momento la percezione del sonno diviene emozionale e acquista forza. Mancanza di comprensione significa mancanza di emozione. Solamente il centro formatorio può funzionare senza emozioni. Ogni giusta percezione diviene emozionale. Uno dei nostri ostacoli è che siamo troppo insensibili, non sufficientemente emozionali. L’intelletto è una macchina debolissima. Questo è perché il centro emozionale deve essere libero da emozioni negative, in quanto altrimenti usiamo tutta l’energia in esse e non possiamo far nulla.
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D. L’osservazione di se stessi produce qualche energia?
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R. Certamente. Ogni tipo di lavoro produce energia, soltanto che alcuni tipi ne producono una piccola quantità, perciò è necessario compiere sforzi consecutivi per lungo tempo per produrre energia sufficiente. E qualche altro tipo di lavoro può produrre molta energia immediatamente. 
Qualche volta uno sforzo può apparire assai piccolo ed essere in realtà grossissimo, mentre qualche volta un grossissimo sforzo può essere piccolissimo.
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D. Come posso imparare a sentire di più? Io vivo tanto nella mia testa. Ottengo troppo poco dalla vita e c’è una barriera tra me e il sistema.
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R. Questo è il problema di tutti, perché se le persone potessero sentire di più, parecchie cose sarebbero più facili per loro. Ma esse sono andate creando per lungo tempo inconsciamente tanti di quegli apparati protettivi contro il sentire che attualmente non ce ne può essere nessuno. È necessario trovare un principio; senza un principio nulla è possibile. Dovete cominciare in qualche posto; esistono cose che sono più difficili e altre meno difficili.
Ciò di cui avete realmente bisogno è maggiore osservazione e un certo tipo di pensare su voi stessi o su qualche altra cosa. Se insistete nel pensare, ciò può rendervi emozionali; soltanto voi potete trovare da soli cosa sia questo; è impossibile dare consigli generali adatti ad ognuno. Ogni persona ha alcuni punti che la portano più vicina a uno stato emozionale; è necessario scoprirli. Qualsiasi cosa possa accadere dopo, ora bisogna cominciare in questo modo.
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D. Prima di venire al lavoro ero pieno di piccoli entusiasmi. Mi accorgo che parecchi di essi erano basati sull’immaginazione, ora però non ho quasi alcun sentimento.
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R. Come ho appena detto, questo è uno dei nostri più grossi problemi – come farsi più emozionali – in quanto non possiamo andar lontano col solo intelletto. L’unica cosa è lo sforzo – lo sforzo e il ricordare diversi metodi di lavoro, cercare di non identificarsi, cercare di ricordare se stessi, cercare questo e cercare quello – sforzo, sforzo... Se potete fare sufficiente sforzo, diverrete più emozionali. Ma il fatto che questa sia una domanda costante che la gente fa – o se non la fa, avverte questo problema – mostra che essa non fa sforzo sufficiente.
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D. Dite che è necessario maggior sforzo. Intendete sforzo per sentire emozione o sforzo per lavorare?
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R. È semplicemente sforzo per lavorare. Non potete fare sforzo per sentirvi emozionali, nessuno sforzo vi aiuterà in questo: ma potete fare sforzi. Se state facendo qualcosa, potete farla senza sforzo, cercando di fare il meno possibile, o potete metterci molto sforzo. L’emozione può apparire soltanto per effetto di una certa pressione. In condizioni ordinarie, nella vita ordinaria, ciò accade soltanto; qualcosa accade e vi porta a uno stato emozionale.
Il problema è come produrre emozioni, come rendere se stessi emozionali. E sostengo che nel nostro stato presente esiste solamente una cosa: lo sforzo. Non però sforzo per produrre emozione. Non esiste tale sforzo. Ma fortissimi, continui sforzi in qualsiasi lavoro facciate vi renderanno più emozionali dopo qualche tempo: certamente non subito. Un certo periodo di sforzi su diverse linee è destinato ad accrescere le vostre emozioni.
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D. Perché fare sforzi dovrebbe essere così difficile?
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R. Gli sforzi possono sembrare difficili perché non siamo preparati nella nostra mente; non li pensiamo nella maniera giusta. Non accettiamo nemmeno mentalmente che è necessario fare sforzi. Questo crea la maggiore difficoltà. La necessità di fare sforzi viene come uno shock, come una cosa nuova.
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D. Mediante lo sforzo non posso arrivare ad uno stato che a volte viene accidentalmente?
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R. Voi dite che viene accidentalmente. Se è ciò che intendo io, esso viene come risultato dei vostri sforzi, soltanto che non viene in quel momento. Se voi però non aveste fatto sforzi non sarebbe venuto accidentalmente, quindi non è veramente accidentale. Più sforzi fate, più avrete questi momenti accidentali di ricordo di voi stessi, o di comprensione, o di essere emozionali. È tutto risultato dello sforzo.
Solamente che in questo caso non possiamo collegare causa ed effetto. La ragione per cui non possiamo collegarli è dovuta probabilmente a parecchie piccole cose, quali l’identificazione, l’immaginazione, e cose del genere. Ma la causa esiste e a un certo momento porterà un risultato. Non dobbiamo mai attenderci risultati immediati. È necessario lavorare a lungo per creare modelli permanenti, per avere risultati immediati; e anche ciò avviene soltanto in stati assai emozionali.
Se potessimo con la volontà o col desiderio o con l’intenzione divenire più emozionali, parecchie cose sarebbero diverse. Ma non possiamo. Siamo molto in basso emozionalmente e questo è il motivo per cui gran parte del lavoro che facciamo, anche se lo facciamo realmente, non può avere risultati immediati. Ma nessuno sforzo giusto è perduto, rimane sempre qualcosa; soltanto che questa va seguita da altri e maggiori sforzi.
Quindi il primo problema è come divenire più emozionali, e non possiamo fare ciò tranne che indirettamente, facendo sforzi. Il secondo problema è come usare gli stati emozionali quando sopraggiungono; questo è quello a cui dobbiamo prepararci, poiché è possibile. Arrivano gli stati emozionali e noi li perdiamo nell’identificazione e cose del genere. Invece potremmo usarli.
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D. Quando giungono gli stati emozionali, l’unico modo per prolungarli è ricordando se stessi?
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R. Ho detto: usateli. Certamente, se ricordate voi stessi scorgerete parecchie maniere di usare questo stato quando arriva; è una questione di osservazione. Esso vi darà un diverso potere di pensare, diverso potere di comprendere. Non può essere descritto perché deve essere una esperienza personale.
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D. Le emozioni possono essere usate per vedere più obiettivamente?
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R. Sì, lo possono, quando ne avete il controllo. Le emozioni possono essere usate come precisi strumenti per acquistare conoscenza solamente se potete controllarle. E cosa significa controllo? Significa non ammettere identificazione e considerare. Controllo è il secondo passo, studio il primo passo. Parliamo di emozioni, ma parecchie le conosciamo soltanto di nome. Esse sono mescolate con altre cose, noi ci identifichiamo con loro talmente da non renderci conto di quanto potremmo ottenere se potessimo prenderle nella maniera giusta.
Tutte quelle che chiamiamo emozioni – rabbia, paura, noia – possono tutte essere capovolte, e allora ci accorgeremo che hanno un gusto completamente diverso. Tutte le emozioni possono essere utili, sono delle specie di finestre, o di sensi addizionali.
Solamente che ora non possiamo usarle, tranne che per creare nuove illusioni; se invece le usassimo per vedere le cose come sono, impareremmo parecchie cose nuove.
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D. Come può la rabbia o l’odio essere di aiuto?
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R. Rivolgendoli contro voi stessi. Odiate voi stessi, trovate in voi cosa odiare. Quando uno si arrabbia con se stesso, può vedere parecchie cose.
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D. Allora questo significa autocritica?
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R. Di più; la critica è semplicemente intellettuale, mentre questo è sentire. Tutta l’attività intellettuale è preparare materiale, poi il centro emozionale comincerà a lavorare con questo materiale. Il centro intellettuale non può, da sé, aiutare nel risveglio. Soltanto il lavoro sul centro emozionale può farlo, e noi possiamo destarci soltanto tramite emozioni sgradevoli: il risveglio tramite emozioni gradevoli non è stato ancora inventato.
La cosa più sgradevole è di andare contro se stessi, contro i propri punti di vista, convinzioni, inclinazioni. Il risveglio non è per quelli che temono le cose sgradevoli, è soltanto per quelli che desiderano svegliarsi, rendersi conto di cosa significhi essere addormentati, e che è necessario molto aiuto, una gran quantità di scossoni. Questo è il vero punto: come fornire perpetui scossoni a se stessi e come accettarli.
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D. In determinata misura sembra possibile addestrare il centro del pensiero e quello motorio; potete dirci però come potremmo addestrare il centro emozionale? 
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R. Possiamo cominciare in due modi: primo, come ho già detto spesso, non esprimendo emozioni sgradevoli. Abbiamo la prova che ciò è possibile, perché vediamo che non lo facciamo durante la paura. Per esempio, un soldato non esprime i suoi sentimenti sgradevoli ad un ufficiale, perché sa che se lo fa la sua punizione sarà dura. Quindi se è possibile trattenersi meccanicamente, è possibile farlo consciamente.
Possiamo agire sulle nostre emozioni separando la mente dalle emozioni. La mente può non soltanto essere addestrata ma le si può anche insegnare a starsene da parte ad osservare le emozioni. Poi, dopo un certo tempo, il centro emozionale comincia a rendersi conto che non vale la pena andare avanti se la mente non segue. Poi, di solito, ognuno ha circa cinque o sei tipi di emozione per determinate occasioni. Quindi ognuno può sapere in precedenza cosa accadrà; il repertorio è limitatissimo, perciò possiamo e dobbiamo studiarci da questo punto di vista.
In realtà ciò è molto più facile di quanto pensiamo, ed è assolutamente possibile prevedere in precedenza le cose che accadranno. Se parliamo seriamente a noi stessi per mezz’ora, possiamo arrestare le nostre emozioni, perché conosciamo tutte le associazioni che le produrranno. Non sarebbe facile se il nostro repertorio di emozioni fosse illimitato; ma le emozioni per il domani sono assai limitate; sapete benissimo che sarebbe difficile pensarne una nuova.
Ma dovete conoscere benissimo tutte le associazioni, e dovete conoscere i modi in cui ordinariamente vengono le emozioni. È la cosa più difficile; il centro emozionale è il più forte che abbiamo. La ragione vuole impedire l’emozione, però è debole mentre l’emozione è forte. La si può impedire soltanto in una maniera indiretta, e non sul momento.
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D. È male tentare?
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R. No, è bene; poi, a poco a poco potrete scoprire come impedirla, perché ciò può esser fatto solamente con l’abilità. L’unica maniera è creare nuovi atteggiamenti opposti all’emozione che volete fermare. Poi, alla distanza, l’atteggiamento può dimostrarsi più forte dell’emozione. Esistono quindi due modi per impedire l’emozione: primo, con l’essere consci; secondo, con il creare giusti atteggiamenti. Ma per ciascun caso particolare è necessario un atteggiamento diverso, perciò è un lavoro lungo. Noi siamo non soltanto macchine, ma macchine già guaste. Allo scopo di riparare la macchina è necessario lavorare duramente.
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D. Quale atteggiamento protettivo suggerite contro le emozioni negative?
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R. Come ho detto, prima cercando di ricordare voi stessi. Se siete consapevoli di ciò che sta avvenendo in voi, potete fermarle quando sono ancora piccole. Quando sono grandi, non potete. Allora, osservando voi stessi, scoprite cose che vi rendono più addormentati, più meccanici. Dovete separarle dalle cose che possono essere utili.
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D. Questo riguarda noi stessi. Ma come proteggerci dalle emozioni negative degli altri?
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R. La nostra identificazione ci porta le emozioni negative degli altri; ci rende suscettibili ad esse. Se avete un caso preciso, potete visualizzare la possibilità di non essere identificati, e vi accorgerete che sarete meno suscettibili. Ma ancor meglio che visualizzare, tentate nella realtà dei fatti.
La relazione dell’identificazione con le emozioni negative non è una teoria, può essere facilmente verificata. L’identificazione è più facile a comprendere delle emozioni; esistono centinaia di diverse emozioni negative, mentre l’identificazione è sempre la stessa. Il primo passo verso la non identificazione è l’osservazione di sé. Bisogna osservare tutte le impressioni nel momento in cui entrano. L’identificazione funziona sia nel caso dell’attrazione che della repulsione.
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D. Vedo la meccanicità ora in misura molto maggiore e ciò sembra coinvolgermi in una più grande identificazione, nella paura, e in un senso di esserne preso.
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R. Se intendete paura della meccanicità in voi stessi, questa paura può avere un fine utile, perché già la conoscete, sapete come combatterla, come opporvi ad essa.
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D. Ho provato a fermare l’espressione di emozioni negative al fine di lottare contro la meccanicità, ma questi sforzi si esauriscono rapidissimamente e la necessità di svegliarmi viene dimenticata.
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R. Ciò è perché provate in piccole emozioni. Se tentate di non esprimere serie emozioni, rimarrete svegli più a lungo. Se ricordate di lottare contro l’espressione di emozioni realmente forti, al momento giusto vedrete la differenza.
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D. Sono perplesso a causa del problema dell’esprimere emozioni. Se è al di là della comune esperienza umana sentire emozioni positive, e ci vien detto di non esprimere emozioni negative, ciò significa che non dobbiamo esprimere qualsiasi sorta di emozione?
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R. No, è necessario barcamenarsi tra le due cose. Dobbiamo essere quanto più emozionali è possibile, perché ci sfuggono parecchie percezioni, idee, comprensioni, in quanto al momento non siamo emozionali. Parecchie percezioni vengono tramite l’emozione. Non abbiamo emozioni positive, ma possiamo dire di avere emozioni negative ed emozioni gradevoli e sgradevoli che non sono negative.
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D. Positivo significa ‘non negativo’?
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R. Sì, e anche molto di più. Un’emozione che non può divenire negativa dà enorme comprensione, ha un enorme valore conoscitivo. Essa collega cose che non possono essere collegate in uno stato ordinario. Avere emozioni positive è consigliato e raccomandato nelle religioni, ma queste non dicono come ottenerle. Esse dicono: “Abbiate fede, abbiate amore”. Come? Cristo dice: “Amate i vostri nemici”.
Ciò non è per noi; noi non possiamo amare nemmeno i nostri amici. È lo stesso come dire a un cieco: “Dovete vedere!”. Un cieco non può vedere, altrimenti non sarebbe un cieco. Questo è il significato di emozione positiva.
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D. Come possiamo imparare ad amare i nostri nemici?
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R. Prima imparate ad amare voi stessi: non amate abbastanza voi stessi; amate la vostra falsa personalità, non voi stessi. È difficile comprendere il Nuovo Testamento e le scritture buddiste perché si tratta di annotazioni prese in una scuola. Una linea di queste scritture si riferisce a un livello e un’altra a un altro livello.
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D. Avete un nome per un’emozione che non è negativa?
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R. Può essere piacere o sofferenza. Ma entrambe possono divenire negative, perché la tendenza è in esse: ogni emozione può o divenire negativa, o essere l’origine di altre emozioni negative.
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D. Il centro istintivo non è un buon sostituto di quello emozionale? Per esempio, l’amore per gli animali e per i bambini...
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R. Non possiamo parlare degli animali quando parliamo dell’uomo. Le emozioni negative istintive hanno il loro proprio posto e le loro proprie cause normali, mentre il centro emozionale prende in prestito i loro risultati e sostituisce cause immaginarie. È interessantissimo osservare la mancanza di simmetria tra emozioni gradevoli e sgradevoli. Le emozioni gradevoli non possono crescere molto, sono limitate. Le emozioni sgradevoli possono crescere.
Ma ciò si riferisce solamente al nostro presente stato di consapevolezza; in un altro stato, la simmetria è ristabilita, in quanto vi possono crescere anche le emozioni gradevoli. È chiaro che non possiamo verificarlo finché non siamo in un altro stato di consapevolezza. Perché possono crescere le emozioni sgradevoli? Perché non esistono limiti allo stato normale della macchina. Mentre i piaceri sono limitati dai nostri poteri di percezione. Questo è uno dei lati sgradevoli della nostra situazione.
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D. Ritengo che siamo talmente abituati a giudicare dai risultati che la mia difficoltà sta nel fatto di non poter giudicare se ho ottenuto qualcosa o no quando compio degli sforzi nel lavoro.
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R. Comprendo perfettamente. Ma vedete, è troppo presto parlare di risultati. Tempo verrà, può darsi prestissimo, che comincerete a vedere qualche risultato, ma non ancora. Nelle condizioni ordinarie giudichiamo dai risultati. Se studiamo una lingua sappiamo che dopo qualche tempo saremo capaci di leggere brevi frasi, poi piccoli paragrafi, poi novelle. Ma se prendete il lato psicologico del lavoro, dovete fare sforzi per osservare, sforzi per ricordare voi stessi, e da principio non scorgerete risultati visibili. Poi, dopo qualche tempo, vedrete qualche risultato, ma non potete fare previsioni a riguardo.
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D. Ma come posso dire se ho costruito qualcosa per me stesso che mi porterà più avanti?
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R. Soltanto voi potete rispondere a ciò. Dipende da voi; da quanto comprenderete, da quanto siete preparati. Un giorno c’è una situazione, un altro giorno, un’altra situazione. Un giorno uno lavora, un altro giorno egli commette un piccolo errore che gli può far perdere tutti i risultati di questo lavoro. Un altro giorno può lavorare di nuovo. Si cambia tutto il tempo, perciò fino ad una certa fase ben precisa è impossibile far previsioni.
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D. In quale fase accade che l’uomo non può perdere nulla?
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R. È talmente lontana che è inutile discuterla. Noi possiamo perdere tutto. Ma anche questa capacità di non perdere viene poco per volta. In una certa fase un uomo può perdere una cosa, poi, più avanti, non può perdere una cosa e così di seguito. Ciò viene poco per volta.
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D. Vorrei sapere come accrescere la mia valutazione del lavoro.
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R. È impossibile rispondere a questa domanda perché soltanto voi potete sapere come accrescere la vostra valutazione del lavoro. Dovete riflettere; dovete confrontare le idee ordinarie con queste idee; dovete cercare di scoprire in qual senso queste idee vi aiutano. Tutto ciò che facciamo nel lavoro ha la tendenza ad accrescere la valutazione, cercate quindi di non perdere nulla di quanto vi è dato, perché tutte le idee hanno questo scopo. Ogni principio aumenterà la vostra valutazione del lavoro, non può diminuirla. Ma non ci può essere alcun metodo speciale per ciò.
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D. Mi chiedo se, quanto uno desidera altre cose nella vita, tanto ciò toglie al proprio desiderio di lavorare.
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R. Non necessariamente. Esistono cose che possiamo avere nella vita e tuttavia lavorare. È completamente errato pensare che esse sono sempre contraddittorie, anche se possono essere contraddittorie. Uno può desiderare cose tali nella vita da rendere il lavoro impossibile in una maniera o nell’altra. Perciò bisogna imparare a scegliere tra i desideri, perché alcune cose sono incompatibili. È formatorio dividere le cose in ‘cose nella vita’ e ‘cose nel lavoro’ e mettere tutto assieme come fate voi. Dovete dividere meglio, vedere meglio.
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D. C’è un qualche mezzo per distinguere tra cose importanti e cose non importanti? Tutta la mia vita è riempita dalla preoccupazione della prossima cosa che sto per fare e perdo di vista l’idea generale del sistema.
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R. Solamente l’esperienza vi può mostrare questo, e un atteggiamento sincero. Se siete sinceri, o cercate di essere sinceri, e tuttavia osservate queste cose, dopo un po’ di tempo vedrete che la difficoltà di distinguere si fa sempre più piccola, e vedrete ciò che non è importante. Non si può descrivere ciò che è importante e ciò che non lo è, perché questo è soggettivo; in un momento è importante una cosa, in un altro momento un’altra. Ancora una volta intervengono qui le personalità: ciò che è importante per una personalità, può non essere importante per un’altra.
Una delle prime cose da ricordare concerne le diverse personalità in voi e, particolarmente quando siete in uno stato emozionale, il non pensare ‘io’. Le personalità basate su simpatie e antipatie sono tutte sbagliate; bisogna sempre cominciare con la personalità basata sul centro magnetico. Allora potete vedere altre personalità, che queste la contraddicono o no. Quest’idea delle diverse personalità, l’idea che non siete uno, che siete molti, deve essere sempre collegata col ricordare voi stessi.
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D. Non sono stato mai capace di ottenere alcuna prova che qualcuno sia arrivato a ricordare se stesso.
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R. Non vedrete la prova. Se tutti gli altri fossero capaci di ricordare se stessi e voi non lo foste, ciò non vi aiuterebbe.
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D. Sì, mi aiuterebbe, perché essi avrebbero più informazioni.
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R. Per se stessi, non per voi. Voi dovete provarlo a voi stesso. Nessuno può provarlo per voi.
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D. Il fatto che lavoriamo su noi stessi non significa che acquisteremo consapevolezza superiore, vero?
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R. No, ciò può richiedere moltissimo tempo, noi vogliamo acquistare il controllo di stati superiori di consapevolezza, ma prima di questo il sistema parla di acquisire controllo delle facoltà ordinarie, dei pensieri, delle emozioni, e nell’acquisire questo controllo dobbiamo eliminare tali cose e creare la possibilità di ricordare noi stessi. Quindi, prima dobbiamo acquistare il controllo delle cose semplici, ordinarie. Soltanto allora ci possiamo aspettare di più. In questo sistema esistono passi graduali, non si può saltare.
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D. Trovo che sono impedito dal pensare praticamente alle idee del sistema da un atteggiamento distruttivo che ha inizio nel cercare di scoprire difficoltà e obiezioni. Qual è il sistema migliore per risvegliare questo atteggiamento?
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R. Lo studio. Comunque, questa è un’osservazione interessante perché parecchie persone, non necessariamente soltanto quelle nel lavoro, vivono di obiezioni; si ritengono abili quando trovano un’obiezione a qualcosa. Quando non trovano un’obiezione, hanno l’impressione di non lavorare, di non pensare, di non far nulla. Dalle domande che la gente mi fa noto che essa non comprende come vengono le cose nuove. La difficoltà sta nel fatto che siamo troppo abituati a pensare per assoluti: tutto o nulla. Ma è necessario comprendere che ogni cosa nuova viene prima a lampi. Essa viene e poi scompare, viene di nuovo e scompare di nuovo. Soltanto che, dopo un certo tempo, questi lampi si fanno più lunghi e poi ancora più lunghi.
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D. Con quale mezzo possiamo prolungare questi lampi?
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R. Ripetendole cause che li producono. Non voglio dare un esempio perché porterebbe all’immaginazione. Tutto quanto dirò è che, per esempio, mediante certi sforzi per ricordare se stesso, uno può vedere cose che ora non può vedere. I nostri occhi non sono così limitati come riteniamo; esistono parecchie cose che essi possono vedere ma che non notano.
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D. Quali sono le nostre maggiori difficoltà?
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R. Assenza di comprensione e lentezza di comprensione, perché la comprensione generalmente arriva con due anni di ritardo. Un altro principio di cui vi ho già parlato e che va ricordato è che il lavoro non attende, non rimane lo stesso. Un anno ha determinati requisiti, l’anno successivo richiede qualcosa di nuovo; esso procede così. E generalmente accade che le persone sono pronte per i requisiti di due anni fa.
Gli individui che desiderano continuare, devono elevare il loro standard; e ciò non va fatto dietro mio suggerimento: dovete pensare da voi in qual senso e in quale forma lo standard può essere elevato. Dovete pensare ai particolari: a cose che, tanto per cominciare, sono state non soltanto consigliate, ma ora divengono regole per voi (non però nel senso di ‘regole- scuola’, usando la parola ‘scuola’ nel suo significato ordinario). La necessità va compresa. Siamo arrivati alla fase in cui dobbiamo essere seri, e ciò significa limitazione di sé, limitare la falsa personalità; entrambe non possono essere libere assieme, una o l’altra deve essere sacrificata. 
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FINE Parte 3.